venerdì 30 ottobre 2009

Sua Eccellenza Scelta dr. Carmelo ...

[BASTA CHE UN CANTANTE DIMENTICHI LE PAUSE E SUBITO NASCE UNA SPERANZA NEL CUORE DI CHI LO ASCOLTA. Francis Dordor]
I dipendenti della Gesap hanno ricevuto, in allegato alla busta paga, una lettera dove si legge che ai sensi dell'art. 705 del codice della navigazione, "il gestore aeroportuale è il soggetto cui è affidato ,insieme ad altre attività o in via esclusiva, il compito di amministrare e di gestire le infrastrutture aeroportuali e di coordinare e controllare le attività dei vari operatori privati presenti nell'aeroporto". Per quanto sopra (continua la lettera), al fine di evitare l'insorgenza di situazioni di conflitto di interesse, anche solo potenziali, tutti i dipendenti che prestano servizio presso le Uor/Uop dell'area operativa sono richiesti ,a mezzo del modulo allegato ,di voler rendere una dichiarazione circa l'eventuale presenza di parenti o affini dipendenti degli operatori privati presenti nello scalo, specificando il nominativo degli stessi, la relazione di parentela o affinità,la ragione sociale della ditta presso cui prestano lavoro e il tipo di attività svolta. La lettera in questione è firmata dal direttore generale, Carmelo Scelta. La Gesap ormai si è montata la testa, crede di essere la prefettura o la questura? Prossimamente la Gesap vorrà sapere quali sono le preferenze sessuali, politiche ... oppure quale parte politica/sindacale ti ha raccomandato per essere assunto in Gesap? Carlo Coseca, dipendente Gesap, ha il figlio che lavora in Pae -Mas,la moglie in Gh Palermo e l'amante (affini) in Cai. Sono fatti privati e tali devono rimanere. Dopo le telecamere e i trasferimenti di massa anche controllare i rapporti di parentela. Avere la moglie che lavora presso l'aeroporto internazionale di Punta Raisi presso l'unico istituto di credito, Banca Nuova, possiamo considerlo un caso di conflitto di interesse? Oppure, fligli di dirigenti Enac (controllore)assunti dalla Gesap(controllato) possono essere un ulteriore caso di conflitto di interesse? Gli articoli 705 e 706 del codice della navigazione, come modificati dal d. lgs. 96/2005, stabiliscono le funzioni del gestore aeroportuale. Più specificamente, l’articolo 705 reca, in primo luogo, una definizione di gestore aeroportuale, individuato come il soggetto cui è affidato, sotto il controllo e la vigilanza dell'ENAC, insieme ad altre attività o in via esclusiva, il compito di amministrare e di gestire, secondo criteri di trasparenza e non discriminazione, le infrastrutture aeroportuali e di coordinare e controllare le attività dei vari operatori privati presenti nell'aeroporto o nel sistema aeroportuale considerato. L'idoneità del gestore aeroportuale a espletare i propri compiti, nel rispetto degli standard tecnici di sicurezza, è attestata dalla certificazione rilasciata dall'ENAC. Vengono poi individuati i compiti del gestore aeroportuale, facendo comunque salve le competenze attribuite agli organi statali in materia di ordine e sicurezza pubblica, difesa civile, prevenzione incendi e lotta agli incendi, soccorso e protezione civile. Il gestore aeroportuale dunque: a) assicura il puntuale rispetto degli obblighì assunti con la convenzione ed il contratto di programma; b) organizza l'attività aeroportuale, al fine di garantire l'efficiente utilizzo delle risorse per la fornitura di attività e di servizi di livello qualitativo adeguato, anche mediante la pianificazione degli interventi in relazione alla tipologia di traffico; c) corrisponde il canone di concessione;
d) assicura agli utenti la presenza in aeroporto dei necessari servizi di assistenza a terra, fornendoli direttamente o coordinando l'attività dei soggetti idonei che forniscono i suddetti servizi a favore di terzi o in autoproduzione; e) sotto la vigilanza dell'ENAC e coordinandosi con la società ENAV o con altro soggetto fornitore dei servizi della navigazione aerea, assegna le piazzole di sosta agli aeromobilì e assicura l'ordinato movimento degli altri mezzi e del personale sui piazzali, al fine di non interferire con l'attività di movimentazione degli aeromobili, verifica, in quanto titolare ai sensi dell’art. 718 del potere di coordinamento tecnico-operativo degli altri soggetti privati operanti in aeroporto, il rispetto delle prescrizioni del regolamento di scalo; propone all'ENAC l'applicazione delle misure sanzionatorie previste per l'inosservanza delle condizioni d'uso degli aeroporti e delle disposizioni del regolamento di scalo da parte degli operatori privati fornitori di servizi aerei e aeroportuali;
applica, in casi di necessità e urgenza e salva ratifica dell'ENAC, le misure interdittive di carattere temporaneo previste dal regolamento di scalo e dal manuale di aeroporto; f) fornisce tempestivamente notizie all'ENAC, alla società ENAV, ai vettori e agli enti interessati in merito a riduzioni del livello del servizio e a interventi sull'area di movimento dell'aeroporto, nonché alla presenza di ostacoli o di altre condizìoni di rischio per la navigazione aerea nell’ambito del sedime di concessione; g) redige la Carta dei servizi in conformità delle direttive emanate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dall'ENAC e garantisce il rispetto dei previsti livelli di qualità dei servizi offerti all'utenza.
h) assicura i controlli di sicurezza su passeggeri, bagagli e merci, ai sensi delle disposizioni vigenti, nonché la gestione degli oggetti smarriti. Per quanto concerne più direttamente i servizi di assistenza a terra (handling), l’articolo 706 riafferma, con alcune precisazioni, la disciplina generale vigente, vale a dire che i servizi di assistenza a terra negli aeroporti aperti al traffico aereo commerciale sono espletati sia dal gestore aeroportuale che dagli operatori terzi o dagli utenti in autoassistenza ritenuti idonei dall'ENAC, e che tali servizi sono regolati dalle norme speciali in materia.
Se leggiamo i due articoli, rispettando la punteggiatura, non ci sono dubbi, la legge è chiara (la Gesap non ha compiti di ordine pubblico che spettano per fortuna alla prefettura e questura); ragazzi, ma è possibile che non sapete leggere e interpretare le leggi che vi riguardano.





martedì 27 ottobre 2009

Scalo Palermo, Ugl incontrerà presidente Provincia

[LA PRIMA IMPRESSIONE CHE PROVA L'UOMO QUANDO TERMINA LA GIOVINEZZA, E' CHE DIVENTA UTILE AGLI ALTRI. Corrado Alvaro]
È fissato per il prossimo 3 novembre, l’incontro tra il sindacato Ugl e Giovanni Avanti, presidente della Provincia di Palermo, maggiore azionista della Gesap, "per evidenziare le problematiche afferenti la gestione dello scalo, inclusa la possibilità di cessione di quote azionarie a privati". Intanto il segretario provinciale del settore trasporto aereo dell'Ugl Mimmo De Cosimo, accusa la Gesap di aver “effettuato procedimenti di movimentazione del personale senza alcuna consultazione sindacale, violando così l'articolo 22 della legge 300". Secondo De Cosimo, i provvedimenti di licenziamento e di trasferimento che avrebbero riguardato alcuni dirigenti sindacali dell'Ugl "avrebbero dovuto essere illustrati e discussi con le sigle sindacali, che più volte hanno richiesto incontri formali con la direzione, senza ottenere tuttavia alcun riscontro". E' motivo di soddisfazione personale che l'Ugl si sia accanita contro la Gesap e speriamo che vada in fondo, tagliando carne e ossa. Stanchi di vedere i sindacati che partono in quarta per poi accordarsi, ottenuta la promozione personale; dal sindacato cosiddetto di destra ci aspettiamo tutto quello che il sindacato cosiddetto di sinistra da molti anni non riesce più a darci: dirittura morale, abbandonando il clientelismo ... Ma l'Ugl potrà anche dire al presidente della provincia di Palermo di intervenire per conoscere come vengono dati in appalto i lavori, quali sono i termini dell'accordo con la Quick, che ha in gestione la cassa parcheggio?

domenica 25 ottobre 2009

L'Iran fa slittare l'accordo sul nucleare

[SCRIVERE SUL GENOCIDIO SIGNIFICA ESSERE IN RELAZIONE CON I MORTI E CON I VIVI. Boubacar Boris Diop]


I quattro ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea), attesi nel sito iraniano di arricchimento dell'uranio di Qom, sono arrivati nella notte a Teheran. Lo riferisce l'agenzia Afp. Gli ispettori, partiti da Vienna devono visitare l'impianto sotterraneo, situato a un centinaio di chilometri da Teheran, non lontano dalla città santa di Qom, e nascosto nel cavo di una montagna. Secondo l'agenzia iraniana Mehr, gli ispettori devono restare tre giorni in Iran e visiteranno solo il sito di Qom. Una lunga giornata d’attesa, in cui sembravano prevalere i segnali negativi, si è conclusa con l’Iran che ha guadagnato ancora qualche giorno di tempo prima di dare una risposta alla bozza d’intesa con le grandi potenze sul riutilizzo del suo uranio arricchito ad usi civili. Le controparti nei negoziati durati tre giorni la settimana scorsa a Vienna, cioè Usa, Russia e Francia, avevano comunicato già da qualche ora di accettare una proposta avanzata mercoledì dal direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Mohammed ElBaradei, quando a Teheran regnava ancora il silenzio. Poi, a metà pomeriggio, mentre si avvicinava la scadenza della mezzanotte posta da ElBaradei per avere la risposta, la televisione di Stato iraniana citava una fonte vicina ai negoziati che sembrava rimettere tutto in discussione. La Repubblica islamica, diceva la fonte, aveva presentato una controproposta in base alla quale non sarebbe più stata obbligata a consegnare il suo uranio per avere in cambio il combustibile per far funzionare un reattore con finalità mediche a Teheran, perchè si sarebbe limitata a comperarlo. «Aspettiamo dalla controparte una risposta costruttiva e capace di creare fiducia», aggiungeva la fonte, sottolineando che le risposte positive arrivate da Washington, Parigi e Mosca non risolvevano la situazione, perchè la bozza dell’Aiea ricalcava già le condizioni poste da loro. «Certi mezzi d’informazione - affermava il negoziatore - riferiscono che alcune parti hanno dato semplicemente una risposta positiva alle loro stesse proposte, ciò che è sorprendente». «L’Iran - ha aggiunto - è il cliente che acquista il combustibile nucleare. I venditori devono quindi dare una risposta positiva alla proposta dell’acquirente e non considerare il loro punto di vista come una risposta positiva». Gli Stati Uniti facevano allora sapere che una risposta affidata alla televisione non poteva essere sufficiente e che il presidente Barack Obama rimaneva in attesa di una presa di posizione ufficiale. Soltanto in serata è arrivata una parola definitiva, anche se solo per oggi: «Daremo la nostra risposta a ElBaradei la settimana prossima», ha detto l’ambasciatore iraniano presso l’Aiea, Ali Asghar Soltanieh, aggiungendo che Teheran era ancora impegnata ad «esaminare i diversi aspetti dell’accodo proposto».

Meno soldi alla Pac

[L'INTELLETTO DELL'UOMO NON E' DIVENUTO SUPERIORE A QUELLO DEI GRECI: QUESTO VA CONTRO ALL'IDEA DI UNO SVILUPPO PROGRESSIVO. L'INTELLETTO DELL'UOMO POTREBBE ANCHE DEGRADARSI. NELLA MIA TEORIA NON C'E' NESSUNA TENDENZA ASSOLUTA AL PROGRESSO, A MENO CHE NON VI SIANO LE CIRCOSTANZE FAVOREVOLI. Charles Darwin]
Secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa France Presse, l'esecutivo europeo raccomanda per il futuro bilancio europeo un taglio dei fondi destinati alla Pac, la politica agricola comune, che oggi rappresenta la voce di spesa più importante dell'Ue, pari a 116 miliardi di euro nel 2008. La stessa sorte toccherebbe alla politiche di sostegno alle regioni svantaggiate, che non sarebbero, sempre secondo la Commissione, sufficientemente efficaci. Per il momento si tratta solamente di una bozza di un documento che verrà presentato a fine novembre (le trattative vere e proprie sono previste nel 2011), ma in cui sembra confermarsi la strada già intrapresa negli ultimi anni dall'Ue. La percentuale destinata alle sovvenzioni agricole sul bilancio globale dell'Unione è infatti in continua diminuzione, dal 61% del 1988 al 47% dell'anno scorso (e dovrebbe arrivare al 32% nel 2013). Questa riforma “porterà ad una ulteriore e significativa riduzione della quota totale destinata all'agricoltura per liberare i fondi verso nuove priorità europee”, dice il testo, senza però specificare a quanto dovrebbero ammontare questi tagli. Per la Commissione le priorità da perseguire nel futuro con le risorse liberate riguardano l'occupazione, lo sviluppo sostenibile, la protezione del clima e, infine, le relazioni con il resto del mondo.

venerdì 23 ottobre 2009

Punta Raisi:un aeroporto per la mafia/3

[TUTTO CIO' CHE E' PROFONDO AMA LA MASCHERA.Friedrich Nietzsche]
Ci sono anche gli occhi del superlatitante Matteo Messina Denaro sugli appalti legati all'aeroporto di Palermo. Dopo le tracce dell'interessamento di Salvatore Lo Piccolo, il "re delle estorsioni", sui lavori milionari legati allo scalo palermitano, gli inquirenti che indagano sugli affari di Cosa nostra stanno seguendo una nuova, importante traccia: anche il boss di Castelvetrano ha partecipato al tentativo di mettere le mani su uno dei più appetitosi business in corso da anni in Sicilia. Matteo Messina Denaro l'ultimo componente di vertice della mafia ancora ricercato dopo la cattura di Lo Piccolo e di Bernardo Provenzano scriveva e si confrontava a distanza con Lo Piccolo proprio per pilotare parte dei flussi di denaro legati all'aeroporto. Un cantiere aperto che spazia dal raddoppio della linea ferroviaria che collega Palermo con Punta Raisi, agli appalti per il rifacimento delle piazzole di sosta e di accesso all'aerostazione fino all'installazione del nuovo sistema di illuminazione. Lavori per quasi 800 milioni di euro che, gli inquirenti antimafia ne sono certi, sono finiti nel mirino dei boss. Dalle carte sequestrate nel covo di Giardinello, dove è stato catturato Lo Piccolo insieme al figlio Sandro, sono già partite decine di indagini che puntano a dare un volto e un nome a complici, emissari e vittime dei boss. Tra questi c'è anche un ancora misterioso imprenditore che avrebbe fatto da raccordo tra Lo Piccolo e Messina Denaro per la gestione degli appalti nelle zona a cavallo tra la provincia di Trapani e quella di Palermo. Una figura ancora senza nome, quella dell'intermediario tra boss e imprese "avvicinate" perché paghino le tangenti, ma che sta diventando sempre più diffusa in Sicilia. Le ultime analisi dei "pizzini" trovati a Lo Piccolo confermerebbero che i vertici di Cosa nostra camminano in perfetta armonia quando si tratta di affari, e vengono smentite le voci di contrasti tra il "capo dei capi" e il quarantenne latitante di Castelvetrano. I due boss, infatti, parlavano via "pizzini" di lavori nella Valle del Belice, a Trapani, a San Vito lo Capo e anche a Castellammare del Golfo, quest'ultimo Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. GESAP S.p.a. è la società di gestione dell'Aeroporto “Falcone e Borsellino” di Palermo, con un capitale sociale di € 21.579.370,00 interamente versato e ripartito tra la Provincia Regionale di Palermo, il Comune di Palermo, la Camera di Commercio, il Comune di Cinisi ed altri soci minori. Costituita nel 1985, la Società ha operato fino al 1994 quale unico prestatore dei servizi di assistenza a terra (handler) dello Scalo di Palermo, la cui gestione è rimasta direttamente in capo allo Stato ed esercitata per il tramite della locale Direzione della Circoscrizione Aeroportuale ENAC.Nel 1994 la Società è divenuta titolare della Concessione ventennale per la gestione parziale dello Scalo, limitatamente alle aree situate in land side (aerostazione e relative pertinenze). Nell'aprile 1999, GESAP, in forza dell'art. 17 L. 135/97, ha ottenuto l'immissione anticipata nella gestione degli spazi air side e, specificamente, delle infrastrutture di volo (piste, raccordi, bretelle, vie di rullaggio ed apron). Nell'aprile 2004, la Società ha conseguito l'estensione della certificazione di qualità UNI ISO 9001/2000 (Vision 2000), già acquisita per i servizi e i processi operati dal settore handling, alle attività svolte in qualità di gestore. Tale certificazione è stata rinnovata nel dicembre 2008 a cura dall'ente certificatore TUV Italia. Sempre nello stesso mese di dicembre la società ha ottenuto da parte del CERMET il rilascio della Certificazione Ambientale di Qualità ai sensi della norma UNI ISO 14001. Il 30 maggio 2004, la Società ha altresì conseguito da ENAC il “Certificato di Aeroporto” per lo Scalo di Palermo, ottenendo pieno riconoscimento della conformità dell'Aeroporto ai requisiti prescritti nel “Regolamento ENAC per la costruzione e l'esercizio degli aeroporti”. Il 24 maggio 2007, ad esito del procedimento di verifica del Team di certificazione ENAC, GESAP ha ottenuto il rinnovo triennale al 30 maggio 2010 del Certificato di conformità dell'Aeroporto. Dopo aver operato nel maggio del 2005 il trasferimento del ramo d'azienda del settore handling alla controllata GH Palermo, GESAP ha ottenuto ad agosto 2007, dopo un iter durato quasi tre anni, la Concessione quarantennale della gestione totale dell'Aeroporto. Quale gestore aeroportuale, la Società progetta, realizza e gestisce aree, infrastrutture ed impianti dello scalo, dei quali cura ogni necessaria manutenzione ed implementazione, fornendo, altresì, i servizi centralizzati quali, ad esempio, il coordinamento di scalo, i sistemi informativi e di informazione al pubblico, la vigilanza e la sicurezza aeroportuale e la fornitura di servizi commerciali attraverso concessioni a terzi. [fine]

Imputato Berlusconi/8

[L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. Art. 10 della costituzione italiana]
Sono provati almeno due punti di contatto con i mafiosi siciliani: le trattative per l’acquisto di emittenti televisive in Sicilia; e il pagamento annuale a Cosa nostra di una somma (200 milioni di lire) non come frutto di una estorsione, ma come amichevole «regalo» ai boss, in relazione alla sicurezza delle Sue antenne televisive nell’isola. Alle domande che i magistrati di Palermo avrebbero voluto porle all’interno del processo Dell’Utri (imputato di concorso esterno all’associazione mafiosa Cosa nostra) Lei non ha risposto e non può rispondere: perché dovrebbe svelare il possibile lato oscuro dei Suoi affari, dovrebbe confessare, se li ha avuti, i rapporti pericolosi che ha stretto lungo la Sua carriera. La Sua prima «discesa in campo» avviene del 1977, quando Lei comincia a finanzare il Giornale di Indro Montanelli, comprandone una quota. Lo fa per un preciso impegno politico: contrastare la sinistra (che già vede anche dove non c’è) e rafforzare una voce della destra. Lo confessa in un’intervista a Pirani («Quel Berlusconi l’è minga un pirla», Repubblica, 15 luglio 1977): «Sentivo l’esigenza di conservare una pluralità di voci, col Corriere, il Carlino e la Nazione che andavano sempre più a sinistra». Alla domanda su quali fossero i suoi punti di riferimento politici, Lei risponde: «La vera alternativa è nella Dc, una Dc che si trasformi in modo da permettere al Psi di tornare al governo». Poi precisa che i suoi punti di riferimento sono, appunto, nella destra democristiana, quella anticomunista e tecnocratica. «Come pensa di impegnarsi a favore di queste forze?», Le chiede Pirani. «Non certo pagando tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che sto riorganizzando e che diventerà un tramite fra gli uomini politici che dimostreranno di non aver divorziato dall’economia e dalla cultura e l’opinione pubblica». A parte l’accenno alle tangenti – excusatio non petita – Lei mostra di avere ben chiaro fin dagli esordi che i mass media, e la tv in particolare, sono (anche) un’arma politica. Una politica, naturalmente,che sia tutt’uno con gli affari. Pochi mesi dopo, Lei entra nel club che incarna perfettamente la Sua concezione della politica e della sua compenetrazione con gli affari: si affilia alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Numero di tessera 1816, fascicolo 625, data di iniziazione 26 gennaio 1978, codice E 19.78, gruppo 17, quello del settore editoria. Sulla Sua affiliazione, ha sempre minimizzato, ironizzato, mentito. Tanto da rischiare anche una condanna per falsa testimonianza, evitata grazie a una provvidenziale amnistia: la versione 4 sopra riportata, infatti, Lei l’ha sostenuta sotto giuramento mentre deponeva davanti al tribunale di Verona, come teste-parte offesa in un processo contro alcuni giornalisti da cui si era sentito diffamato. Nella Sua testimonianza, dopo aver giurato di dire tutta la verità, ha affermato che la Sua iscrizione è «di poco anteriore allo scandalo» e di non aver mai pagato quote. Scatta la denuncia per falsa testimonianza. E la Corte d’appello di Venezia nel maggio 1990 ritiene provato che Lei ha mentito: perché l’affiliazione era avvenuta all’inizio del 1978, quindi non poco prima, ma più di tre anni prima che i giudici Giuliano Turone e Gherardo Colombo trovassero, nel marzo 1981, le liste degli affiliati; e perché agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 vi sono le prove del pagamento dell’iscrizione. Non c’è stata condanna: perché il reato di falsa testimonianza è estinto per effetto dell’amnistia del 1989. Un’amnistia che Lei non ha ritenuto di rifiutare. Signor presidente del Consiglio, ci permetta una digressione. La P2 nasce in Italia come effetto della «svolta del 1974». Fino a quell’anno, la destra oltranzista filoamericana è impegnata in tutta Europa in una strategia anticomunista del muro contro muro, della lotta senza esclusione di colpi: fino, se necessario, al golpe. In Grecia il golpe c’è stato; in Italia, Paese economicamente e socialmente più complesso, le fortissime spinte eversive si sono fermate entro i confini di quella che è stata chiamata «strategia della tensione», o low intensity war (conflitto a bassa intensità), da piazza Fontana al tentato golpe Borghese, da piazza della Loggia fino alla strage dell’Italicus. Nel 1974, però, le cose cambiano. Negli Usa cade il presidente Nixon e l’amministrazione americana ritira il sostegno, in Europa, alla strategia apertamente eversiva. Finisce il regime dei colonnelli in Grecia e si sbriciola la dittatura salazarista in Portogallo. In Italia, gran parte del personale impegnato nella dura fase della «guerra non ortodossa» si ricicla in una strategia nuova, più flessibile, che si propone non più lo scontro diretto con il nemico comunista, ma l’occupazione sotterranea dei centri di potere del Paese, da sottrarre al «nemico». In questa fase, una parte del fronte occidentale procede invece lentamente sulla strada dell’apertura a sinistra, del «disgelo» che punta a portare almeno una parte del «nemico comunista» dentro le regole della democrazia occidentale. Gli oltranzisti atlantici, al contrario, mantengono la via dell’anticomunismo «senza se e senza ma». E dichiarano guerra a chiunque, anche dentro il loro campo, ceda davanti a quella che ritengono non un’apertura, bensì soltanto una nuova offensiva del comunismo, meno violenta ma più subdola e pericolosa. Per questo agli oltranzisti atlantici la divisione in partiti risulta ormai insufficiente: è necessario distinguere, anche dentro i partiti di centrodestra, gli «amici» dai «nemici», selezionare in ogni settore chi è davvero fedele all’Occidente, creare un «club» trasversale di uomini dello Stato soggetti a un doppio giuramento, di imprenditori e professionisti che conducano la loro battaglia senza cedere alle sirene dell’apertura a sinistra. Questa, in estrema sintesi, è la natura politica della P2, che era in effetti uno Stato nello Stato, «club» dell’oltranzismo altlantico anticomunista, e insieme un crocevia di relazioni e d’affari. In questo «club» (termine che poi riprenderà quando deciderà di fare politica in proprio) Lei entra nel gennaio 1978. L’intervista del luglio ’77 a Pirani dimostra la consapevolezza politica dell’imprenditore quarantenne che sta passando dal settore immobiliare a quello televisivo: non è uno sprovveduto, mosso soltanto dal desiderio di fare soldi; ha anche una Sua precisa visione della politica, in cui gli affari, certo, sono parte essenziale. Per questo la P2 è esattamente il luogo della politica così come Lei la intende: un mix di pulsioni tecnocratiche e autoritarie e di occasioni d’affari, in un contenitore (un «club») trasversale ai partiti. Certamente dall’adesione alla P2 Lei ha ottenuto consistenti benefici economici. La bugia sulla data d’affiliazione non è, dunque, innocente: non serve soltanto a minimizzare la Sua adesione alla loggia di Gelli, ma soprattutto a tentare di nascondere che c’è stato un periodo – oltre tre anni – in cui le relazioni piduiste hanno portato i loro frutti . Era un Suo fratello di loggia quel Ferruccio De Lorenzo, presidente dell’Enpam (l’ente di previdenza e assistenza dei medici italiani), che Le acquista una parte di Milano 2 in anni difficili, di mercato immobiliare bloccato. Gli aiuti più consistenti, però, Le sono venuti nel settore del credito: gli uomini della P2 nelle banche Le hanno facilitato l’accesso ai finanziamenti. Lo documenta la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, facendo riferimento alla Banca Nazionale del Lavoro, che alla fine degli anni Settanta è praticamente controllata dalla P2, con ben nove alti dirigenti affiliati (tra cui Gianfranco Graziadei, amministratore delegato di Servizio Italia, una delle due fiduciarie che fondano la Fininvest); e al Monte dei Paschi di Siena, che aveva come direttore generale Giovanni Cresti, iscritto alla P2. Una relazione del Collegio dei sindaci del Monte dei Paschi nel 1981 sostiene: «La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali. (...) Gli Ispettori che hanno esaminato la posizione (nella sua globalità) ne hanno fatto un’analisi accurata che ci consente di pervenire a conclusioni che dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato». Seguono tabelle che documentano come il sistema creditizio italiano Le abbia messo a disposizione, tra il 1974 e il 1981, fidi per poco meno di 199 miliardi di lire e fidejussioni per oltre 150 miliardi. Circa il 20 per cento di queste cifre è erogato dal Monte dei Paschi. Conclude la Commissione Anselmi: «Alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi e altri) trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio». La P2 è presente anche in uno snodo importante della storia delle Sue tv. Nel periodo 1978-1980, la loggia di Gelli è molto attiva nel settore dei media. Acquisisce il controllo di fatto del maggior gruppo editoriale del Paese, la Rizzoli-Corriere della sera. Poi sferra un attacco al monopolio televisivo della Rai. Nel 1980 porta a termine con successo l’operazione Mundialito. Sotto la regia di Licio Gelli, che aveva grandi interessi economici e ottime entrature politiche in Uruguay con la giunta golpista al potere, Canale 5 ottiene i diritti televisivi europei per il Mundialito, il campionato mondiale tra le nazionali calcistiche vincitrici della Coppa Rimet, programmato a Montevideo per il 1981. Non solo: la Sua rete ammiraglia ha il permesso, in deroga alle leggi vigenti, di trasmettere le partite, per la prima volta, in diretta e su tutto il territorio nazionale. È la prima rottura del monopolio televisivo Rai. Nel governo che permette la svolta sono presenti: il ministro delle Poste Michele Di Giesi, socialdemocratico, che obbediva al suo segretario di partito Pietro Longo (tessera P2 numero 2223), il ministro di Grazia e giustizia Adolfo Sarti (che aveva presentato domanda d’iscrizione, accolta all’unanimità nel giugno 1978) e il ministro del Commercio estero Enrico Manca (con in Svizzera il tesoretto gestito da Previti e in tasca la tessera P2 numero 2148, ma – come abbiamo visto – estraneo alla P2 per sentenza). Oltre a questi consistenti benefici materiali, la P2 permette a Lei, ignoto palazzinaro milanese e «nuovo ricco» tenuto ancora fuori dai salotti che contano, qualche soddisfazione morale, il suo primo ingresso in società: a partire dal 10 aprile 1978 (tre mesi dopo l’affiliazione alla loggia di Gelli), Lei diventa, a sorpresa, collaboratore del Corriere della sera, dotto commentatore di fatti economici. L’Italia ancora non lo sa, ma il Corriere è caduto sotto il controllo della P2: e in un aprile drammatico, in cui le pagine di tutti i quotidiani sono piene di notizie sul terrorismo e sul sequestro – in corso – del presidente della Dc Aldo Moro, il più importante quotidiano nazionale riesce a trovare lo spazio per pubblicare con grande evidenza, a pagina 2, in apertura, lo scritto del suo nuovo opinionista (titolo: «Un piano per l’industria che darà pochi frutti. Con la nuova legge 675 si rischiano tutti gli inconvenienti del dirigismo»). [fine]

mercoledì 21 ottobre 2009

Posto fisso, è farsa

[FUORI I COMPAGNI DALLE COMPAGNE. Anonimo]
"Completa sintonia" con Giulio Tremonti: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi entra così nel dibattito acceso dalle parole del ministro dell'Economia Giulio Tremonti sul valore del posto fisso. Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi vogliono diventare statalisti più dei sindacati stessi. Dopo il massacro nella pubblica istruzione e in altri settori del pubblico impiego, adesso la parola d'ordine è: posto fisso. Al posto di Epifani mi preoccuperei, vuoi vedere che il prossimo segretario generale della Cgil, eletto da tutti i lavoratori, potrebbe chiamarsi Silvio Barlusconi, detto Papi Silvio. E' diversa la posizione di Confindustria: per la leader degli industriali, Emma Marcegaglia, "la cultura del posto fisso è un ritorno al passato, non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi". Mentre il numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani, sfida il governo a passare dalle parole ai fatti aprendo un tavolo di confronto. Per Silvio Berlusconi "la polemica della sinistra sulle dichiarazioni di Tremonti è l'ennesima conferma della malafede di molti esponenti della sinistra. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a tutela dell'occupazione - dice il presidente del Consiglio - è del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore. Così come sono un valore le cosiddette partite Iva". Il governo "é a fianco dei milioni di italiani che lavorano come collaboratori dipendenti così come è a fianco di milioni di italiani che intraprendono, rischiano e producono ricchezza per sé e per i loro collaboratori, nell'interesse dell'Italià" e, dice ancora Berlusconi, "lavora per una società fatta di libertà, di sviluppo economico e di solidarietà". Emma Marcegaglia ha indicato la posizione degli industriali sottolineando che "ovviamente nessuno è a favore della precarietà e dell'insicurezza, in un momento particolare come questo. Però - aggiunge - noi siamo per la stabilità delle imprese e dei posti di lavoro, che peraltro non si fa per legge". La cultura del posto fisso ha portato più disoccupazione, più sommerso, più assenteismo e fannulloni nella pubblica amministrazione, sostiene Marcegaglia, che ritiene invece necessaria una "flessibilità regolata e tutelata, come quella fatta con Treu e Biagi, che ha creato tre milioni di posti di lavoro". Lo stesso Tremonti è tornato sul tema: "Ho detto una cosa scontata. Come dire, preferisco stare al caldo che al freddo", commenta dal Lussemburgo. I commenti del ministro della Pubblica amministrazione? "Brunetta non c'entra nulla. Dire di preferire il posto fisso non è una difesa dei fannulloni", risponde Tremonti, che poi ribadisce: "Non mi sembra di aver detto una cosa fantomatica. E a suo tempo ho apprezzato il pacchetto Treu che per me è stato giustissimo, perché ha introdotto stabilità nel lavoro precario". Se così stanno le cose, sottolinea quindi Epifani, il governo affronti questi temi "senza perdere altro tempo". "Il tema della precarietà -sottolinea - è di grande rilievo e pone gravi problemi nel settore pubblico e in quello privato". E d'altro canto, afferma il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, il sistema produttivo italiano "deve poter contare su lavoratori stabili, soddisfatti e ben retribuiti".

PUNTA RAISI: UN AEROPORTO PER LA MAFIA/2

[FRESCO ERA IL MATTINO E ODOROSO DI CRISANTEMI. RICORDO SOLTANTO IL SUO VISO VIOLACEO E FISSO NEL VUOTO, IL PIANTO DELLE DONNE, IL SINGHIOZZO DELLA CAMPANA E UNA VOCE AMICA: E' ANDATO IN PARADISO A GIOCARE CON GLI ANGELI, TORNERA' PRESTO E GIOCHERA' A LUNGO CON TE. Giuseppe Impastato

Cinisi è uno di quei luoghi appartati che cosa nostra trasforma in santuari. Di Cinisi era Tano Badalamenti, il cui nome già nel 1947 era citato in un traffico di droga. Di Cinisi è Saveria Palazzolo, la moglie di Bernardo Provenzano. Di Cinisi è Vito Palazzolo, arrestato a Lugano nel 1984 nell'ambito dell'inchiesta Pizza Connection, scappato due anni dopo in Sudafrica: qui diventa Robert von Palace Kolbatshenko, proprietario di fabbriche e di miniere di diamanti, snodo di ogni traffico fra Città del Capo, la Nabibia e l'Angola. Le autorità italiane da anni tentano di ottenere l'estradizione, ma finora hanno sbattuto contro un muro. All'epoca dell'apartheid si sussurrava che Palazzolo ricattasse il potente ministro dell'interno , Pik Botha, ritratto in alcune foto con l'amante di colore; poi sono saliti al potere il National Congress e Nelson Mandela ed è cambiato ben poco. Anzi nel 1994 Palazzolo, alle cui dipendenze opera un piccolo e armatissimo esercito privato di mercenari russi,tedeschi e angolani, ha ottenuto un passaporto sudafricano. In tal modo può viaggiare, andare di persona in Svizzera a curare depositi e investimenti. Ma Cinisi ha una stazza persino superiore a quella di quei suoi ambasciatori di livello internazionale. Cinisi significa il controllo dell'aeroporto di Punta Raisi con tutto quello che comporta: passaggio di droga,di armi, di soldi sporchi. Cinisi è stato il paese di Giuseppe Impastato, consegnato dopo vent'anni all'ammirazione generale dal film I 100 passi. A Emanuele Finazzo è stata affidata la costruzione del campo sportivo, dei restanti 10 km della via Siino-Orsa. Si è interessato degli appalti per la sistemazione provvisoria dell'aeroporto di Punta Raisi nel lontano 1979. [continua]

Casinò negli hotel a 5 stelle

[LA BELLEZZA ATTIRA I LADRI PIU' DELL'ORO. William Shakespeare]
Il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla accarezzava già da mesi, quando era ancora sottosegretario, l'idea di dotare gli alberghi di un proprio casinò, a cominciare da quelli a 5 stelle. Ora quella semplice proposta sta per tramutarsi in realtà attraverso uno schema di decreto legge pensato per rilanciare l'immagine del Sistema Italia nel mondo, e che approderà sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Perplesse le reazioni delle organizzazioni del turismo, che puntano l'indice su una serie di aspetti, primo su tutti quello dell'ordine pubblico. La proposta della titolare del Turismo prende le mosse dalla volontà di aumentare l'appeal del sistema alberghiero italiano, soprattutto di quelli di lusso. Ma più ancora in questo modo si metterebbero sullo stesso piano, in termini di competitività, le strutture di ricezione del nostro Paese con quelle dei maggiori competitor del turismo italiano, a cominciare da Francia e Spagna. Ma il provvedimento dovrebbe veicolare anche altre proposte, come il varo di una Commissione Interministeriale per la tutela e il rispetto dei diritti del turista (con tanto di call-center e 'polizia turistica') e un credito d'imposta per la realizzazione di infrastrutture nelle strutture alberghiere. In Italia sono censiti 230 alberghi a 5 stelle, di questi 7 sono a Taormina. Il progetto dei casinò lascia dubbiose le organizzazioni del settore. Tra queste Federalberghi-Confturismo, la quale, pur pronunciando un sì con riserva, ventila l'ipotesi che "possano ingenerarsi meccanismi pericolosi, soprattutto - ha sottolineato il direttore generale dell'organizzazione Alessandro Cianelli - per ciò che da sempre 'gira' intorno ad alcune case da gioco". Da qui la richiesta di maggiore chiarezza sui profili di sicurezza che potranno essere adottati.Per niente convinta Federgioco, che addirittura suggerisce al ministro Brambilla di soprassedere. Federgioco contesta l'utilizzo del decreto legge, "per il quale sono necessari i requisiti di necessità e urgenza", e ricorda le fattispecie penali previste dagli articoli 718 e seguenti del Codice Penale, "che vietano l'esercizio del gioco d'azzardo, rispondendo così all'interesse della collettività di vedere tutelati la sicurezza e l'ordine pubblico". Inoltre, ricorda, le 4 case da gioco, rappresentate dall'organizzazione, "stanno attraversando una congiuntura negativa, dovuta alla crisi economica e a una progressiva trasformazione del mondo del gioco".Critica infine anche la Fipe-Confcommercio, secondo la quale i casinò potrebbero generare al massimo lo 0,5% in più di presenze l'anno. E poi, paventa, se il provvedimento dovesse essere approvato "in Italia potrebbero aprire oltre 230 case da gioco a macchia di leopardo sul territorio, senza alcun nesso con il turismo".Saranno al massimo 10-15 le case da gioco che nel prossimo futuro verranno aperte negli alberghi a 5 stelle, ha detto il ministro Brambilla. ''Questa proposta, contenuta in un dl, è stata portata avanti - ha spiegato il ministro - per affrontare meglio i competitor turistici del nostro paese''. Il progetto sui casinò, ha aggiunto il ministro, ''è importante anche perchè mette mano ad una situazione anomala,visto che al momento nel nostro paese i 4 casinò attivi sono ubicati tutti al nord''.

martedì 20 ottobre 2009

PUNTA RAISI: UN AEROPORTO PER LA MAFIA/1

[NUBI DI FIATO RAPPRESO S'ADDENSANO SUGLI OCCHI DI UNO STANCO SCORRERE DI OMBRE E DI RICORDI: UNA FESTA, UN FRUSCIARE DI GONNE, UNO SGUARDO, DUE OCCHI DI RUGIADA, UN SORRISO, UN NOME DI DONNA: AMORE NON NE AVREMO. Giuseppe Impastato]
Intitolare l’aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino è stato un errore che ha danneggiato l’immagine della Sicilia e il turismo. E' l’opinione di Gianfranco Miccichè. Ad esempio — ha osservato Miccichè — se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l’immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell’aeroporto». A prescindere da come si possa chiamare un aeroporto, il passeggero vuole servizi efficienti ,senza chiacchere e distintivo. A Punta Raisi i servizi sono pessimi, carissimi e limitati nella giornata. I familiari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, secondo noi, dovrebbero citare per danni morali la Gesap. Due uomini come Borsellino e Falcone, che per anni hanno lottato per ridare legalità e dignità a tutta la Sicilia non si meritavano questa offesa. L'aeroporto internazionale di Palermo dal 1995 ha assunto il nome ufficiale di Falcone e Borsellino. In precedenza era denominato Punta Raisi: denominazione con la quale è conosciuto ancora comunemente e con la quale viene indicato nel linguaggio familiare di molti siciliani. Il nome Punta Raisi è stato mantenuto ma solo per indicare la fermata della metropolitana che si trova sotto la struttura aeroportuale principale. La storia dell'aeroporto nasce nel 1953, anche se la sua apertura ufficiale è del 1960, in quell'anno, infatti, viene fondata la società Consorzio Autonomo per l'Aeroporto di Palermo per sostituire l'allora scalo cittadino, l'aeroporto di Boccadifalco, che all'epoca era il terzo scalo nazionale e non era più adeguato alle esigenze di traffico cittadine ed al sempre più pressante richiesta di voli nazionali ed internazionali. L'aeroporto in realtà doveva sorgere nell'area compresa tra Aspra ed Acqua dei Corsari nella zona Sud della città, il consorzio autonomamente decise invece di costruirlo a Cinisi in opposizione a tutti i tecnici che avevano dato parere negativo. Ma,è risaputo, in Sicilia il cucchiaino è d'argento, il silenzio è d'oro, i pallettoni sono di piombo e la bara è di zinco. E i consigli della mafia di Cinisi, in quel periodo, erano ordini. Nel 1956 viene presentato il progetto esecutivo alla presenza del Presidente della Regione, successivamente il progetto viene presentato a Roma al ministero dei trasporti, a questo punto può iniziare l'iter per la costruzione della struttura. Il progetto originale contava due piste parallele, una di rullaggio ed una strumentale, l'opera venne inaugurata all'inizio del 1960. Subito vennero a galla alcuni problemi, per esempio la presenza di forti venti meridionali (Scirocco) che condizionavano partenze ed atterraggi, per questa ragione venne progettata un'ulteriore pista trasversale rispetto alle altre due. Nel 1995 venne inaugurata la nuova aerostazione a poca distanza dalla precedente che da allora viene utilizzata per motivi di servizio, dal 2007 parte della vecchia aerostazione è stata modificata per accogliere il servizio di rent a car. Nel 2001 è stata aperta e resa operativa la stazione ferroviaria posta al piano -1 dell'aerostazione, la linea la collega direttamente al centro cittadino attraverso il passante ferroviario urbano. L'aeroporto è il nono scalo italiano per numero di passeggeri (2007). Sono previste operazioni di ampliamento e ammodernamento. Gesap, la società di gestione aeroportuale del capoluogo siciliano, ha messo a punto un piano di sviluppo che prevede finanziamenti finalizzati all'incremento della sicurezza nel terminal, l'ampliamento dell'attuale area di imbarco-sosta a una superficie di 15000 m², 10000 m² per le aree commerciali, 14000 m² per gli spazi operativi delle compagnie aeree, ampliamento della seconda pista, 7000 posti auto, nuove vie di accesso all'aeroporto. È previsto un allungamento verso il mare della pista 02/20 per uniformarla in lunghezza alla pista 07/25. Verranno inoltre create nuove ed ampie aree commerciali, un albergo, un centro congressi da circa 2000 posti e un molo che collegherà l'aerostazione direttamente agli aliscafi. [continua]

domenica 18 ottobre 2009

Imputato Berlusconi/7

[La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Art. 9 della costituzione italiana]
Se Silvio non avesse pagato, suo figlio sarebbe stato rapito e ucciso. (...) Arrivarono anche delle telefonate anonime. Berlusconi allora si allarmò. Eravamo ormai nel periodo estivo e così lui decise di andare all’estero con tutta la famiglia. Gli organizzai un viaggio in Spagna». Nelle dichiarazioni Sue e di Dell’Utri gli anni non corrispondono perfettamente: Lei, nell’intervista al Corriere, colloca le minacce e la «fuga» in Spagna quando Pier Silvio aveva cinque anni, quindi nel 1973; Dell’Utri nel 1975. In ogni caso, entrambi avete confermato che nella prima metà degli anni Settanta la famiglia Berlusconi era sotto il tiro della mafia. Ed entrambi avete ammesso che non furono denunciate né le minacce, né gli attentati. Nel caso della bomba di via Rovani, addirittura, l’indagine di polizia viene depistata, poiché Lei non informa che la palazzina è di Sua proprietà, ma lascia credere che appartenga alla «Società Generale Attrezzature gestita da Walter Donati»: così è scritto in un rapporto della Direzione centrale della polizia criminale (la Sogeat vendeva gli immobili di Milano 2 e Donati, come abbiamo visto, non è che uno dei Suoi tanti prestanome). È legittimo dunque almeno ipotizzare che, poiché i «problemi» c’erano, furono risolti in altro modo, magari attraverso contatti diretti con i siciliani. È certo, invece, che Dell’Utri manteneva rapporti con i boss: è costretto egli stesso ad ammettere di aver partecipato, per esempio, alla festa per il compleanno di Antonino Calderone, il 24 ottobre 1976, al ristorante milanese Le colline pistoiesi, con presenti, oltre a Vittorio Mangano, i fratelli Nino e Tanino Grado. Pensi: quel Nino Grado che, secondo Mutolo, L’aveva pedinata in vista di un sequestro. Ormai oltrepassata la metà degli anni Settanta, Cosa nostra è entrata alla grande nel business della droga e proprio i fratelli Grado sono protagonisti di un traffico d’eroina che dalla Turchia passa per Palermo e Milano, per essere poi indirizzata verso l’immenso mercato americano. Dell’Utri frequenta anche Ilario Legnaro, capofila di una cordata di mafiosi catanesi che, in competizione questa volta con i palermitani, dà l’assalto (a suon di tangenti pagate ai politici democristiani e socialisti) ai casinò del nord Italia. Il contatto emerge per una sfortunata coincidenza: Dell’Utri è a casa di Legnaro l’11 novembre 1983, quando la polizia vi irrompe a sorpresa e arresta il catanese per associazione mafiosa, identificando anche i suoi ospiti, tra cui Dell’Utri. Il Suo collaboratore ammette di aver sempre mantenuto un buon rapporto anche con Mangano. Gaspare Mutolo, a questo proposito, riferisce: «Mentre eravamo in carcere assieme, Vittorio Mangano mi disse che alcune somme provenienti da Pippo Calò, Salvatore Riina, Ugo Martello e Pippo Bono erano state investite a Milano da parte di Dell’Utri, che veniva considerato una persona seria, cioè affidabile ai fini della nostra organizzazione. Sempre Mangano mi disse che in passato Dell’Utri era stato vicino a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti». Secondo Filippo Alberto Rapisarda, un discusso finanziere proveniente dalla Sicilia che fin dagli anni Sessanta è nel giro dei siciliani attivi a Milano, Lei avrebbe incontrato personalmente addirittura il capo dei capi di Cosa nostra, Stefano Bontate. Rapisarda racconta nel 1987 al giudice istruttore di Milano Giorgio Della Lucia: «Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell’Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell’Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano dieci miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell’Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città, e avevo anche firmato un contratto con due consulenti che ci avevano insegnato tutto sul sistema pubblicitario... Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell’Utri faceva la spia per Berlusconi». Di certo in quegli anni Dell’Utri fa la spola tra Rapisarda e Lei: dopo aver lavorato per il primo, viene da Lei come assistente; torna per un breve periodo da Rapisarda, per poi passare definitivamente al gruppo Fininvest. Rapisarda ha ripetuto i suoi racconti, con dovizia di particolari, anche a chi scrive, aggiungendo di aver visto con i suoi occhi, nell’ufficio del suo dipendente Dell’Utri in via Chiaravalle (nel grande palazzo antico al centro di Milano dove ancora oggi Rapisarda abita), Bontate in persona che rovesciava borse piene di soldi da investire nelle tv. Nel 1998, poi, Rapisarda ha confermato gran parte delle sue accuse a Dell’Utri anche al processo di Palermo in cui Marcello Dell’Utri è imputato per mafia. Ma è attendibile il finanziere che, in maniera ondivaga, ha più volte strappato e poi ricucito i rapporti con Lei e Dell’Utri? Di certo, una almeno parziale conferma alle parole di Rapisarda arriva comunque da un collaboratore di giustizia considerato particolarmente attendibile, Antonino Giuffé, braccio destro dell’ultimo capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano: «Con la scusa di andare a trovare Mangano» – racconta Giuffré nell’udienza del 7 gennaio 2003 del processo Dell’Utri – Stefano Bontate si era spostato da Palermo a Milano per incontrare, ad Arcore, l’imprenditore emergente Silvio Berlusconi. Nessun giornale italiano (tranne l’Unità di Furio Colombo) dà rilievo alla testimonianza. Commenta il New York Times: «In molti Paesi accuse di tale serietà potrebbero quantomeno condurre a voci di un imminente crollo del governo, ma in Italia sono a malapena registrate (...). Decenni di accuse sull’influenza della mafia sulla politica italiana, alcune reali, altre immaginate, hanno intorpidito gli italiani a tal punto che i quotidiani danno più spazio alle notizie sul maltempo». Certo è che Lei subisce la sua prima inchiesta giudiziaria proprio per i possibili rapporti con la criminalità organizzata: nell’ambito di un’indagine su droga e riciclaggio di soldi sporchi, nel lontano 1983 Le vengono posti sotto controllo i telefoni. In un rapporto della Guardia di finanza dell’epoca si legge: «È stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero...». L’indagine, condotta inizialmente dal magistrato milanese Giorgio Della Lucia (poi imputato per corruzione insieme al finanziere Rapisarda) non trovò alcun elemento penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata dal gip Anna Cappelli. Ma davvero negli anni Ottanta Lei ha intrattenuto rapporti d’affari con il faccendiere sardo Flavio Carboni, a sua volta in contatto con ambienti della criminalità organizzata romana, come ampiamente documentato dalla Commissione parlamentare sulla P2 presieduta da Tina Anselmi. Alcune testimonianze che provengono dall’interno di Cosa nostra sostengono – ma forse è una leggenda – che Lei sarebbe stato beneficiato da uno scherzo del destino: Bontate viene ucciso nel 1981 dai corleonesi di Riina, che dopo una guerra di mafia con i palermitani con centinaia di morti, si impossessano di Cosa nostra. Che fine fanno i capitali accumulati dal capo palermitano? Risponde Gioacchino Pennino, mafioso e politico, poi diventato collaboratore di giustizia: «L’enorme patrimonio accumulato da Bontate e dal suo gruppo è ipotizzabile che sia rimasto nelle mani di chi lo aveva gestito e perciò, secondo quanto io ho appreso dall’avvocato Gaetano Zarcone, nelle mani di Berlusconi e dei fratelli Dell’Utri». Pennino è convinto di un preciso interesse di Cosa nostra per le Sue tv: «Mi sembra evidente come da sempre i vertici di Cosa nostra si siano resi conto dell’importanza del controllo dei mezzi d’informazione. (...) Ritengo che l’acquisizione, già avviata, di alcune emittenti televisive in Sicilia (mi pare due) sia stata portata a compimento da Berlusconi e Marcello Dell’Utri». Sui rapporti tra Lei e Cosa nostra, negli anni si sono accumulate negli archivi moltissime testimonianze, ben più numerose di quelle qui riportate: una gran mole di materiali, come gli oggetti rilasciati dalle onde che si depositano sulle spiagge. Alcuni punti fermi ci sono. La Banca Rasini era certamente utilizzata dai siciliani a Milano. Certe sono le pressioni mafiose su di Lei nei primi anni Settanta, gli attentati e le minacce di sequestro. Certo è che la Sua risposta fu «privata»: l’apertura di contatti con alcuni siciliani (certamente Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano). In seguito, i contatti con la «filiale» milanese di Cosa nostra, inizialmente mirati a evitare un rapimento e a proteggere la famiglia, potrebbero essere diventati più solidi rapporti d’affari: Lei, imprenditore pieno d’idee ma privo di capitali propri, sostenuto come tanti, al Nord, dalla fiducia nel motto «pecunia non olet», potrebbe aver accettato finanziamenti anche da investitori particolari quali i boss mafiosi. [continua]

sabato 17 ottobre 2009

COLPO GROSSO ALLA GESAP

[RUBA UN PEZZO DI LEGNO E TI CHIAMANO LADRO; RUBA UN REGNO E TI CHIAMANO DUCA. Chuang Tzu]

La notte scorsa è stato rubato a Punta Raisi il mezzo per la rimozione delle macchine in sosta vietata. Fatto gravissimo e mai successo prima, ma che ha indotto il personale che lavora in aeroporto a commentare: "si ruba a casa del ladro". La Gesap che è sempre stata "forte con i deboli e debole con i forti" non si aspettava un affronto del genere, subire un furto, ma chi l'avrebbe mai detto. Questi ladri, al di là del fatto deprecabile, ci fanno simpatia e hanno la nostra divertita condanna.

LA GESIP SALVA LO SKIPPER DI CAMMARATA

[IL DUBBIO NON SI INSINUA MAI NELLA MENTE DEL FANATICO. Afif Lakhdar]
Se l’è cavata con tre giorni di sospensione Franco Alioto, lo skipper della barca della famiglia del sindaco di Palermo Diego Cammarata che, proprio per occuparsi dello yacht (si chiama “Molla 2”), ha "mollato" il posto di lavoro. Ma se l’assenteista Alioto andava licenziato in tronco cosa bisognerebbe fare con il sindaco di questa disgraziata città? Vera e propria disgrazia politica e amministrativa. Alla faccia del ministro Brunetta che sta lottando contro i fannulloni della pubblica amministrazione. Alioto andava licenziato insieme al suo complice Cammarata. Così ha deciso il consiglio di amministrazione della Gesip, la società a intero capitale pubblico (appartiene proprio al Comune) nella quale Alioto è stato assunto su segnalazione di Cammarata. Allo skipper sono stati contestati 21 giorni di assenza ingiustificata: dal 1° al 21 settembre. Il cda presieduto da Pippo Enea (Udc), ex assessore della giunta Cammarata, e composto da Stefano Mangano, ex segretario particolare del sindaco, e da Giuseppe Filippazzo, in quota An, pur giudicando «grave» il comportamento di Alioto, ha ritenuto rilevante il fatto che il dipendente dal momento dell’assunzione a oggi non ha mai subito alcun provvedimento disciplinare e anzi è stato meritevole di ben due promozioni. Così il consiglio ha ritenuto «proporzionata, rispetto alla condotta addebitata al lavoratore, l’applicazione della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per tre giorni». Si tratta della sanzione massima, prima del licenziamento, che il contratto del comparto prevede per i lavoratori. Alioto, che non ha mai avuto il badge, consegnava il foglio delle presenze alla fine della settimana. Il caso era stato sollevato da “Striscia la notizia”.

Imputato Berlusconi/6

[Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. art. 8 della costituzione italiana]
È siciliano Luigi Aldrighetti, nato a Palermo nel 1935, amministratore della Compagnia Fiduciaria Nazionale spa, che almeno in due occasioni conferisce denaro alle Sue società. Fa entrare soldi nella Fininvest Roma, come dimostrato da una traccia rimasta nel bilancio Fininvest 1980: «Titoli in amministrazione fiduciaria presso Compagnia Fiduciaria Nazionale di Milano nostra partecipazione 50 per cento, lire 19 miliardi». Ed entra in una delle operazioni finanziarie sopra citate, realizzata attraverso il prestanome Riccardo Maltempo. Secondo una testimonianza resa alla Dia (Direzione investigativa antimafia) di Palermo (di cui però non è stato possibile provare l’attendibilità), la Compagnia Fiduciaria Nazionale, che aveva sede a Milano in Galleria De Cristoforis, avrebbe avuto rapporti finanziari spregiudicati. È siciliano Giovanni Dal Santo, nato a Caltanissetta nel 1920. Ebbe ruoli importanti nelle Sue società in momenti cruciali: nella Milano 3 srl quando acquista i Cantieri Riuniti Milanesi da Palina realizzando una miracolosa plusvalenza; nell’Immobiliare Idra quando compra villa San Martino; nell’Istifi (di fatto la banca interna del gruppo Fininvest), di cui è stato il primo presidente e amministratore delegato dal 1976 al gennaio 1978; ed è lui a riciclare, nel marzo 1979, 2 miliardi di lire attraverso Saf e Coriasco. È lui, poi, che scende da Milano in Sicilia ad acquisire le antenne necessarie per costituire i Suoi network televisivi: non senza contatti con personaggi e ambienti mafiosi, come documenta il rapporto stilato per la procura di Palermo dal maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro. Intrattiene rapporti – anzi, relazioni pericolose – con la Sicilia anche la Parmafid, la fiduciaria che fino al 1994 controlla quote significative delle Holding, ed esattamente il 49 per cento di Holding Italiana Prima e il 10 per cento di Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima. La Holding Italiana Prima, a sua volta, detiene il 100 per cento di Holding Italiana Sesta e Holding Italiana Settima, oltre al 51 per cento di Holding Italiana Ventiduesima. Dunque un consistente pacchetto della Fininvest è controllato, fino al 1994, dalla Parmafid. Chi c’è dietro? La risposta ufficiale è naturalmente che sia Lei a utilizzare questa fiduciaria per controllare quote delle Sue società. Il caso però vuole che non sia in buona compagnia. Parmafid infatti è una fiduciaria milanese con due soci visibili, i commercialisti Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini, dietro cui si muovono personaggi di ben altro peso: sono clienti di Parmafid, infatti, Joe Monti e Antonio Virgilio, arrestati come «colletti bianchi» della mafia a Milano nel blitz di San Valentino, il 14 febbraio 1983. Per la procura di Palermo, sono loro i veri padroni di Parmafid. Virgilio, sempre secondo la procura di Palermo, è affiliato «di Pippo e Alfredo Bono della famiglia mafiosa di Bolognetta» e «attraverso la Parmafid controllava tutto il suo gruppo imprenditoriale». Ma Monti e Virgilio, dopo essere stati condannati in primo grado e in appello come mafiosi e riciclatori a Milano dei soldi di Cosa nostra, nel 1989 sono stati salvati in Cassazione dal giudice «ammazzasentenze» Corrado Carnevale, con la curiosa motivazione che i «rapporti d’affari» con i boss di Cosa nostra «non possono essere utilizzati come prove dell’organizzazione criminale, né dell’appartenenza a essa». Ha molti clienti siciliani anche la Rasini, la banca con cui Lei compie le sue prime operazioni. È un piccolo istituto privato di credito con un unico sportello, nella centralissima piazza dei Mercanti, a un passo dal Duomo. A Milano godeva di una doppia fama: era considerata una banca efficiente, rapida e flessibile, ma anche assai spregiudicata. Il bancarottiere Michele Sindona, al noto giornalista e scrittore americano Nick Tosches, che nel 1985 gli chiedeva quali erano le banche della mafia, rispondeva: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca di piazza dei Mercanti». Certamente cliente della «piccola banca di piazza dei Mercanti», cioè della Rasini, era il boss mafioso Robertino Enea. E lo erano anche Joe Monti e Antonio Virgilio, che facevano passare per la Rasini i loro soldi – e non erano pochi. Direttamente coinvolto nelle indagini sulla mafia dei «colletti bianchi» è Antonio Vecchione, il successore di Suo padre alla direzione della Banca Rasini. Dopo il 1973, anno in cui Carlo Rasini vende la sua banca, tra i nuovi azionisti ci sono il siciliano Giuseppe Azzaretto (con il 29,3 per cento) e (con il 32,7 per cento) tre società del Liechtenstein rappresentate da Herbert Batliner. Da un processo per traffico di droga e riciclaggio celebrato negli Stati Uniti nel 1998, risulta che Batliner svolgeva ruoli finanziari per narcotrafficanti latinoamericani. Dietro la Rasini, dunque, c’erano solo i denari nascosti in Svizzera dalla buona e operosa borghesia lombarda? Per tentare di rispondere, è necessario ricordare che cosa si muove sottotraccia a Milano a partire dai primi anni Sessanta. Nella capitale lombarda si insedia una potente colonia di mafiosi siciliani, i cui affari miliardari sono descritti in alcuni rapporti stilati in quegli anni dalla Criminalpol (la polizia criminale, che si stava per la prima volta specializzando in indagini sulla criminalità organizzata). Stabili sulla piazza milanese operano i fratelli Alfredo e Pippo Bono, Ugo Martello, Robertino Enea, oltre ai «colletti bianchi» Monti e Virgilio. Si trasferiscono al Nord dalla Sicilia boss come Gaetano Carollo, Giuseppe Ciulla, Gaetano Fidanzati, Vittorio Mangano. A Milano arrivano in «missione d’affari» Joe Adonis, Stefano Bontate (in quegli anni il numero uno di Cosa nostra), Tommaso Buscetta (che a Milano apre una società di import-export). Ma sono ben 372 i mafiosi che nel decennio tra il 1961 e il 1972 vengono inviati al soggiorno obbligato in Lombardia e che vi costruiscono la prima stabile rete d’affari delle organizzazioni criminali. Fino alla metà degli anni Settanta non è ancora la droga il business prevalente di Cosa nostra, ma i sequestri di persona, le rapine, il contrabbando di tabacchi. I capitali provenienti dai riscatti e dalle altre attività illecite sono poi reinvestiti in attività imprenditoriali. I boss si trasformano in imprenditori. Ma non solo: stabiliscono una rete di rapporti con gli imprenditori «puliti». Racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo: «Il pericolo dei sequestri, allora molto frequenti, portava gli industriali a entrare in contatto con gli uomini d’onore, anzi a desiderarne la protezione. Chiaramente, una volta entrato in contatto con Cosa nostra, l’imprenditore non poteva e non può più allontanarsene e deve consentire alle varie richieste che possono venire dagli uomini d’onore con cui è in contatto. Tra queste, indubbiamente, c’è anche il reimpiego di capitali d’illecita provenienza». Anche Lei, dopo i primi successi imprenditoriali, teme per Sé e i Suoi familiari un sequestro: possibili obiettivi di rapimento sono anche Suo padre Luigi, Suo figlio Pier Silvio. Ne parla apertamente in un’intervista al Corriere, nel 1994: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio, che allora aveva cinque anni: portai la mia famiglia in Spagna e lì vissero molti mesi». Pier Silvio compie cinque anni il 28 aprile 1973, perciò almeno a quell’anno vanno fatti risalire il timore dei sequestri e le prime contromosse. Proprio in quell’anno, in effetti, Lei si ricorda di un giovane palermitano conosciuto negli anni dell’università (quindi più di dieci anni prima): si chiama Marcello Dell’Utri. Lo chiama e lo assume come assistente. L’anno successivo, Dell’Utri Le presenta un amico, Vittorio Mangano, che fa assumere come fattore presso la villa di Arcore. Mangano è un mafioso, uomo d’onore della potente famiglia palermitana di Porta Nuova. Da fattore, responsabile della gestione agricola e dei cavalli della villa, viene a vivere sotto il Suo stesso tetto. Nei primi anni Settanta Lei sembra davvero «assediato» dai siciliani sbarcati a Milano. Villa San Martino subisce alcuni furti, come ammette lo stesso Dell’Utri: «Effettivamente, nel 1974, quando Mangano stava già ad Arcore, furono rubati quadri e altri oggetti». La notte di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre del 1974, un gruppo di siciliani tenta (senza successo) di sequestrare un ospite appena uscito da villa San Martino, Luigi D’Angerio. I Suoi uffici milanesi subiscono alcuni piccoli attentati, una bomba esplode il 26 giugno 1975 in una palazzina di via Rovani, a Milano, dove Lei aveva posto la sede delle Sue società. I progetti di rapimento sono stati raccontati anche da alcuni dei siciliani coinvolti. Gaspare Mutolo ricorda che Lei, signor presidente del Consiglio, fu pedinato per settimane da Nino Grado, uomo d’onore palermitano; ma che poi arrivò il contrordine: Gaetano Fidanzati e Pippo Bono bloccarono l’operazione, annunciando che «Berlusconi è una persona intoccabile». Giuseppe Marchese, ex autista di Totò Riina, sostiene che due killer delle famiglie catanesi gli confidarono di aver progettato il sequestro di Pier Silvio, ma di essere stati fermati dai palermitani: «Noi avevamo l’intenzione di sequestrare il figlio di Berlusconi, però poi c’è stato l’intervento dei paesani vostri, i quali hanno detto che Berlusconi interessava», cioè «Cosa nostra palermitana era in rapporti tali con Berlusconi per cui costui non doveva essere in alcun modo disturbato». Lo stesso Dell’Utri ammette il pressing, confermando l’arrivo di una lettera anonima ad Arcore nei primi giorni del 1975: "Rammento solo che si trattava di una richiesta di denaro". [continua]

giovedì 15 ottobre 2009

Imputato Berlusconi/5

[La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 2 della costituzione italiana]
Il 5 marzo 1981 sui conti della Holding Italiana Prima presso la Banca Rasini piovono 3 miliardi in assegni, che escono lo stesso giorno. Il 26 marzo 1984 le Holding 1-5 e 12-13 ricevono 7,179 miliardi: arrivano in assegni della Banca Rasini, firmati da Lei. Altro finanziamento il 16 maggio: a beneficiarne, questa volta, le Holding 13-18, che ricevono 2,297 miliardi, in assegni circolari. La documentazione bancaria non dice da dove provengono tutti questi soldi, Lei non lo ha mai spiegato. Chi ha dovuto cercare di capire è Francesco Giuffrida, un funzionario della Banca d’Italia incaricato dalla procura di Palermo di compilare una relazione tecnica sui flussi finanziari delle Sue società. Sulla sua strada Giuffrida ha incontrato non poche difficoltà. Innanzitutto perché molte operazioni cruciali vengono eseguite, come abbiamo visto, «franco valuta», cioè direttamente dai titolari delle società date in gestione alle fiduciarie, senza passare dalle fiduciarie. Dunque senza lasciare tracce nei loro libri contabili. Ma le difficoltà non sono limitate a problemi tecnico-contabili. La Banca Popolare di Abbiategrasso, per esempio, dichiara «di avere disponibili gli estratti conto delle Holding per il dicembre 1978 limitatamente ad alcune Holding, infatti per 13 di esse la pellicola microfilmata risulta essersi bruciata». E la Banca Popolare di Lodi (l’istituto che nel 1991 ha incorporato la Banca Rasini) in un primo momento nega che la Rasini abbia mai «intrattenuto rapporti attivi e/o passivi» con le Holding di Berlusconi e con altre società e manager del Suo giro. Nell’anagrafe aziendale della banca, però, le società richieste sono presenti: ma catalogate sotto la curiosa voce «Servizi di parrucchieri e istituti di bellezza». Solo dopo qualche insistenza la Popolare di Lodi cambia versione e risponde che sì, «la Rasini aveva intrattenuto conti correnti con le società in esame sin dal 1978». Non solo: è in questa occasione che si scopre che le Sue Holding non erano 22, ma 38, e che a esse si aggiungevano cinque Holdifin e una Holding Elite. Quest’ultima è costituita il 22 febbraio 1979 da Roberto Massimo Filippa, che è l’amministratore unico della fiduciaria Parmafid. Al termine del suo difficile lavoro, nel 1999, analizzata tutta la documentazione disponibile, il consulente Giuffrida ha dovuto concludere che moltissime operazioni sono inspiegabili, che molti protagonisti sono senza volto. La controprova che nella Sua storia finanziaria resta sempre un fondo inaccessibile, qualcosa d’inspiegabile, viene dal Suo stesso fronte. Nel processo in cui Marcello Dell’Utri, uno dei manager a Lei più vicini, è imputato a Palermo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la difesa ha presentato una perizia di parte per spiegare finalmente tutto e diradare ogni punto oscuro. Ebbene, il perito incaricato da Dell’Utri, il docente dell’università Bocconi Paolo Iovenitti, ha dovuto ammettere in aula che neppure a lui è stata messa a disposizione tutta la documentazione: la sua perizia parte dal 1978; gli anni cruciali, tra il 1975 e il 1978, restano inspiegabilmente fuori, non sono stati esaminati. Un tocco di colore: il professor Iovenitti così racconta la nascita della Fininvest: «Contro la volontà del dottor Berlusconi, milanese verace, viene costituita a Roma e poco dopo segue un’altra Fininvest, sempre a Roma, denominata Fininvest Roma...».Come spiegare tanti misteri sulle origini delle Sue fortune? I primi soldi, quelli per realizzare i palazzi blu di via Alciati, provengono certamente dalla Banca Rasini, di cui era direttore generale Suo padre. Poi le fonti di finanziamento si fanno più oscure, ma certamente passano per la Svizzera. Una spiegazione del canale elvetico è contenuta nella Sua biografia pubblicata nel 1994 da Paolo Madron (Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer) e oggi introvabile. Una biografia autorizzata, che può essere ritenuta in qualche modo almeno semi-ufficiale: «Le città giardino di Berlusconi sono servite (...) per far rientrare le valigie di soldi a suo tempo depositate nella vicina Svizzera. Alla fine degli anni Sessanta le vie che portano al Paese degli gnomi sono intasate di spalloni che vanno a mettere al sicuro il denaro della ricca borghesia terrorizzata dai sequestri (ci provano anche con il padre di Berlusconi). (...) Il Cavaliere va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca, che hanno portato fuori tanti soldi». I Suoi primi palazzi sarebbero dunque costruiti con i capitali nascosti all’estero dalla ricca borghesia lombarda che, con la garanzia del banchiere Carlo Rasini, accetta di affidarli a Lei, giovane e promettente imprenditore, che li fa fruttare, con soddisfazione degli anonimi investitori. È una spiegazione semplice, lasciata filtrare in una biografia autorizzata, anche se mai ammessa apertamente: perché comunque getterebbe sui primi passi dell’imprenditore Berlusconi l’ombra di pesanti violazioni di leggi valutarie e societarie. Più complicato, però, spiegare i massicci finanziamenti che, dopo il 1975, piovono sulla Fininvest e sulle Holding che la controllano, senza documentazione contabile. Una prima possibilità: sono profitti da Lei realizzati in nero, un gigantesco fiume extracontabile alimentato dall’acqua dalle vendite di immobili e, in seguito, di pubblicità televisiva. Spiegazione a basso profilo d’illegalità (per quanto il falso in bilancio, le false scritture contabili, l’esportazione di capitali fossero, all’epoca, ancora reati gravi). Ma davvero il nero può spiegare l’intero afflusso di capitali che hanno nutrito le Sue società? Difficile. Come spiegare, allora, da dove vengono i soldi, o almeno parte dei soldi? Alcune piste portano in Sicilia. [continua]

PUNTA RAISI DECLASSATO DALLA CAI

[IN LONTANANZA. AIRONI COLOR ROSA E UN VULCANO APPASSITO. Anonimo]

Non più solo Roma e Milano, ma un network di aeroporti medio-grandi "in grado di servire meglio il territorio": Venezia e Torino al Nord, Napoli e Catania al Sud. Roberto Colaninno descrive così "la strategia innovativa dell'Alitalia", in occasione della firma dell'accordo con la Regione Piemonte per quattro nuovi collegamenti internazionali da Torino. "Un'intesa - sottolinea Colaninno - che dimostra quanto sia stata valida la nostra iniziativa imprenditoriale. Se Alitalia fosse andata in mano straniera, questa operazione non si sarebbe fatta e non si sarebbero assunte 14 mila persone. (L'erario però avrebbe risparmiato un bel pò di miliardi). Non siamo ancora fuori dal tunnel, ma il tempo comincia a darci ragione". Lo dimostrano anche i risultati economici, con il possibile break-even atteso per il terzo trimestre, ma anche "il buon portafoglio prenotazioni, oltre 500.000 alla settimana", e i tassi di riempimento degli aerei nei mesi estivi. "Abbiamo mezzo miliardo di euro tra cassa libera e linee di credito ad oggi non utilizzate", dice l'amministratore delegato, Rocco Sabelli che sottolinea "noi non saremo mai low cost, saremo low price", chiarisce subito Sabelli. E spiega: "é un altro modello di business che non ci interessa. Ma faremo concorrenza alle low cost”. Se tanto mi da tanto e le parole sono pietre, come diceva Levi: Sabelli parla senza sapere chi cosa parla. «Una vocina mi gira intorno all’ombelico e mi dice che ho fatto bene. E poi mi prudono le mani. È un buon segno». Scherzando Roberto Colaninno, presidente di Alitalia, ha dato sfogo al suo entusiasmo per il salvataggio della compagnia aerea della Magliana. Colaninno si spinge anche più in là e dà dei tempi: «Il piano di rilancio sarà ultimato per marzo-maggio». Probabilmente a far sentire le vocine e a rendere ottimista Colaninno sono i dati del terzo trimestre, dopo i conti deludenti dei primi sei mesi approvati martedì con una perdita operativa di 273 milioni. Da giugno a settembre il trend sembra in netto miglioramento e Alitalia potrebbe archiviare il trimestre vicina al pareggio e con un coefficiente medio di riempimento (load factor) attorno al 70%, in linea cioè con la media delle compagnie europee. Insomma la rotta potrebbe essere stata invertita rispetto a 210 milioni persi nel primo trimestre e i 63 bruciati nel secondo. Per conoscere i numeri del terzo trimestre bisognerà comunque aspettare ottobre. Vogliamo ricordare alla coppia Sabelli- Colaninno che nel periodo estivo è fisiologico un aumento dei passeggeri, anche sotto natale e per le vacanze di pasqua. Tutto questo ottimismo è esagerato, fuori luogo. Conti alla mano non dovrebbe esserci alcuna ricapitalizzazione. Al riguardo Rocco Sabelli, amministratore delegato di Alitalia, ne è convinto: «Non faremo un aumento di capitale, non ci serve. Abbiamo tutta la provvista finanziaria per il 2009 e per affrontare uno scenario anche difficile nel 2010». Il prossimo traguardo è fissato per marzo-maggio. Alitalia vuole difendere il presidio nella fascia alta del mercato e puntare con un «nuovo prodotto» a rafforzarsi nell’area delle tariffe basse. A Malpensa, dove «l’85% dei passeggeri» vola in economy. E nei piccoli aeroporti, regno delle low-cost che contano su incentivi concordati a livello locale. «Stiamo andando a prenderci quote di questo mercato», ha detto Sabelli, che ha citato gli accordi con Torino e Venezia, preannunciato progetti per Bari e Brindisi, accennato a Perugia, Catania-Comiso, Crotone e Alghero. Alitalia non avrà una sua compagnia low-cost pura. «Non può essere più cose insieme - conclude Sabelli - punta al mercato economy specializzando «il brand di Air One con una struttura di prezzo e di livello di funzionamento competitiva».

mercoledì 14 ottobre 2009

Berlusconi il nuovo caudillo

[PER BONTA' DIVINA, NEL NOSTRO PAESE ABBIAMO TRE COSE INDISCINDIBILMENTE PREZIOSE: LIBERTA' DI PAROLA, LIBERTA' DI COSCIENZA E L'ACCORTEZZA DI NON PRATICARLE MAI. Mark Twain]
Il presidente del Consiglio torna ad attaccare la stampa estera ("Sta sputtanando l'Italia"), sui giornali domenicali britannici compaiono ancora articoli e commenti molto critici. Particolarmente duro, nei confronti dell'Europa oltreché del presidente del consiglio italiano, il commento dell'Observer. Sotto il titolo "La risposta dell'Europa a Berlusconi è stata la codardia" Nick Cohen ricorda come i paesi europei abbiano superato gli anni del totalitarismo con "convenzioni sui diritti umani e trattati di pace". "Ma lo scambio non vale più. Le dittature dei nostri giorni si presentano in forme diverse, ma quella dominante è un capitalismo di stato o un'oligarchia in cui il capo controlla la cosa pubblica e le sinecure che ne derivano. Non si può parlare di dittature in senso stretto. I capi tollerano le elezioni a patto che i risultati possano essere manipolati e permettono le critiche, basta che non raggiungano le masse". Cohen sta parlando "non della Russia di Putin o del Venezuela di Chavez, ma dell'Italia di Berlusconi". I tentativi dei socialisti europei di portare a Strasburgo il tema del rotten state italiano si sono scontrati contro la mediazione dei conservatori. "Il silenzio dell'Europa democratica su Berlusconi - conclude l'Observer - mette seriamente a rischio la sua abilità di ergersi contro qualsiasi tipo di politica corrotta in Europa. Per la prima volta nella sua storia, la reputazione dell'Europa come forza del bene appare precaria". Sempre sull'Observer, una breve nota satirica legata alla vittoria del Nobel per la pace da parte di Barack Obama. Il presidente Usa, si legge nell'editoriale del domenicale, ha un'opportunità per mettere a tacere i critici: "Garantire a Berlusconi, il più perseguitato di tutti i tempi, asilo politico negli Usa. Ma perché fermarsi qui? Berlusconi dice di non sentirsi inferiore a nessuno nella storia. Un candidato per il premio Nobel 2010?". Torna sulle vicende giudiziarie del premier italiano anche il Sunday Times. In un lungo e approfondito articolo sulla sentenza Mills - l'avvocato condannato a 4 anni e mezzo per essere stato corrotto dal premier per prestare falsa testimonianza - Camilla Long ricostruisce passo passo le frequentazioni tra il premier e l'avvocato. Il quale "dovrebbe languire in un carcere italiano invece di starsene languidamente sdraiato sul divano... Dovrebbe? Chi lo sa. La giustizia italiana è così tortuosa che sembra che Mills non dovrà andare in prigione finché due appelli non siano completati... Per il momento è libero dall'amo. Forse lo stesso non si può dire del suo compare Berlusconi". Dopo la dichiarazione di incostituzionalità del Lodo Alfano, continua la giornalista britannica, "Papi tornerà processo per corruzione e truffa fiscale. O no?". Il Sunday Times rincara poi con un secondo articolo, sempre dedicato alle vicende del premier italiano: "Le speculazioni sulla sua vita privata continuano... Le sfortune politiche del generalmente esuberante Berlusconi sembra lo stiano trascinando al fondo".

lunedì 12 ottobre 2009

Quanto costa il personale Gesap?

[PIU' SI E' VICINI A CESARE PIU' SI HA PAURA. Anonimo]
Apprendiamo dal blogger 38parallelo.blogspot.com che Carmelo Scelta (direttore generale) e Giacomo Terranova (amministratore delegato) hanno una paghetta da 250.000 € a testa, Petrigni 160.000, anche Listro e La Barbera raggiungono quota 160.000 €. I costi del personale della Gesap sono pari a 14,998 milioni rispetto ai 13,494 del 2007, registrano un incremento del 11,15% (+1,5 milioni euro) riferibili alla necessità di adeguare l'organigramma aziendale ai gravosi obblighi nascenti dalla concessione di gestione totale e della realizzazione del connesso piano di investimenti. Sono stati trasformati in rapporti di lavoro a tempo indeterminato,come quadri direttivi, due consulenti di elevata specializzazione presenti nella società Gesap dal 2004 e il cui coinvolgimento è stato fondamentale per l'ottenimento degli eccellenti risultati gestionali nel passato quinquennnio. Ma quali sono questi risultati, di grazia? Come pure sono stati assunti due dirigenti, il primo, avvocato proveniente dalla P.A., con compiti di responsabilità apicale dell'area affari generali, legale e contenzioso, nonchè dell'area gestione risorse umane (nelle società gli avvocati sono tutti collaboratori esterni, senza particolari vincoli, la Gesap fa eccezione, chi sa per quale motivo), l'altro ingegnere ,proveniente da Adr, e quindi con esperienze nel più grande aeroporto italiano, è stato individuato ,per l'elevata specializzazione richiesta, a seguito di una selezione a carattere nazionale ed è andato a ricoprire l'incarico di Post Holder dell'area manutenzione infrastrutture e sistemi.

Imputato Berlusconi/4

[La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 4 della costituzione italiana]

Intanto l’assemblea Fininvest il 2 dicembre 1977 aveva deliberato un «finanziamento soci» di 16,43 miliardi (oggi sarebbero un centinaio). In realtà il denaro arriva in 25 piccole tranche, in un periodo di 17 mesi, dal 28 febbraio 1977 al 2 agosto 1978. Nessuna carta spiega la provenienza delle somme. Si sa soltanto che, dopo qualche tempo, la società restituisce quel finanziamento, attraverso assegni Banca Popolare di Abbiategrasso firmati da Giancarlo Foscale, girati in bianco da Servizio Italia e consegnati nelle mani di Giovanni Dal Santo, un uomo che compare in tanti passaggi importanti della Sua storia finanziaria. Poi partono le quattro operazioni che permettono di portare il capitale Fininvest a 52 miliardi. Il 7 dicembre 1978 è il giorno di un «giro finanziario chiuso» (ce ne sono almeno sei in questo periodo) che fa partire ben 17,98 miliardi da un ordinante sconosciuto. Questi vanno alla Fininvest «milanese», poi si dividono tra Saf e Servizio Italia, si riuniscono sui conti di zio Luigi Foscale, passano a Lei, poi alla Saf, indi alle Holding 1-19, infine alla Fininvest Roma, per poi tornare allo sconosciuto iniziale. È un giro contabile a somma zero: soldi veri non ne girano. Ma, nel circolo contabile, le fiduciarie Saf e Servizio Italia vengono rimborsate da Fininvest del finanziamento soci di 16,43 miliardi, li passano al loro rappresentante Foscale, che li dà al proprietario, cioè a Lei, che li integra con una piccola somma (540 milioni) e poi li passa alle Holding, le quali con quei soldi sottoscrivono l’aumento di capitale di 17,98 miliardi della Fininvest Roma (che, essendo una srl, può ritoccare il capitale senza l’autorizzazione del Tesoro). È l’aumento che serve ad arrivare, come abbiamo visto, ai 18 miliardi. Gli unici soldi veri che entrano nel circolo sono i 540 milioni messi da Lei di tasca Sua. Dopo la fusione tra le due Fininvest, dunque, entrano in campo le Holding. Queste, a dispetto del nome altisonante, sono semplici srl (società a responsabilità limitata): così gli aumenti di capitale si possono fare in casa, senza intrusi che vogliano guardare le carte. Sono fondate il 19 giugno 1978 a Milano da Nicla Crocitto, un’anziana casalinga abitante a Milano 2, che detiene il 90 per cento delle quote e viene nominata amministratore unico delle società, mentre il restante 10 per cento è intestato al marito, il commercialista Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini e poi Suo consulente. Capitale sociale: il minimo, 20 milioni per Holding. Tra il 4 e il 5 dicembre 1978 escono di scena i due prestanome iniziali delle Holding e arrivano, al loro posto, due fiduciarie: Saf e Parmafid. Tra il 29 giugno e il 19 dicembre 1979 alle Holding vengono compiuti robusti conferimenti, per 26 miliardi. Alla fine, il capitale sociale della Fininvest (52 miliardi) è quasi interamente controllato dalle 23 Holding (per 49,98 miliardi), tranne una piccola quota (2,02 miliardi) direttamente nelle Sue mani. Di chi sono le Holding? Mie, ha sempre risposto, anche se Lei non ha mai potuto spiegare in maniera del tutto convincente il perché di una struttura societaria tanto complicata. Accanto a 38 Holding, oltretutto, ci sono cinque Holdifin, più una Holding Elite. La moltiplicazione delle Holding serve, di nuovo, a realizzare aumenti di capitale senza che il Tesoro e la Banca d’Italia si mettano a curiosare nelle cose del Suo gruppo: se ciascuna può avere un capitale di 2 miliardi, ecco che, essendo almeno 22 o 23, il capitale può essere moltiplicato per 22 o 23 volte. Il punto è che il pagamento delle quote, comunque, avviene in contanti e dunque anche questa volta non resta alcuna traccia della provenienza di denaro. Tra il 1978 e il 1985 nelle Holding entrano 93,93 miliardi (oggi sarebbero oltre 340). Il fatidico 7 dicembre 1978, come abbiamo visto, le Holding 1-18 aumentano il capitale da 20 milioni a 1 miliardo l’una, con un afflusso di 17,98 miliardi. Nuovo amministratore unico diventa Luigi Foscale, mentre Giovanni Dal Santo è nominato sindaco. Chi versa le quote? Il fiduciante, cioè Lei, dicono le carte, ma «non risulta alcuna evidenza del movimento contabile». Il 21 marzo 1979, primo giorno di primavera, avviene un’operazione che ha per protagonista Dal Santo. La società Coriasco, controllata dalla fiduciaria Saf su mandato di Luigi Foscale, attua un aumento di capitale di 2 miliardi di lire. La transazione avviene, anche questa volta, «franco valuta»: quel giorno è Dal Santo che, con una telefonata, dà ordine alla Saf di sottoscrivere l’aumento di capitale e fa pervenire alla fiduciaria (come risulta dagli appunti rintracciati nella sede della Saf) 2 miliardi in contanti, che poi vengono versati alla Cariplo e alla Banca Popolare di Novara, in cambio di due assegni circolari per 2 miliardi. La Saf li gira alla Coriasco, che così ufficialmente ha aumentato il suo capitale attraverso l’ingresso di due assegni, anche se in realtà l’operazione è avvenuta per contanti: Dal Santo, il primo giorno di primavera del 1979, attraverso Coriasco ha riciclato 2 miliardi di lire di cui si ignora la provenienza. Il 29 giugno 1979 nelle Holding entrano 6 miliardi, per l’aumento di capitale delle Holding 1-6. Arrivano da due fonti: 4,8 miliardi da un soggetto non identificato; e 1,2 miliardi dalla Fiduciaria Padana (una società riconducibile al gruppo Berlusconi) che li riceve da Fininvest Roma in cambio di tre società fiduciariamente gestite da Riccardo Maltempo (un prestanome che lavorava in un’officina meccanica) e rappresentate da Giovanni Dal Santo. Il 4 ottobre 1979 scatta l’operazione Ponte: arrivano 11 miliardi alle Holding 7-17, come prestito obbligazionario. I soldi partono dalla Ponte srl, passano per Saf, Holding 7-17, Fininvest, Italiana Centro Ingrosso srl, e con cinque giroconti ritornano alla società Ponte, rappresentata da Enrico Porrà, un invalido di 75 anni colpito da ictus. Porrà risulta essere il titolare di altre sei o sette società, tra cui la Palina srl, una società fondata il 19 ottobre 1979 da lui e da Adriana Maranelli, una colf emiliana: altri prestanome, come il meccanico Maltempo, come la casalinga Crocitto... Porrà, quando c’è da firmare qualche documento, va dal notaio su una carrozzella spinta dai Suoi consulenti. Maranelli invece, contattata nel 2000 dai giornalisti del settimanale L’Espresso, ha dichiarato: «Fu la signora Itala Pala, presso cui ero a servizio, a chiedermi di firmare quelle carte nello studio del suo amico, il ragionier Marzorati, un consulente di Berlusconi. Mi dissero che non c’era niente di illecito e mi pagarono per farlo». Presso l’abitazione della signora Pala erano domiciliate molte società, tra cui, appunto, la Ponte e la Palina (in onore alla padrona di casa?). Proprio la Palina il 19 dicembre 1979 è al centro di una delle operazioni più misteriose e ricche della storia berlusconiana. Quel giorno infatti Palina versa 27,68 miliardi di lire (oggi sarebbero circa 120 miliardi) alla Saf, che li trasferisce alle Holding 1-5 e 18-23, che li passano alla Finivest, che li paracaduta alla Milano 3 srl, che li restituisce alla Palina. Un giro completo, e apparentemente vizioso. Con quale scopo? Anche in questo caso, è un circolo contabile chiuso. Rispetto ad altre operazioni circolari (quella del 7 dicembre 1978, quella della Ponte...), l’operazione Palina ha però una particolarità: abbiamo a disposizione qualche informazione in più. Sappiamo che i 27,68 miliardi dati alla Palina dalla Milano 3 risultano essere il pagamento di 2 mila azioni della Cantieri Riuniti Milanesi, amministrata da Marcello Dell’Utri. Una bella cifra, se si pensa che quelle stesse azioni erano state pagate dalla Palina, poche settimane prima, soltanto 4,26 miliardi: in pochi giorni, una gigantesca plusvalenza fatta in casa. Le azioni erano state acquisite in parte (400 mila azioni) dall’Unione Fiduciaria, in parte (800 mila azioni) da una fiduciaria di nome Siraf, in parte (altre 800 mila azioni) da Anna Maria Casati Stampa, la marchesina che Le aveva venduto, grazie ai buoni uffici di Cesare Previti, la villa San Martino di Arcore e grandi terreni a Cusago. Proprio per quei terreni, la marchesina era stata pagata con le azioni della Cantieri Riuniti e, quando aveva chiesto di essere liquidata, nel novembre 1979, Palina le aveva pagato 1,7 miliardi di lire e poi aveva girato quelle azioni, insieme alle altre acquisite dalla Siraf e (per 860 milioni) dall’Unione Fiduciaria, alla Milano 3, realizzando una prodigiosa moltiplicazione del loro valore, almeno sulla carta. Non ci sono sicurezze su chi ci sia dietro la Siraf, né dietro l’Unione Fiduciaria, società delle Banche Popolari. Si sa soltanto che i fissati bollati siglati da Giorgio Bergamasco, il tutore della marchesina Casati Stampa, fanno riferimento a passaggi d’azioni per 2,56 miliardi: la somma di quanto pagato ufficialmente alla marchesina più quanto dato all’Unione Fiduciaria. Ciò apre un’ipotesi: se anche le azioni vendute dall’Unione Fiduciaria fossero della marchesina, il pagamento reale dei terreni di Cusago sarebbe un po’ meno giugulatorio di quello che appare, perché ci sarebbe un’aggiunta di «nero». L’alternativa è che Anna Maria Casati Stampa, nelle mani del tutore ufficiale Giorgio Bergamasco e del tutore di fatto Cesare Previti, sia stata truffata. Come accadrà con la Sua Villa di Arcore, pagata soltanto 500 milioni: a meno che anche qui non ci fosse una consistente parte in nero. Tra il Natale 1979 e il Capodanno 1980 dalle Holding arrivano alla Fininvest altri 25 miliardi di lire (dell’epoca). Di questi, 4,3 miliardi sono versati da Lei in persona alla Saf, il resto non ha nome. [continua]

domenica 11 ottobre 2009

NON SOLO ALITALIA IN CRISI

[LA FINE DEL MONDO DIPENDE
DA DOVE METTIAMO IL CENTRO.
Carlos Franz]
La totalità delle compagnie aeree hanno chiuso il 2008 in perdita. A fronte di un settore che ha fatturato 6,5 miliardi di euro, al primo posto Alitalia che ha perso tanti di quei soldi che soltanto a pensarci ci fa sentire male. I charter sono in crisi, le low cost rivoluzionano il mercato. In Italia va anche peggio a causa dei vincoli imposti su Linate e dell'Antitrust troppo severa, oltre che per le aziende che gestiscono i vettori, fortemente personalizzate, con imprenditori che si comportano come padri padroni, in un mercato stagionale e iperframmentato.
Le quattro tratte nazionali con più concorrenza in Europa sono italiane: i collegamenti da Milano per Napoli, Catania, Palermo e Bari. In Italia dal 1999 sono rimaste a terra una dozzina di compagnie, da Minerva a Panair spa, Panair CAM, Air Sicilia, Azzurra , Gandalf, Easy Islands, Alisea Airlines, Si Fly, Federico II Airwais, National Jet Italia, Air Italy, Air Industria, Med Airlines, senza contare il crac Air Europe-Volare, MyAir, Alpi Eagles ... Per mettere segni più, c'è chi fa leaseback, ovvero vende i motori e poi li noleggia. Chi ha quote azionarie importanti negli aeroporti di riferimento e quindi bilancia le spese. Chi vende i terreni o la sede per fare cassa. Inoltre i vettori italiani fanno mestieri molto diversi: voli di linea (Alitalia, Air One, Meridiana), charter (Blue Panorama, Eurofly, Lauda, Livingston, Neos), low cost (My Air, Wind jet, Volare), compagnie regionali (Air Vallee, Itali Airlines, Air Dolomiti, da circa due anni della Lufthansa). Ma a qualsiasi categoria si appartenga, trasportare passeggeri non è tanto conveniente. L'Alitalia per ogni cliente fattura 21 euro in meno di quanto le costi farlo volare. La Wind Jet spende 91 euro e ne incassa 85. L'Eurofly perde 3 euro a passeggero e la Livingston 10. La My Way, società che vola con il marchio MyAir, fattura per ogni passeggero 16 euro meno di quanto le costi trasportarlo e il risultato si è visto a metà estate con la chiusura per fallimento. Blue Panorama è nata nel 1998 come charter, ora ha destinato due aerei (e un investimento iniziale di 9 milioni di euro) alla neonata low cost Blue Express.