venerdì 31 luglio 2009

AUMENTA OFFERTA AFFITTI, MA CANONE MEDIO 1.000 EURO

[I figli non sono stelle e nemmeno desideri, sono il sogno che si fa vivoall'improvviso. Muin Masri]
L'offerta di abitazioni in affitto è sempre più ampia, ma il livello dei canoni rimane ancora troppo alto per la capacità di reddito di molte famiglie. Nei grandi centri urbani il canone medio arriva persino a superare i 1.000 euro, con punte di 2.000 euro a Venezia e Milano. E' quanto emerge da un'indagine condotta dal Sunia, il sindacato degli inquilini, che critica il Piano casa e chiede al Governo di ridurre il livello degli affitti. L'offerta di affitto è aumentata a seguito degli investimenti sul mattone degli ultimi anni, evidenzia il Sunia, precisando che, in particolare, crescono le offerte per alloggi di taglio minore (monolocali e bilocali rappresentano il 60% delle offerte contro il 56% della precedente rilevazione, i trilocali il 35% contro il 32%) situati in zone periferiche (il 54% contro il precedente 47%). Contemporaneamente, però, non si riduce il livello dei canoni: per una casa di circa 80 mq. nei grandi centri urbani il canone medio nel primo semestre 2009 è risultato pari a 1.030 euro mensili. Nel 2008 il canone medio per lo stesso tipo di abitazione nei centri urbani è stato pari a 740 euro al mese in base ai contratti registrati, ma di 1.100 euro secondo le offerte di mercato. Tra il 1999 e il 2008 i canoni rilevati sono aumentati in media del 150% con punte più alte nei grandi centri urbani. Roma, Milano e Venezia figurano tra le città dove gli affitti sono più cari, mentre Bari, Palermo e Catania registrano i canoni più bassi: se per un monolocale il canone oscilla da un minimo di 360 euro al mese a Bari ad un massimo di 1.100 euro a Roma, per un trilocale si va dai 750 euro di Catania e Palermo ai 2.000 euro di Milano. Il livello medio dei canoni dei contratti sottoscritti negli ultimi anni, tuttavia, secondo il Sunia, è incompatibile per famiglie con redditi annui netti inferiori a 20.000 euro (il 77,1% delle famiglie in affitto), mentre le attuali offerte del mercato privato incontrano la domanda solo nel caso di redditi superiori a 35.000 euro annui (solo il 3,3% delle famiglie in affitto ha un reddito di oltre 30 mila euro). Di fronte a questa realtà "annunciare criticabili piani casa assume il sapore di una beffa per l'esiguità dei finanziamenti", afferma il segretario generale del Sunia, Franco Chiriaco, che sottolinea la necessità che "il Governo apra al più presto un tavolo di confronto per mettere mano alla riforma del regime delle locazioni". Dal canto suo la Confedilizia osserva che "proprietari e inquilini hanno oggi un avversario unico, che è il famelico fisco, soprattutto locale": se in dieci anni i tributi locali sono aumentati di quasi il 120% e i proprietari si sono limitati a richiedere aumenti del 150% circa - osserva - "i canoni reali si saranno attestati su una misura tale da coprire sì e no l'aumento delle tasse".

B.A.,solo noccioline a bordo

[Nulla mi ha impedito di leggere i padridel deserto, mungere le mie capre e ubriacarmi con i boccioli. Andrzej Stasiuk]
Basta sandwich a bordo: per colmare eventuali languori durante i voli a breve e medio raggio è sufficiente un pacchetto di noccioline. E oltretutto, in questo modo si riescono a risparmiare fino a 36 milioni di euro ogni anno. Ne è convinta la British Airways, uno dei colossi del trasporto aereo mondiale, che suo malgrado è costretta ad adeguarsi alla linea già adottata da molte compagnie aeree nazionali che, nei tragitti a durata limitata, hanno già da tempo ridotto all'osso il catering offerto ai passeggeri. La compagnia aerea britannica ha deciso che da lunedì su tutti i voli inferiori alle due ore e mezza non saranno più distribuiti panini ai viaggiatori. La misura è stata presa dal vertice della compagnia per fare fronte alla crisi e rientra in un piano generale di riduzione dei costi che prevede tra l'altro anche una riduzione degli organici. Quello dei sandwich era considerato evidentemente un lusso che in tempi di vacche magre non ci si può più permettere. La società minimizza: «Non è così insolito effettuare piccoli cambiamenti che aiutano ad evitare rifiuti inutili e a risparmiare denaro, soprattutto quando questo avviene su cose che hanno un senso e quando si incontrano le esigenze dei clienti». La British ha infatti condotto un sondaggio tra i propri utenti e dall'indagine è emerso che la gran parte di loro avrebbe detto di non sentire particolarmente l'esigenza di un mini-pasto sui voli di breve durata. Quindi, tanto vale farne a meno, soprattutto se poi i panini vengono mangiati controvoglia o lasciati a metà. Del resto, fa ancora notare la compagnia, «il servizio catering a bordo dei nostri aerei è di livello top e, a differenza di altri vettori, è completamente gratuito». Sarà, ma quel che è certo è che si riduce ulteriormente la differenza di trattamento a bordo tra le compagnie tradizionali e quelle low cost. Ryanair e EasyJet, i due principali competitors del settore economico a livello europeo, non prevedono la distribuzione gratuita snack o bevande e i passeggeri che desiderano bere qualcosa o consumare uno spuntino durante il volo sono costretti a pagare per bibite e cibarie. I prezzi non sono popolari (un caffé costa 2 euro, una bibita 3, un panino 4), ma si tratta di un sovrapprezzo volontario e comunque compensato dal minore costo del biglietto. La British ha in ogni caso previsto un'eccezione: quella della colazione. Chi prenderà un volo prima delle dieci del mattino continuerà a ricevere il tradizionale croissant accompagnato da bevanda calda. Intanto un'inchiesta del New York Times spiega come sempre più compagnie stiano cercando di recuperare denaro svendendo i posti in business e first class, i più redditizi ma al tempo stesso quelli che hanno risentito maggiormente della crisi. Il quotidiano cita un rapporto dell'International air transport association secondo cui tra il maggio 2008 e quello di quest'anno si è registrato un calo del 26% nella domanda dei cosiddetti «premium seats», le postazioni con poltrona-letto, postazione di lavoro e servizio catering à la carte particolarmente richieste dai manager per le trasvolate intercontinentali. Il giornale cita alcuni esempi: con Air Canada è possibile trovare posti su voli tra Los Angeles e Shangai per 3.500 dollari, quando lo stesso biglietto veniva venduto un anno fa tranquillamente a 15 mila dollari. Oppure sul New York-Londra nella Club World Cabin della British a 2.544 dollari a fronte dei precedenti 11 mila già ridotti da tempo a 7.500. Per non parlare dei 1.300 dollari per l'andata e ritorno in business tra New York e Amsterdam con OpenSkies (una controllata di British) durante il periodo estivo. Le compagnie propongono sempre più biglietti a prezzi stracciati da vendere con la formula del last minute e non di rado i viaggiatori vengono contattati prima della partenza per sapere se vogliono con un'aggiunta di poche centinaia di euro fare l'upgrade del loro biglietto economy.

Aiuto, affonda il sughero

[Forse i poeti bisognerebbe conoscerli bene o non conoscerli affatto. Nick Hornoby]
Quasi un miliardo e mezzo di bottiglie rovinate ogni anno dall'odore di tappo, causato da una muffa che si diffonde fra le querce. I produttori si chiedono: che senso ha affinare il vino con selezione di uve e invecchiamento se poi il risultato è disastroso? Ma ricorrere al sintetico può compromettere il delicato ecosistema di alcune delle più antiche foreste europee. Il matrimonio secolare tra il sughero e vino affronta oggi la sua prima vera crisi dopo secoli. I tradizionali tappi di sughero, usati dal 1660 per imbottigliare vini, spumanti e champagne, sono infatti minacciati dalla rapida diffusione di un temibile concorrente: i sintetici. Un solo colpevole fragilizza ed emargina l'antico e nobile materiale: il 2,4,6 Tricloroanisole, chiamato più semplicemente 246-Tca. Si tratta di un fungo che si sviluppa alla base della quercia da sughero durante la crescita della pianta, una ...Quasi un miliardo e mezzo di bottiglie rovinate ogni anno dall'odore di tappo, causato da una muffa che si diffonde fra le querce. I produttori si chiedono: che senso ha affinare il vino con selezione di uve e invecchiamento se poi il risultato è disastroso? Ma ricorrere al sintetico può compromettere il delicato ecosistema di alcune delle più antiche foreste europee. Il matrimonio secolare tra il sughero e vino affronta oggi la sua prima vera crisi dopo secoli. I tradizionali tappi di sughero, usati dal 1660 per imbottigliare vini, spumanti e champagne, sono infatti minacciati dalla rapida diffusione di un temibile concorrente: i sintetici. Un solo colpevole fragilizza ed emargina l'antico e nobile materiale: il 2,4,6 Tricloroanisole, chiamato più semplicemente 246-Tca. Si tratta di un fungo che si sviluppa alla base della quercia da sughero durante la crescita della pianta, una muffa che dà al sughero un odore intenso e pungente. Secondo i rappresentanti dell'industria vinicola, circa il 10 per cento del vino imbottigliato con il sughero è "contaminato" dall'odore del tappo: 1,4 miliardi di bottiglie rovinate all'anno. E si chiedono: che senso ha affinare il vino con selezione di uve e invecchiamento se poi il risultato è disastroso per colpa del tappo? Dati confutati dall'impresa del sughero per la quale neanche l'1 per cento delle bottiglie sarebbe danneggiato per questo motivo. Secondo un sondaggio organizzato nel 2003 dal Wine Business Monthly, il 28 per cento dei produttori di vino si sono già riconvertiti ai tappi sintetici o metallici per almeno alcuni dei loro vini. E in Australia, giovane ma importante paese vitivinicolo, questa proporzione raggiunge il 35 per cento. Una tendenza rafforzata negli ultimi dieci anni che, secondo numerosi esperti, potrebbe rivoluzionare l'industria enologica, fragilizzare la sughericoltura e, soprattutto, compromettere il perfetto ma delicato ecosistema di alcune delle più antiche foreste europee. Migliaia di chilometri quadrati nella Penisola Iberica, in Sardegna, in Corsica, in Algeria e in Marocco, sono ricoperti da sugherete. Foreste estese di querce da sughero, lecci e olivi selvaggi, intercalate da pascoli, dove le piante, aiutate da un clima particolare - estati calde e secche e inverni umidi e freddi - crescono rigogliose. Un habitat ideale per specie in via di estinzione, piante rare e una biodiversità da preservare. Solo la Spagna e il Portogallo offrono 7.250 chilometri di queste foreste, più della metà di tutte le sugherete del mondo e tre quarti della produzione mondiale di sughero. In questi boschi sopravvivono, secondo il Wwf, le ultime 150 linci iberiche, 130 acquile imperiali, più di 140 specie di piante aromatiche dalle proprietà medicinali e un'infinita varietà di funghi. Rappresentano anche i polmoni dell'Europa, assorbendo da anni un sessantesimo delle emissioni di CO2 del continente. Se la sughericoltura europea dovesse affrontare una crisi veramente destabilizzante, queste foreste potrebbero progressivamente scomparire, sostituite da ulteriori pascoli e terreni coltivabili. Eppure, il sughero non serve solo all'industria enologica. Usato dagli antichi egizi per rivestire i sarcofagi o dagli abitanti dell'Antica Roma per le suole dei loro sandali e i tetti delle ville patrizie, il sughero è un meraviglioso materiale reciclabile, biodegradabile, leggero e impermeabile. Viene ancora usato per l'industria meccanica, calzaturiera e automobilistica. È un composto ideale per numerose applicazioni industriali, un perfetto isolante termico e acustico, viene utilizzato per foderare pareti, pavimenti e costruire galleggianti e guarnizioni. Davanti alla concorrenza dei tappi sintetici e di ferro, l'industria del sughero ha messo a punto delle strategie per migliorare ulteriormente il suo prodotto, combattere il 246-Tca e diminuire la capacità di contaminazione del materiale sui vini. L'Ue ha inoltre cercato d'affrontare il problema finanziando il rinnovamento di circa 100 mila ettari di foresta da sughero in Sardegna e nella Penisola Iberica; 25 milioni di nuove quercie sono state piantate per salvare l'ecosistema di questi boschi e lo storico ma ormai delicato connubio tra sughero e vino.

Cova la rivolta in Iran

[Quando si è il potere,la difficoltà maggiore sta nel mantenere una condotta coerente ... Ernesto Che Guevara]
La polizia iraniana è intervenuta contro circa 3 mila sostenitori dell'opposizione radunatisi nel pomeriggio al Grande Mossala di Teheran dove le autorità avevano vietato una commemorazione delle vittime delle violenze post-elettorali. Lo hanno riferito alcuni testimoni stando ai quali alcuni cassonetti sono stati dati alle fiamme dai dimostranti. I manifestanti intendevano commemorare le vittime delle violenze post-elettorali ma le autorità avevano vietato qualsiasi raduno. "Ho visto la polizia arrestare diverse persone sulla via Abbas Abad", ha detto un testimone alla agenzia Reuters. Altri agenti hanno rotto i finestrini delle auto che, in appoggio ai manifestanti e allo stesso Moussavi, procedevano a clacson spiegato. "Ci sono stati scontri molto violenti - ha detto un altro testimone - agenti in borghese hanno colpito i dimostranti con manganelli e bastoni e sono stati lanciati candelotti lacrimogeni". Nel primo pomeriggio la polizia era intervenuta anche nel cimitero di Teheran dove è sepolta Neda, la ragazza di 26 anni uccisa il 20 giugno durante una manifestazione e diventata il simbolo della protesta. Lo stesso Moussavi, che voleva recitare alcuni versetti del Corano sulla sua tomba, è stato allontanato dalle forze di sicurezza.Agenti della polizia anti-sommossa hanno oggi arrestato diversi sostenitori del leader dell'opposizione iraniana Mir Hossein Moussavi mentre stavano cercando di raggiungere il Grande Mossala, uno spazio aperto adibito alla preghiera nel centro di Teheran. Lo hanno riferito vari testimoni.Gli agenti sono intervenuti quando i manifestanti si trovavano sulla Vali Asr, una grande arteria di Teheran dove centinaia di automobilisti stavano procedendo a passo d'uomo e a clacson spiegati. La polizia, secondo vari testimoni, ha cercato in tutti i modi di impedire che il corteo arrivasse al Grande Mossala. "Sulla via Takht e-Tavous diversi cassonetti sono stati incendiati", ha raccontato un manifestante. Il primo vicepresidente iraniano Esfandiar Rahim Mashaie, la cui nomina da parte del presidente Mahmud Ahmadinejad ha provocato una sollevazione da parte dei conservatori per le sue posizioni favorevoli al dialogo con Israele, ha abbandonato le sue funzioni. Lo ha annunciato l'agenzia di stampa Fars. Mashaie è consuocero di Ahmadinejad."Obbedendo agli ordini della Guida suprema - ha dichiarato Mashaie secondo la Fars - non mi considero più come il primo vicepresidente, ma servirò il nostro caro popolo come potrò". La tv pubblica iraniana aveva annunciato che la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, aveva ordinato al presidente Ahmadinejad di cacciare Mashaie, la cui nomina era stata pesantemente criticata dai conservatori. Il vicepresidente dimissionario nel 2008 aveva detto che l'Iran era "amico del popolo americano e del popolo israeliano". Una posizione opposta a quella di Ahmadinejad, che ha più volte auspicato la cancellazione dello stato di Israele e ha messo in dubbio l'Olocausto. Sette persone, tra cui una donna, sono state impiccate in Iran negli ultimi giorni, secondo la stampa. Due uomini condannati a morte per omicidio sono saliti sul patibolo ieri a Isfahan; una donna è stata impiccata a Qazvin: aveva ucciso il suocero. Il suo nome e la data dell'esecuzione non sono stati resi noti. A Qom 4 uomini sono stati impiccati per violenza carnale su una ragazza. Nel 2008 per Amnesty International, ci sono state 346 esecuzioni. Un ragazzo iraniano di 18 anni, Mohammad Kamrani, è morto in stato di detenzione una settimana dopo essere stato arrestato. Era detenuto dal 9 luglio per aver partecipato a una manifestazione proibita in piazza Vali Asr. Lo scrive oggi il quotidiano riformista Etemad, a sepoltura avvenuta. Kamrani, trasferito al centro di detenzione di Kahrizak dove si trovano molti arrestati nelle proteste postelettorali, è morto all'ospedale Mehr di Teheran per cause non precisate.

giovedì 30 luglio 2009

Falla in sala macchine a Punta Raisi

[Il cuore batte con l'orologio, il cervello cervello pulsa nella strada:amore e odio,pianto e riso. Un'automobile confonde tutto:vuoto assoluto. Era di passaggio. Giuseppe Impastato]
Idiota è colui che ha progettato l'aeroporto internazionale di Punta Raisi, a Palermo. L'ennesima conferma, ad avvalorare la nostra tesi ,oggi divenuta certezza,è avvenuto intorno alle ore 11,00,presso i locali smistamento bagagli in partenza. Il sistema anti incendio è stato costruito in parallelo ai nastri che portano i bagagli. Non esiste messa in sicurezza tra bagaglio e impianto visto che i bagagli spesso sfiorano o addirittura toccano le farfalle che in caso di incendio devono erogare l'acqua. E' successo quello che solo a Punta Raisi può succedere: un bagaglio, fuori misura, ha urtato la valvola erogatrice che questa volta si è spaccata allagando tutto il locale. Grazie ai tecnici della Gesap in meno di un'ora tutto è ritornato come prima. Molte le valigie danneggiate rimaste a terra. Tra le anomalie di questa struttura nata vecchia, gestita e amministrata in maniera approssimativa, dove lo scopo principale è quello di fare sempre meno tanto lo stipendio corre lo stesso ...,andrebbe rivisto l'impianti anti incendio. Gli operai Gesap, del nastro partenze, sembrano essere mostri di bravura solo perchè fanno il loro lavoro. Questi ragazzi non meritano la Gesap, carrozzone politico clientelare, che premia i ruffiani, i sindacalisti e non ultimi i frequentatori di noti pregiudicati.

martedì 28 luglio 2009

MAFIA: 10 ANNI A EX DEPUTATO FI MERCADANTE

[Con gli esseri umani, qualche piccolo difetto di fabbrica è da considerarsi perfettamente normale. Christopher Middleton]

E' arrivata la condanna per l'ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante: i giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Bruno Fasciana, hanno inflitto al medico radiologo dieci anni e otto mesi, con l'accusa di associazione mafiosa (la richiesta dei pm era di 14 anni). Non sappiamo se il Mercadante abbia aderito al Partito delle Libertà (nel suo caso condizionata) ma oggi oggi ne avrebbe il diritto, da pregiudicato può aspirare a fare carriera. Per pronunciare la sentenza del processo "Gotha", nella parte celebrata col rito ordinario (altri imputati vengono infatti giudicati con l'abbreviato) il collegio ha impiegato sedici ore, dalle 9,45 all'1,40 della notte. Cinque in tutto le condanne, per poco piu' di 40 anni complessivi: colpevole di mafia ed estorsioni il medico Nino Cinà, che ha avuto 16 anni, in continuazione con una precedente condanna; 9 anni e 4 mesi per un'estorsione (ma è stato assolto da un'altra ipotesi) sono stati dati al capomafia di Torretta Lorenzo Di Maggio, detto Lorenzino; 6 anni poi a Bernardo Provenzano, che in questo dibattimento rispondeva di un'estorsione, derubricata in tentativo; e infine 6 mesi a Paolo Buscemi, titolare del locale 'Boca Chica', imputato di favoreggiamento per non avere ammesso di avere pagato il pizzo. Quattro gli assolti: sono Marcello Parisi, ex consigliere di circoscrizione di Forza Italia, aspirante candidato (con la sponsorizzazione dei boss) al Consiglio comunale di Palermo, e tre commercianti; e degli imprenditori imputati di favoreggiamento per non avere denunciato il pizzo: si tratta di Maurizio Buscemi, fratello di Paolo, Calogero Immordino e Vito Lo Scrudato, titolari di un'azienda di costruzioni edili, la Dau Sistemi di San Giovanni Gemini (Agrigento). I pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci avevano chiesto condanne per tutti gli imputati.

domenica 26 luglio 2009

Crolla il mercato immobiliare

[Quali erano,allora, le consolazioni del capitalismo, se mancava un pò di comfort? Hanif Kureishi]
Prosegue la fase negativa del settore immobiliare. Secondo i dati dell’Osservatorio di Nomisma presentato questa mattina a Bologna, nel primo trimestre del 2009 il numero delle compravendite di abitazioni è stato di 135.872 unità, pari a -18,7% dello stesso periodo del 2008. Secondo le previsioni dell’istituto di ricerca bolognese alla fin dell’anno le compravendite saranno pari a 600mila, il 12,5% in meno rispetto il 2008 (che ha chiuso con 686mila, il 14,9% in meno rispetto il 2007). I prezzi delle abitazioni, già calati su base annua del 3,5% (e semestrale del 2,5%) a dicembre potrebbero risultare più bassi del 6-8% rispetto all’anno precedente. Nel 2010, se verranno confermate le previsioni macroeconomiche, i prezzi potrebbero subire un’ulteriore flessione del 2-3%. Dal 2011 l’intero mercato immobiliare potrà tornare a crescere, accompagnando la crescita prevista per l’economia del Paese. La richiesta di abitazioni si riduce in maniera generalizzata, ma le indicazioni peggiori si riferiscono in particolare ad alcuni mercati del Nord (Bologna, Verona e Milano), mentre nelle città del Sud si registra una sostanziale stabilità. La domanda è per la maggior parte riferibile all’acquisto della prima casa (anche se si registra un arretramento rispetto al passato). Cresce la domanda di abitazioni che vengono acquistate per investimento: nel 2007 questo fenomeno riguardava il 12% degli acquisti, nel 2009 sfiora il 17%.Secondo Nomisma, cambia rispetto al passato la domanda - anche se debole - di abitazioni. Nel 2008 - fa notare l’istituto - i dati dell’Agenzia del Territorio mettevano in risalto che, anche se si facevano meno compravendite, quelle che si facevano erano più spiccatamente «liquide» e meno finanziarizzate rispetto al passato: nel 2007 il 49,4% delle compravendite era sostenuto da mutuo e capitale proprio, mentre l’anno successivo la quata scende al 42,7%.

ZUNINO STUDIA OFFERTA

[L'azzurro del cielo non è lo stesso dappertutto, e il sole non splende ovunque allo stesso modo. Marjane Satrapi]
La sua biografia sta tutta in un biglietto da visita. Piemontese di Nizza Monferrato, classe 1959, quindici anni fa Zunino era registrato alla Coldiretti come "vitivinicultore". Ancora minorenne, comprava e vendeva cavalli. Poi le tenute agricole. A 24 anni ha già messo da parte il primo miliardo di lire. E inizia a collezionare una miriade di ipermercati, costruiti chiavi in mano per Esselunga e Unes. Il balzo in Borsa è del 1998, quando si accaparra la Bonaparte Spa e in seguito l'Aedes, entrambe quotate. Acquista l'area di Rogoredo- Montecity, che diventerà Milano- Santa Giulia. Da allora non si ferma più. Compra palazzi a Parigi sugli Champs Elysées e il famoso Badrutt's Palace Hotel di Sankt Moritz. Rileva l'Ipi e il Lingotto dalla Fiat. Intanto completa l'operazione Milano, con due progetti di "città nella città" nientemeno che con Renzo Piano e Norman Foster, rispettivamente nell'ex area Falck di Sesto San Giovanni e nel quartiere Santa Giulia. Una cosina da 2,7 milioni di metri cubi in tutto, che ancora Maltese descrive così: "Città ideali, con grattacieli trasparenti sospesi come palafitte su immensi parchi, case ipertecnologiche, sedi universitarie, centri congressi, vivai d'impresa, moderni agorà, teatri, multisala, sistemi di trasporti e di riscaldamento a idrogeno: il Rinascimento prossimo venturo". Lui, Zunino, li definisce "i progetti urbanistici più ambiziosi mai visti in Italia dal dopoguerra". E non esagera mica: solo i pavimenti dei megappartamenti, in rovere, costano 500 euro al metro quadro. Altro che Milano- 2. Troverà 20-60 mila persone disposte a svenarsi per acquistarli? Lui giura di sì. Ma perché mai un milanese dovrebbe comprar casa da lui a Sesto San Giovanni o a due passi da Linate, per giunta pagandola tanto oro quanto pesa? "Il vero problema di Milano - sentenzia - è che attira soldi da cinque continenti, ma non persone. Gli uomini d'affari vengono, concludono e scappano". Ma ora corrono da lui: "Il 40% degli appartamenti di Santa Giulia è già prenotato da businessmen stranieri. Berlusconi vendeva sicurezza a una borghesia milanese spaventata dagli anni di piombo. Noi vendiamo un investimento e uno stile di vita ai manager internazionali". Tutto questo appartiene al passato, alla megalomania di un uomo che dopo tanti sogni, si sveglia e si rende conto che i debiti sono troppi. In coinclusione il giocattolo si è rotto, bisogna lavorare per salvare il salvabile e cosa più importante la bancarotta. Il patron di Risanamento, Luigi Zunino, e il consulente Salvatore Mancuso stanno valutando l'offerta ricevuta dalle banche creditrici. L'imprenditore dovrà decidere se accettare o no il piano proposto all'unanimità dalle 4 banche. Se Zunino, che deve risanare un debito di 3 miliardi, accetta l'operazione (500 milioni di euro) la sua posizione si diluirà al 30%. Nel 2007 la sua nomina alla Presidenza del Banco di Sicilia, con il consenso di Totò Cuffaro e le congratulazioni di Francesco Musotto, viene salutata come un evento. Ma di li a poco dovrà dimettersi. Ma il suo fondo Equinox, con sede in Lussemburgo, è presente in molte operazioni discutibili. Così Mittel, finanziaria guidata da Giovanni Bazoli (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), e il fondo Equinox di Salvatore Mancuso hanno sottoscritto un accordo con Banca Mps e Banco Popolare, creditrici di Fingruppo, per liquidare in bonis Hopa, la società della galassia del finanziere bresciano Emilio Gnutti – finito in disgrazia in seguito alla calda estate dei furbetti del quartierino, anno 2005, quando fu coinvolto nella vicenda giudiziaria delle scalate bancarie e delle intercettazioni telefoniche – e degli imprenditori a lui vicini. Qualche giorno prima di partecipare alla cordata Alitalia acquista il 65% di Air Four, compagnia aerea executive con sede a Milano.

sabato 25 luglio 2009

Arner Bank/3- La banca della Fininvest

[Silvio Berlusconi, da unto dal Signore a ... puttaniere.]
Imputato di riciclaggio nello stesso processo sui diritti tv, che ora è sospeso grazie al lodo Alfano, Del Bue si è rifiutato di rispondere alle domande dei giudici. E il suo silenzio continua a proteggere molti altri segreti. Secondo l'accusa, per nascondere i fondi neri di Berlusconi, il banchiere della Arner si sarebbe trasformato in una specie di 007. Nell'aprile 1996, mentre la polizia inglese perquisisce per la prima volta Mills, scoprendo le finanziarie off shore del sistema All Iberian, Del Bue si presenta nello studio dell'avvocato inglese e si fa consegnare tre faldoni di carte: guarda caso, quelle che riguardano Century One e Universal One. Per questo ora il banchiere svizzero è accusato anche di aver fatto sparire quei documenti così compromettenti per Berlusconi. Subito dopo averli ritirati, Del Bue ha un incontro riservatissimo, a Londra, con Mills e con un avvocato italiano della Fininvest: Giovanni Acampora. Lo stesso legale che ha poi subito due condanne definitive, insieme a Previti, per aver corrotto il giudice Vittorio Metta. Ma cosa c'entra Acampora con l'uomo della Arner? E perché Mills, appena perquisito, deve incontrare proprio quel corruttore italiano insieme al banchiere svizzero che ha fatto sparire le carte su Berlusconi? Anche a queste domande Del Bue non ha dato alcuna risposta. Di certo, però, si può dire che l'intera storia della Arner è strettamente intrecciata agli affari più segreti della galassia Fininvest. Da questa piccola banca svizzera, per cominciare, passa l'operazione che porterà i pm milanesi del pool Mani pulite a scoprire, a partire dalla prima rogatoria del maggio 1994, un enorme serbatoio di fondi neri del gruppo Fininvest: circa un miliardo di euro, nascosti da una fittissima rete di società off shore. La principale si chiama All Iberian ed è servita, tra l'altro, a finanziare segretamente il Psi di Craxi (tangenti per 21 miliardi di lire solo tra il '90 e il '92) e a fornire all'avvocato Cesare Previti i soldi per comprare i giudici romani corrotti (in particolare nel caso Mondadori). Per tutta l'inchiesta Mani pulite, però, i magistrati ignoravano l'esistenza di questa 'tesoreria occulta'. Il primo a parlarne, per quanto di sua conoscenza, è stato l'ex presidente del Torino, Gianmauro Borsano. È il 1994. Berlusconi guida il suo primo governo. Inquisito per bancarotta, Borsano rivela di aver incassato 10 miliardi di lire in nero per vendere al Milan il calciatore Gianluigi Lentini. I soldi gli erano arrivati dalla società panamense New Amsterdam, che è amministrata fiduciariamente proprio dalla Arner. Partendo dalla New Amsterdam, le inchieste giudiziarie milanesi hanno ricostruito il sistema off shore della 'Fininvest parallela'.Berlusconi, a suo tempo imputato di falso in bilancio per questi fatti, ha evitato la condanna grazie ai nuovi termini di prescrizione introdotti dalla legge varata in Parlamento dalla sua maggioranza. La Banca Arner invece, tirata in ballo a più riprese nelle indagini italiane, ha varato un riassetto in consiglio. Paolo Del Bue lascia la carica di amministratore nel 2005, ma non è chiaro se, come pare probabile, rimane ancora tra i soci di riferimento dell'istituto. Due anni dopo, anche su pressione delle autorità di vigilanza svizzere, la banca nomina un nuovo presidente di garanzia, il revisore di bilancio Adriano Vassalli.Fine della storia? Arner torna nei ranghi? Pare di no, perché il terremoto continua. E la crisi finanziaria, per una volta, non c'entra nulla. A maggio del 2008 è finito agli arresti Nicola Bravetti, direttore e socio fondatore della Arner, nonché presidente della filiale italiana fino al 2007. La Procura antimafia di Palermo lo accusa di intestazione fittizia di beni per aver aiutato l'imprenditore siciliano Francesco Zummo a far sparire alle Bahamas 13 milioni di euro. Zummo, già condannato per associazione mafiosa, stava cercando di nascondere questa somma a un sequestro della magistratura. I pm siciliani sono riusciti, caso rarissimo, a ottenere assistenza giudiziaria dal paradiso fiscale caraibico: le Bahamas hanno sequestrato i 13 milioni e spedito a Palermo l'intera documentazione. [continua]

Caos Trenitalia

[E' camminando che si fa il cammino. Antonio Machado]
L'avvicendamento del responsabile alla sicurezza di Trenitalia non ha nulla a che fare con l'incidente di Viareggio. Parola delle Ferrovie dello Stato che in una nota smentiscono l'articolo apparso oggi su 'la Repubblica' che lega alla tragedia di Viareggio la scelta di sostituire Emilio Maestrini con il suo vice Donato Carillo. La società guidata da Moretti "smentisce categoricamente" il collegamento fatto dal quotidiano romano. L'alta velocità al Nord è questione di giorni. Poco più di cento all'inaugurazione della Milano-Bologna, avverte il grande orologio davanti alla stazione di Milano Centrale. Il 14 dicembre, secondo il sito di Trenitalia, partiranno i primi treni veloci per arrivare a Bologna in un'ora contro l'ora e 42 minuti attuale, per poi proseguire verso Roma sulla vecchia rete. Ma è solo una tappa del progetto Torino-Milano-Venezia e Milano-Salerno. Le linee da 300 all'ora già in servizio sono la Roma-Salerno e la Torino-Novara. Nel 2009 saranno inaugurate la Bologna-Firenze (72 chilometri di gallerie e 20 di viadotto) e la Novara-Milano. Nel 2011 la Firenze-Roma. Nel 2013 toccherà ad altri tre collegamenti: Milano-Verona, Padova-Mestre e Verona-Padova. E dal 2011 Trenitalia o la società pubblica che verrà creata apposta per l'alta velocità dovrà competere con i privati. Come la Nuovo trasporto viaggiatori, fondata da Luca di Montezemolo, ex presidente di Confindustria, Diego Della Valle, l'industriale simbolo della scarpa italiana, e Gianni Punzo, l'imprenditore napoletano che del boss della camorra Carmine Alfieri, ha detto ai magistrati: "Pago la mia abilità di 'pattinare'. Non ho mai negato di conoscere Carmine Alfieri sin dal 1959 e che questa persona mi abbia fatto timore in un certo momento della mia vita. Non sono un eroe". Trenitalia perderà così il monopolio sulla Milano-Roma, l'unica linea davvero redditizia. Ma manterrà l'esclusiva delle perdite nel resto d'Italia. Perdite che pagheremo tutti noi cittadini: con ulteriori aiuti di Stato oppure con la soppressione dei collegamenti, il taglio di posti di lavoro e un Paese ancor più diviso. Esattamente come sta succedendo per Alitalia.Montezemolo e Punzo, se saranno capaci, si prenderanno soltanto i profitti. Perché il colossale investimento per i binari su cui correranno i loro treni rossi lo stanno sopportando le Ferrovie dello Stato, cioè tutti gli italiani che pagano le tasse. È una corsa contro il tempo. E siamo in puntuale ritardo. Nel 2001 le Fs promettevano che già nel 2006 saremmo andati da Roma a Milano in tre ore. Francesi e spagnoli sono stati più rapidi nella realizzazione dei progetti e nel contenimento dei costi. Ma Francia e Spagna, si sa, non hanno da mantenere il peso morto di mafia, 'ndrangheta e camorra e dei loro padrini che condizionano anche le grandi opere: dai subappalti alle forniture di cemento, manodopera e caporalato, in una filiera di cui alla fine si perdono i legami. Ecco le conseguenze: nel 1991 per i 204 chilometri della Roma-Napoli era stata prevista una spesa di 1.994 milioni di euro con un costo a chilometro di 9,77 milioni, nel 2007 è stato raggiunto il record di 6 mila 235 milioni, cioè 30,56 milioni a chilometro. Per l'Ave da Madrid a Barcellona, l'Alta velocidad española, l'aumento dei costi non ha superato il 30 per cento delle previsioni. Il risultato è che Trenitalia userà per l'alta velocità gran parte degli Eurostar che già circolano. La novità è un'apparecchiatura che le officine di manutenzione stanno installando sulle locomotive. Si chiama Sistema di controllo marcia treno (Scmt): una sorta di pilota automatico prodotto dalla francese Alstom, in grado di leggere segnali e velocità massima e di attivare il freno se i limiti vengono superati. Uno strumento che, stando ai programmi di Trenitalia e la preoccupazioni dei sindacati, porterà la riduzione dei macchinisti da due a uno. Ma che, secondo l'amministratore delegato Mauro Moretti, ha già rivelato un difetto di progettazione: "I due sistemi di sicurezza, uno su una locomotiva e uno sull'altro, non dialogano tra loro". È la causa degli incidenti che il 14 e il 22 luglio hanno spezzato due Eurostar senza passeggeri durante le manovre in stazione Centrale a Milano. Prova che qualcosa non va nei programmi di aggiornamento del personale o nel controllo qualità delle forniture: perché per due volte i macchinisti o i manovratori si sono dimenticati di disattivare il dispositivo nelle locomotive di coda. E quando i motori hanno trainato il treno nella direzione opposta, il pilota automatico di coda ha attivato i freni su tutte le ruote. Un braccio di ferro tra locomotive finito in pochi secondi con la rottura di un gancio tra le carrozze.

lunedì 20 luglio 2009

Arner Bank/2- I soldi di Cosa Nostra

[Il trucco è fare in modo che la gente guardi dall'altra parte. Paco Ignacio Taibo II]
Un maxi-giro di soldi targati Cosa nostra. Un sequestro da 13milioni di euro custoditi in conti correnti di "Arner Bank and Trust limited" a Nassau e nel fondo "The Pluto investment Fund" aperto nel paradiso fiscale caraibico delle Bahamas.Sono stati eseguiti nel maggio del 2008 tre ordini di custodia agli arresti domiciliari per due imprenditori di Palermo e per il funzionario di una banca svizzera. Sono questi gli sviluppi di un'inchiesta partita da Palermo e intrecciatasi con la procura del Canton Ticino. Agli arresti domiciliari sono finiti gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, 78 e 50 anni, padre e figlio (il sospetto è che abbiano riciclato soldi dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino) e il banchiere Nicola Bravetti, nato a Castel San Pietro, alla periferia di Zurigo, 73 anni, amministratore e membro della direzione generale della Banca Arner SA (sede legale in piazza Manzoni 8 a Lugano) e dirigente dell'Organo di contatto per la lotta contro il riciclaggio di denaro dell'Ufficio di controllo del Dipartimento federale delle finanze elevetiche. I provvedimenti sono stati eseguiti dalla Divisione investigativa antimafia (Dia) che ha lavorato con gli esperti dell'Ufficio italiano cambi. Bravetti è stato bloccato subito dopo il suo ingresso in Italia dove aveva un appuntamento.I due Zummo e Bravetti sono accusati di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall'aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Zummo senior, Teresa Macaluso, palermitana, indagata a piede libero, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di 12.963,967 euro provenienti secondo l'accusa dagli affari di Cosa nostra. Altri due palermitani sono indagati per essersi intestati lo yacht da 13 metri "Saint Raphael" ormeggiato a Palermo e una Bmw utilizzati invece da Zummo junior.L'indagine della Direzione distrettuale antimafia, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, e condotta dai sostituti Fernando Asaro, Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, è uno dei filoni aperti anni fa per scovare e confiscare l'enorme tesoro di Ciancimino, il potente ex sindaco Dc di Palermo protagonista del "sacco edilizio" del capoluogo siciliano. Il ruolo di Bravetti, secondo l'ordinanza di custodia firmata dal gip Roberto Conti, sarebbe stato quello di far sparire mediante intestazioni fittizie i soldi girati dagli Zummo (alle indagini hanno partecipato la procura di Como e la Finanza). Agli atti dell'inchiesta ci sono varie telefonate tra Bravetti e Zummo, che usava come nome di copertura "sono il Moro", e una in cui veniva fissato un appuntamento presso lo studio dell'avvocato Paolo Sciumè. Partendo da questi colloqui, e con analisi bancarie, gli inquirenti hanno seguito un flusso di 13 milioni di euro partito dal Credit Suisse e investito a partire dal giugno 2003 nella "Banca Arner" alle Bahamas. Tramite la costituzione delle società "Bloomsville", "Byrnum" e "Trailor" intestate alla moglie di Zummo erano stati aperti tre trust che investivano in un fondo di investimento di diritto bahamense ("Coleron Investment Fund Limited"). Mesi dopo le prime operazioni bancarie, le autorità di Nassau hanno trasmesso in Italia importanti riscontri: come la creazione della "The Pluto Fund Ltd" e della "Pluto Management Ltd Investment" di cui risultava proprietario un palermitano che avrebbe stipulato un contratto di amministrazione della compagnia in favore di "Arner Bank". Nel fondo "Pluto" sono quindi confluiti, con emissione di azioni, i liquidi delle tre società della moglie di Zummo. Nel febbraio 2006 nel fondo finivano altre somme di denaro e veniva costituita la società "Iapetus", che tentava di trasferire euro, sterline, dollari neozelandesi e bond emessi dalla Provincia dell'Ontario e dallo Stato argentino.Già nel 2007 la Procura di Palermo ha chiesto la confisca di tutti i beni sequestrati a Zummo, condannato in primo grado dal Gup di Palermo a 5 anni (al figlio erano stati inflitti 3 anni per favoreggiamento ed associazione mafiosa). Secondo la Dda di Palermo i due Zummo sarebbero prestanomi anche del costruttore Vincenzo Piazza (suocero di Ignazio), pure lui indicato come prestanome di Ciancimino.Negli anni '80 era stato Giovanni Falcone ad ipotizzare un giro di riciclaggio ad opera di Francesco Zummo: una rogatoria effettuata nel corso dell'operazione "Pizza Connection" aveva fatto emergere alcuni conti correnti di Zummo utilizzati per operazioni legate al traffico di stupefacenti. Le accuse relative al narcotraffico vennero però dichiarate prescritte. Nel novembre 2001 Francesco Zummo fu arrestato a Palermo e gli vennero sequestrati beni per un valore di 300 miliardi di lire. Tre anni prima era stato arrestato il figlio Ignazio, sempre con l'accusa di avere favorito il suocero. Nel 2001 le autorità svizzere sequestrarono agli Zummo 50 miliardi di lire. Di Zummo senior hanno parlato diversi collaboratori di giustizia, indicandolo come vicino alla mafia dei rioni Noce e Uditore di Palermo. Nel gennaio 2006, nei confronti degli Zummo è scattato un sequestro preventivo di somme di denaro pari a 20 milioni di euro, alcuni dei quali depositati presso banche di Monaco. Di Bravetti e della Banca Arner si è già parlato, nel 1995, appena un anno dopo la sua fondazione: venne coinvolta nelle indagini in Svizzera dei magistrati milanesi del pool Mani pulite. Si parlò della sede di Lugano della Arner come collegata alla Banque Karfinco, la banca di Chicchi Pacini Battaglia (il gestore delle tangenti Eni salito alla ribalta delle cronache all' inizio del 1993).Nelle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo spunta invece adesso anche il referente del banchiere svizzero alle Bahamas: si chiama David Thain, è lui che riceve i documenti per aprire i conti alla moglie del costruttore Zummo. "Ho ricevuto tre copie della lettera di istruzioni per creare tutte le società" dice Thain al telefono, intercettato. "Che sono i fondi della signora, giusto?" è la replica di Bravetti. Il quale aggiunge: "Con l'importo totale che Pluto avrà tu comprerai i titoli e i contanti disponibili sulle tre società". Ma è sempre Bravetti, quando insorgono le prime difficoltà per trasferire contanti dal fondo "Pluto", a ricordare a Zummo che oltre alle autorità svizzere (cita il procuratore Carla Del Ponte) forse ci sono gli inquirenti italiani sulle loro tracce. [continua]

Arner Bank/1- Al servizio di papi Silvio

[Quando una cosa ci mette più di sei mesi, o è una gravidanza o non vale la pena ... Subcomandante Marcos]
Un'indagine per riciclaggio che solleva dubbi e sospetti pesantissimi sull'attività della filiale italiana di Arner. Nel mirino ci sono giochi di sponda milionari con i paradisi fiscali. Almeno una decina di conti e società off shore di cui, secondo i rilievi degli ispettori della Banca d'Italia, non sarebbe possibile individuare il reale beneficiario. È un terreno minato per definizione, ma la vicenda rischia di trasformarsi in un caso politico. Perché la Arner da circa 15 anni è la banca della famiglia di Silvio Berlusconi (nella foto,a fianco). È l'approdo sicuro di innumerevoli operazioni fiduciarie. La cassaforte in cui viene amministrata una parte del patrimonio dell'uomo più ricco e potente d'Italia.Non sembra un caso, allora, che il conto di gestione intestato a Berlusconi sia identificato con il numero uno. Ovvero il primo e forse il più importante tra tutti quelli aperti nella sede milanese dell'istituto con base a Lugano. Ma il premier, a quanto pare, ha fatto scuola. E così nei documenti interni della banca spuntano i nomi di alcuni degli amici più stretti di Berlusconi, gente di assoluta fiducia, custodi di molti dei segreti del regno di Arcore. Per esempio Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum. Ennio Doris (Tombolo, 3 luglio 1940) è un imprenditore italiano, fondatore e capo esecutivo della Mediolanum S.p.a., il cui patrimonio stimato ammonta a oltre 1,4 miliardi in dollari U.S.A. Nella classifica 2008 della rivista Forbes riguardante gli uomini più ricchi del globo, si classifica come 573°. È il 12° uomo più ricco d'Italia. Nato a Tombolo, un piccolo paese vicino a Padova il 3 luglio 1940, nel 1969 inizia l'attività nel campo della consulenza finanziaria come impiegato per la Fideuram. Nel 1971 entra a far parte della Dival (gruppo RAS) dove diventa il capo di un gruppo di 700 promotori finanziari. Nel 1982 fonda una sua società, la "Programma Italia" e convince l'imprenditore milanese Silvio Berlusconi ad investire una cifra che al tempo corrispondeva a circa 250.000 € di adesso in cambio della comproprietà di mezza società. La sua strategia è quella di specializzarsi nel rapporto con il cliente, delegando la gestione dei fondi ad altre società. Sotto la sua guida carismatica la sua rete di promotori cresce rapidamente, come pure il fatturato dell'azienda. Aggiunge all'attività originaria quella di assicuratore (vita e danni) e di banchiere rinominando l'azienda stessa in Mediolanum. Nel giugno del 1996 l'azienda viene quotata nella Borsa Italiana. Per Silvio Berlusconi è stato "il più bell'investimento che io abbia mai fatto". Nel 2002 Doris viene nominato Cavaliere del Lavoro.La famiglia dell'avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e lodo Mondadori. Il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest, uno che ha tirato le fila di innumerevoli affari berlusconiani. Presso lo stesso indirizzo milanese hanno parcheggiato alcune decine di milioni di euro anche tre delle finanziarie di famiglia del presidente del Consiglio. Per la precisione le Holding Italiana seconda, ottava e quinta, amministrate dai suoi figli Marina e Piersilvio. Un legame tanto stretto con l'universo berlusconiano è il frutto di rapporti consolidati nel tempo. La Arner, 250 dipendenti, sede centrale a Lugano proprio sul lungolago, offre riservatezza assoluta e rifugi esentasse. Il repertorio della casa comprende fondi d'investimento alle Bahamas e società lussemburghesi. Di recente è stato inaugurato anche un ufficio a Dubai, l'ultimo grido in fatto di paradisi fiscali e societari. Insomma, le specialità sono quelle classiche delle piccole banche svizzere nate come funghi a Lugano per intercettare i capitali in fuga dal fisco italiano. Niente di straordinario, se non fosse che la storia di questo istituto corre parallela a quella della Fininvest e si incrocia fatalmente con le inchieste giudiziarie che hanno messo a nudo il versante off shore dell'impero di Berlusconi.L'uomo chiave è Paolo Del Bue, classe 1951, figlio di un alto dirigente del gruppo Eni. Romano di nascita, ma svizzero di adozione, Del Bue è uno dei fondatori della Arner di Lugano, prima come semplice finanziaria e, poi dal 1994, banca a tutti gli effetti. Da principio, i suoi compagni di avventura sono Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli. Del Bue però vive di luce propria. La conferma arriva da un documento recente: la sentenza di primo grado che nel 2009 ha condannato l'avvocato inglese David Mills con l'accusa di essersi fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi in cui era imputato l'attuale premier. Nella motivazione il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici italiani che due grosse casseforti off shore, chiamate Century One e Universal One, facevano capo non ai manager Fininvest, ma "direttamente a Silvio Berlusconi".A gestire i conti esteri di quelle due società così delicate era proprio Del Bue. Grazie ai "poteri di firma" da lui ottenuti il 21 e 28 giugno 1991, Del Bue ritira "sempre in contanti", nei successivi tre anni, ben "72 miliardi di lire dal conto svizzero di Century One e altri 32 da quello di Universal One". L'entità dei prelievi, secondo i giudici del caso Mills, "è assolutamente indicativa dello strettissimo rapporto di fiducia" tra Berlusconi e Del Bue, che non si limita a fare il banchiere, ma agisce come un tesoriere occulto del presidente del Consiglio italiano. [continua]

domenica 19 luglio 2009

RIINA AD AVVOCATO, CON STRAGE BORSELLINO NON C'ENTRO

[Ci Sono quelli vivi e ci sono quelli morti. Sono meglio i morti dei vivi. Paco Ignacio Taibo II]

Per la prima volta, il boss Totò Riina parla delle stragi mafiose del '92. E lo fa in occasione dell'anniversario dell'eccidio del giudice Paolo Borsellino. "L'hanno ammazzato loro - dice al suo legale, l'avvocato Luca Cianferoni - Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia". Un'uscita clamorosa, quella del padrino di Corleone, spinto a consegnare al difensore la sua verità su via D'Amelio dal clamore suscitato dalle notizie sulle nuove ipotesi investigative sulla strage. Come riportano alcuni quotidiani, leggendo un articolo del Sole 24 ore, che parlava del presunto coinvolgimento di apparati dello Stato nell'uccisione del giudice, Riina ha commentato: "Avvocato, io con questa storia non c'entro nulla". E sulla presunta trattaviva tra Stato e mafia, intrapresa per porre fine alla stagione stragista, che avrebbe visto proprio in Riina il principale protagonista, il boss replica: "Io trattative non ne ho mai fatte con nessuno; ma qualcuno ha trattato su di me. La mia cattura è stata conseguenza di una trattativa".Riina, dunque, è certo di essere stato 'venduto', ma nega che a consentire la sua cattura sia stato il boss Bernardo Provenzano. "So che la mia posizione processuale sulla strage di via d'Amelio non cambierà - ha spiegato poi al legale -. Io non chiedo niente, non voglio niente e non ho intenzione di trovare mediazioni con nessuno". Sulla presunta trattativa tra Stato e mafia il boss ha un'idea precisa. "Il mio cliente - spiega Cianferoni - sostiene che l'accordo sia passato sopra la sua testa e che i protagonisti della trattativa sarebbero Vito Ciancimino (ex sindaco mafioso di Palermo ndr) e i carabinieri. Non a caso quattro anni fa chiesi che venisse ascoltato il figlio di Ciancimino, Massimo". E proprio Ciancimino jr nei giorni scorsi ha riportato l'attenzione sul presunto accordo tra Stato e mafia e sul cosiddetto 'papello', l'elenco delle richieste che Riina avrebbe fatto alle istituzioni per far cessare la stagione delle stragi. Il figlio dell'ex sindaco, condannato per riciclaggio, e ora aspirante dichiarante, ha promesso ai magistrati di Palermo di consegnare copia del documento che proverebbe l'esistenza della trattativa.Salvatore Riina, meglio conosciuto come Totò Riina, (Corleone, 16 novembre 1930), è un criminale italiano, componente dei vertici di Cosa Nostra, detenuto dal 1993. Veniva chiamato anche Zù Totò oppure Totò u Curtu, per via della sua bassa statura (158 cm). Nel 1943 Riina perse il padre Giovanni ed il fratello Francesco di 7 anni mentre insieme a lui ed al fratello Gaetano stavano cercando di togliere la polvere da sparo da una bomba americana inesplosa rinvenuta tra le terre che curavano per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito e Totò rimase illeso. Dopo la morte del padre per l'esplosione, essendo il maggiore dei figli maschi, a 13 anni divenne il capo famiglia. In questi anni conobbe il criminale Luciano Liggio che gli insegnò a rubare i covoni di grano e a chiedere il pizzo ai contadini. Già diciannovenne dovette scontare una pena di 12 anni all'Ucciardone per aver ucciso, in una rissa durante una partita di bocce, il suo coetaneo Domenico Di Matteo che lo accusava di avergli ucciso tutto il bestiame.
Venne scarcerato il 13 settembre 1956 a causa delle poche accuse contro di lui e ritornò nel suo vecchio paese Corleone per assumere un ruolo di rilievo al servizio di Luciano Liggio. In questo periodo conobbe e cominciò a frequentare Antonietta Bagarella, sorella di Calogero e Leoluca Bagarella, che molto presto diverrà sua fidanzata. Insieme a Liggio si cominciò ad occupare della macellazione clandestina del bestiame rubato al feudo Piano di Scala. Accanto a loro c'era Bernardo Provenzano, detto "Binnu u' tratturi". Liggio e i suoi fedelissimi inizialmente furono al servizio del dottor Michele Navarra, capomafia di Corleone. Successivamente assetati di potere decisero di eliminare Navarra per ottenere il predominio nel paese. Tra gli uomini di Liggio figurava anche lo zio di Salvatore, Giacomo Riina, arrestato nel 1942 insieme allo stesso Liggio per contrabbando di sigarette. Michele Navarra fu assassinato dai sicari di Liggio (2 agosto 1958) che assunse la guida del clan corleonese. Riina, insieme agli amici d'infanzia Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, iniziò ad assassinare coloro che erano stati fedeli a Navarra (i cosiddetti "navarriani"). Intorno alla prima metà degli anni '60, lui, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano diedero inizio alla scalata criminale al potere di Palermo, dove contavano sull'appoggio dell'allora assessore Vito Ciancimino, pure lui di Corleone. Grazie a lui fecero un patto con Salvatore La Barbera per il controllo del mercato della carne e il traffico di sigarette. Liggio lasciò Riina e Provenzano a gestire gli affari a Palermo e si nascose a Corleone. Ma La Barbera venne rapito ed ucciso dal boss mafioso Michele Cavataio che con l'inganno fece credere che il rapimento fosse opera della famiglia mafiosa dei Greco di Ciaculli e da lì scoppiò la "prima guerra di mafia". I componenti del clan La Barbera fuggirono dal capoluogo siciliano e così fece Riina. Ma fu arrestato nel 1963: una notte, mentre si trovava in una stazione di servizio a Palermo, una pattuglia di Polizia gli chiese di favorire la patente ed il libretto. Riina, che aveva una carta d'identità falsa (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da San Giuseppe Jato) ed una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare ma venne braccato facilmente dalle forze dell'ordine. Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione al carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto nei due processi a suo carico (per forti minacce che ricevettero i giudici), svoltisi a Catanzaro e a Bari (10 giugno 1969). Arrestato nuovamente il 17 giugno 1969 in un albergo di Bitonto mentre era in compagnia di Liggio, il 7 luglio 1969 la prima sezione del tribunale di Palermo lo condannò a quattro anni di confino a San Giovanni in Persiceto (provincia di Bologna). Ma Riina, con la scusa di ritornare per due giorni a Corleone per salutare i suoi parenti, si diede alla latitanza e non partì più per il confino.Salvatore Riina fu tra gli esecutori della Strage di Viale Lazio, dove morirono Calogero Bagarella e il boss Michele Cavataio, obiettivo da eliminare (1969). A Palermo si fece nemici il boss Giuseppe Di Cristina, Giuseppe Calderone, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo che volevano impedire l'ascesa dei Corleonesi chiamati da loro viddani, cioè "contadini". Fu invece appoggiato dai capi mafiosi Michele Greco e Pippo Calò. In questo periodo Riina prese il posto di Liggio, arrestato nel 1974, come "boss dei boss" e sotto il suo comando i Corleonesi accrebbero notevolmente il proprio potere finanziario, grazie al traffico di droga e alle gare d'appalto a Palermo.
Il 16 aprile dell'anno 1974 sposa Antonietta Bagarella (sorella minore del suo amico d'infanzia Calogero). Dopo il matrimonio hanno avuto quattro figli: Concetta, Giovanni, Giuseppe e Lucia.
Al suo servizio troviamo tre dei più feroci killer: Pino Greco detto Scarpuzzedda, esecutore di vari ed efferati delitti, Mario Prestifilippo, Leoluca Bagarella cognato dello stesso Riina. Siccome Di Cristina e Calderone lo stavano ostacolando, li fece assassinare barbaramente. Il boss Bontate invitò Riina nella sua villa per ucciderlo. Ma quest'ultimo venne avvisato da Michele Greco e alla villa mandò due suoi uomini: il piano omicida di Bontate era fallito. Riina allora fece uccidere Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo: queste due uccisioni scatenarono una sanguinosa seconda guerra di mafia nei primi anni '80. Durante questa "guerra" fece uccidere i parenti del boss Tommaso Buscetta (che si salvò fuggendo in Brasile). In seguito Buscetta verrà estradato in Italia e comincerà a collaborare con il giudice Giovanni Falcone. Sconfitte le famiglie dei Bontate, degli Inzerillo, dei Di Cristina, dei Buscetta, dei Badalamenti e dei Calderone, Riina estese il suo potere su tutta Cosa Nostra e realizzò in questo periodo un'aggressiva campagna contro lo Stato, ordinando gli omicidi di tutti coloro che lo ostacolavano. Le persone che Riina fece uccidere furono: Il procuratore Pietro Scaglione (ucciso nel 1971); Il tenente colonnello Giuseppe Russo (ucciso nel 1977); Il giornalista Mario Francese (ucciso nel 1979); Il politico Michele Reina (ucciso nel 1979); Il capo della squadra mobile Boris Giuliano (ucciso nel 1979); Il giudice Cesare Terranova (ucciso nel 1979); Il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella (ucciso nel 1980); Il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (ucciso nel 1980); L'onorevole Pio La Torre (ucciso nel 1982); Il prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso nel 1982); Il poliziotto Calogero Zucchetto (ucciso nel 1982); Il giudice Rocco Chinnici (ucciso nel 1983); Il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo (ucciso nel 1983);I commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà (uccisi nel 1985); L'imprenditore Libero Grassi (ucciso nel 1991) ; I giudici Falcone e Borsellino (uccisi nel 1992). Il potente politico della DC Salvo Lima e l'esattore della famiglia di Salemi Ignazio Salvo avrebbero promesso a Riina che la sentenza del Maxiprocesso (che lo condannava all'ergastolo in contumacia) sarebbe stata modificata grazie alle loro conoscenze negli ambienti della politica e della magistratura romana. Ciò, tuttavia, non avvenne e il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli e sancì la validità delle dichiarazioni del pentito Buscetta. Riina reagì facendo uccidere prima Lima e pochi mesi dopo Ignazio Salvo. Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) sulle indicazioni del neopentito Baldassare Di Maggio. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo, nella quale trascorse alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. Secondo alcune fonti dietro il suo arresto c'è la mano del suo braccio destro, nonché amico d'infanzia Bernardo Provenzano, ansioso sia di divenire lui stesso capo dei capi di Cosa Nostra, sia perché in contrasto con Riina circa l'attacco ad oltranza allo Stato (con i relativi massacri di personalità di spicco dello Stato stesso). Fino al luglio del 1997 Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno dove, per circa tre anni, era sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia, il 41 bis, ma il 12 marzo del 2001 gli venne revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altre persone nell'ora di libertà. Nel 2003 gli è stata annullata tale revoca ed è costretto nuovamente al carcere duro. Dal carcere di Opera, il 18 gennaio 2009, esprime per la prima volta la sua convinzione secondo cui la strage di Via d'Amelio sarebbe da imputare allo stato, ovvero si sarebbe trattato di una strage di Stato. Questo potrebbe essere l'inizio per collaborare, non è mai troppo tardi per fare i conti con la propria coscenza.

PARTITO DEL SUD: MICCICHE', NON SIAMO 4 AMICI AL BAR

[Sarei disposto ad accettare di avere 37 e 2 per tutta la vita in cambio della seconda palla del servizio di Mc Enroe. Beppe Viola]

Gianfranco Micciché (Palermo, 1º aprile 1954) è un politico italiano, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, con delega al CIPE. È stato dirigente d'azienda, per undici anni, presso l'Istituto Regionale per il Finanziamento delle Industrie in Sicilia. Nel 1984 diventa dirigente di Publitalia '80, azienda di Silvio Berlusconi, per la quale è direttore della sede di Palermo prima e di Brescia poi. La sua esperienza politica inizia nel 1993, quando è chiamato da Silvio Berlusconi con altri uomini di Publitalia '80 ad impegnarsi in Forza Italia, di cui assume l'incarico di coordinatore regionale in Sicilia. Viene eletto deputato alla Camera nel 1994, e poi riconfermato nelle successive legislature. Nel primo governo Berlusconi è sottosegretario di Stato al Ministero dei Trasporti e della Navigazione. Dal 2001 è docente a contratto di "Politiche di sviluppo e pianificazione delle opere pubbliche nelle aree deboli" all'interno del Dottorato di ricerca in Trasporti dell'Università di Reggio Calabria. Nel 2001, con la formazione del Governo Berlusconi II, viene nominato vice-ministro al ministero dell'Economia e delle Finanze con delega allo sviluppo economico del Mezzogiorno ed ai rapporti con l'Unione Europea e con le Regioni. Dopo la crisi di governo del 2005, con il nuovo Governo Berlusconi III, Miccichè è nominato Ministro dell'appena istituito Ministero per lo Sviluppo e la coesione territoriale. Alle elezioni politiche del 2006 conferma il suo seggio a Montecitorio e nella XV legislatura fa parte della VI commissione finanze. Nello stesso anno diviene deputato regionale in Sicilia cedendo il seggio appena conquistato al Parlamento a Ida D'Ippolito. Nel luglio del 2006 è eletto Presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana (il parlamento siciliano). In occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario dell'Assemblea Regionale Siciliana, Micciché avvia una campagna di informazione per avvicinare i cittadini alle istituzioni regionali attraverso un liveblog. A seguito dell'iniziativa Miccichè ha inoltre dato vita ad un proprio blog personale. Nei primi mesi del 2008, il blog è diventato la sua fonte ufficiale di comunicazione verso l'esterno ed è stato ripreso dalle più importanti testate giornalistiche nazionali, soprattutto in occasione dell'invito alle dimissioni nei confronti del governatore siciliano, il suo ex alleato storico Salvatore Cuffaro, ufficialmente non più appoggiato a causa della condanna di primo grado a cinque anni per favoreggiamento semplice. A febbraio del 2008, dal blog, dopo averlo a lungo smentito, annuncia di volere candidarsi alla Presidenza della Regione Siciliana con una lista propria dal nome "rivoluzione siciliana". Dalle stesse pagine annuncia di volere andare avanti anche in contrasto con il suo storico leader Silvio Berlusconi e di non potere appoggiare il candidato in pectore del MPA e dell'UDC Raffaele Lombardo a causa del suo stretto legame con Salvatore Cuffaro. Centinaia e centinaia di commenti sul blog animano il dibattito a favore e contro questa scelta, ma Miccichè, dopo le critiche dei suoi alleati di Alleanza Nazionale e del suo stesso Partito che lo invitano a desistere ed un incontro con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, rinuncia alla corsa solitaria in cambio di una posizione importante nel futuro governo Berlusconi. Il 24 febbraio annuncia quindi il proprio sostegno a Raffaele Lombardo. I commentatori del blog quasi unanimemente disapprovano e manifestano la loro contrarietà nei commenti, segnando di fatto la fine di un idillio. Nelle elezioni politiche italiane del 2008 è rieletto deputato nazionale alla Camera dei Deputati con il Popolo della Libertà. L'iniziale certezza circa la presenza da Ministro nel nuovo governo Berlusconi IV sfuma con la scelta dell'avversario storico in Forza Italia Angelino Alfano, nuovo Ministro della Giustizia. Il 9 maggio 2008, per presunti problemi tecnici, è sospesa l'attività del blog, strumento di marketing usato da Miccichè nella guerra condotta contro Cuffaro per la conquista della Presidenza della Regione Siciliana. L'attività riprende dopo qualche giorno, ma gli interventi del fondatore sono ormai sporadici. Il 12 maggio 2008 il Consiglio dei Ministri nomina Miccichè Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega al CIPE. Il 12 settembre 2008, dopo mesi di assenza di interventi, Miccichè annuncia la fine della possibilità di confrontarsi sul blog. L'11 gennaio 1988 Micciché, che all'epoca lavorava presso Publitalia, venne interrogato nell'ambito di un'inchiesta sul traffico di droga a Palermo, in quanto sospettato di essere uno spacciatore. Miccichè rispose: "Non sono uno spacciatore ma solo un assuntore di cocaina". Non comportando il fatto reato, la posizione venne archiviata mentre gli spacciatori vennero arrestati il successivo 14 aprile. L' 8 agosto 2002 venne invece diramata un'informativa dei Carabinieri che sostanzialmente accusava Gianfranco Micciché di farsi recapitare periodicamente della cocaina presso gli uffici del ministero delle Finanze, in cui all'epoca ricopriva il ruolo di vice ministro. L'informativa fu emessa in seguito ad indagini testimonianti, anche tramite supporti audiovisivi, le "visite" che il presunto corriere Alessandro Martello faceva indisturbato presso il ministero, pur non essendo un soggetto accreditato ad entrarvi. Anche le intercettazioni confermerebbero la versione degli organi di polizia. Dal canto suo, Miccichè ha smentito categoricamente, avanzando a sua volta l'ipotesi di un servizio d'ordine deviato. Nell'ottobre 2007 ha affermato che l'intitolazione dell'aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino trasmette a chiunque arrivi per la prima volta nell'isola un'immagine negativa della Sicilia. Dopo le proteste provocate dalle sue tesi, Miccichè si è scusato e ha ritirato la frase, placando solo in parte le polemiche. Gustoso rimane l'aneddoto secondo il quale Miccichè, nello spiegare certe dinamiche politiche peculiari della Sicilia, ricorre al paragone tra Kafka e Luigi Pirandello, attribuendo al primo una fantasiosa nascita viennese (è noto che l'autore di Il castello, Il processo e America nacque a Praga). L'incontro di 38 parlamentari del Pdl e non solo ("altro che quattro amici al bar") a Sorrento, promosso da Gianfranco Micciché in vista di un Partito del Sud, anima il dibattito nella maggioranza. I partecipanti (c'erano il ministro Stefania Prestigiacomo, Antonio Martino, Adriana Poli Bortone e, anche se solo per telefono, Marcello dell'Utri) si sono aggiornati alla prossima settimana a Roma (forse mercoledì) per una ulteriore riflessione. Non è ancora del tutto chiaro se la formazione politica 'sudista' debba restare nel Pdl o varcare i confini del partito di Berlusconi. Il dubbio nasce anche da un sondaggio commissionato dai 'sorrentini' che vedrebbe intorno al 30% in Sicilia una formazione politica meridionalista. Contro ipotesi scissioniste ammonisce Anna Maria Bernini (Pdl): "La vera risposta al Sud più che in autonomistiche formule-partito sta nel principio unificante del rispetto delle differenze". "Al sud serve Obama, non Pulcinella", sbotta il leghista Roberto Calderoli. "Se il partito del Sud ha per emblema la lacrima e la recriminazione, temo che il Mezzogiorno sarà condannato a giocare un ruolo minimale nel percorso delle riforme", ragiona. E Totò Cuffaro (Udc) definisce Sorrento "un flop". "Doveva essere - sostiene l'ex governatore siciliano - una ressa di grandi ospiti che si spintonavano per essere fra i primi ad entrare nel nuovo partito: è stata la riunione di quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Alla fine tutti insieme appassionatamente sono riusciti a partorire un documento di supplica al premier". Micciché difende il suo progetto. "E' iniziato un processo per decidere se le regioni devono dire 'mors tua, vita mea' o debba nascere una collaborazione fra i territori in un interesse reciproco senza nessuno costretto a sacrifici per fare contento gli altri". "Fino ad oggi - sottolinea il sottosegretario - nessun partito nazionale ha affrontato con incisività il problema del Sud. Solo una dialettica positiva, non offensiva e senza furbetti potrà portare tutto il Paese ad un reale sviluppo economico". Con un sud che "non è per niente piagnone" e dove "si stanno per intraprendere iniziative che probabilmente spaventano alcuni politici e alcuni territori": Con "cervelli ed energie tali da fare a meno di Calderoli; ma lui e Tremonti - dice Micciché - devono ricordarsi di essere ministri della Repubblica e non della Padania". Nella maggioranza un "problema Mezzogiorno" c'é. Lo agita continuamente Raffaele Lombardo: come annunciato, lui a Sorrento non si è visto, ed ha promesso di votare in Parlamento solo provvedimenti che servano al Sud e non lo danneggino. Il ministro Gianfranco Rotondi invita il Pdl a "non sottovalutare il partito del Sud: perché rischia di essere un giro di boa della legislatura". Per questo Rotondi si impegna a rilanciare al seminario de L'Aquila, al quale parteciperanno parlamentari del Pdl e i ministri, una "Commissione Attalì del Sud", presieduta da una personalità istituzionale del centrosinistra".

giovedì 16 luglio 2009

Con Alitalia decolla la beffa

[Un tale mi faceva l'elenco dei difetti nazionali.
Però, osservai,voi qui avete molto: i figli e la famiglia. Giusto, mi rispose, dimenticavo anche questo.
Ennio Flaiano]
Già abbiamo speso una fortuna grazie all'idea di Silvio Berlusconi di impedire la vendita di Alitalia ad Air France e di cederla alla cordata di imprenditori patrioti sponsorizzati da Banca Intesa. Tre miliardi e 300 milioni rimasti sul groppone dello Stato, più i costi della cassa integrazione per anni e le conseguenze del monopolio. Un impegno per tutti noi che, come confronto, si avvicina a quanto in vent'anni l'Italia dovrà versare alla Libia come risarcimento dei danni di guerra. Ma questa fatica da ricostruzione post bellica finora è servita a poco. E adesso si aggiunge la beffa. Vi ricordate quando ci dicevano che la fusione con Air One di Carlo Toto e i suoi debiti fosse un'operazione necessaria per salvare Alitalia da mani straniere? Non era vero. Le due compagnie non si fonderanno. Air One sopravviverà con una sua linea di aerei, di meccanici, di collegamenti. Continuerà a volare nei cieli della nostra economia creativa. Più snella, più leggera, più appetibile per eventuali compratori. Nonostante a metà giugno Air One non avesse ancora pagato i contributi Inps del 2005 e di quasi tutto il 2006. Per i contribuenti, gli azionisti della vecchia Alitalia e i creditori si prepara intanto un'altra sberla: arriva dai lunghissimi tempi di vendita degli aerei, tutti a terra, da cui la società in amministrazione straordinaria avrebbe dovuto ricavare qualche soldo. Un beneficio indiretto a Cai che così non si è trovata concorrenti estivi tra le nuvole. Il tempo però passa, le certificazioni di aeronavigabilità scadono e il valore di vendita scende. Come per le decine di Md80 e Md82 abbandonati a Fiumicino. Da quello che si vede in pista, sono stati parcheggiati al sole senza nessuna protezione ai motori, agli strumenti di bordo, ai parabrezza. E da aeroplani si stanno inesorabilmente svalutando in semplici ferrivecchi. E' stato definito l'assetto strutturale con 5 Operatori Aerei a presidio dei rispettivi asset e segmenti di attività:Alitalia, focalizzata sul mercato intercontinentale, con la flotta B777-776 e A330, e sul mercato di breve/medio raggio, con la flotta A319-320-321;Air One, orientata ad integrare l'operatività sul mercato di breve/medio raggio con la flotta B737;CAI 2 (Volare), volta ad integrare l'attività di Alitalia ed Air One; CAI 1 (Alitalia Express) e CityLiner, dedicate ad attività di tipo regionale operata, rispettivamente, con la flotta Embraer170 e CRJ190. Le flotte ed i rispettivi equipaggi verranno progressivamente allineati a questo assetto in un arco temporale di 5-6 mesi. A questo scopo, sono in corso le attività di definizione dei criteri per integrare, laddove necessario (ramo Airbus di Alitalia), le liste degli equipaggi. Alitalia è il "fornitore interno" unico del gruppo per i servizi di Ingegneria e di Manutenzione; le altre società del gruppo manterranno all'interno del proprio COA un presidio di supervisione per i servizi di Ingegneria. Le attività di Ground Handling, sono già state tutte integrate in una sola organizzazione, nuova e di recente pubblicazione.

I picciotti di Marcello Dell'Utri

[Dell'Utri è un uomo colto. Soprattutto sul fatto. Indro Montanelli]
Marcello Dell’Utri, noto pregiudicato, trent’anni dopo la prima intercettazione che lo immortalò a colloquio con l’eroico Mangano(a fianco nella foto), continua a ricevere mafiosi e a farsi beccare al telefono senza usare precauzioni. L’altro giorno, quando girava voce di un misterioso senatore sorpreso a colloquio con uomini della ‘ndrangheta, abbiamo pensato, istintivamente, a lui. Invece s’è scoperto che… l’uomo al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, latitante in Venezuela, era Dell’Utri. L’uomo che riceveva nel suo studio Antonio Piromalli, reggente del clan calabrese impegnato nei brogli esteri, e suo cugino Gioacchino, avvocato radiato dall’Ordine per una condanna di mafia, era ancora lui. L’uomo che poi ringraziava Miccichè per avergli mandato a casa quei «due bravi picciotti», era sempre lui. Grazie senatore per agevolare, con la sua sostenibile leggerezza dell’essere, gl’investigatori. La prima volta fu nel 1980, quando si fece sorprendere al telefono con Vittorio Mangano a parlare di «cavalli». La seconda nel 1986, quando il Cavaliere lo chiamò per informarlo di una bomba appena esplosa nella villa in via Rovani: ma «fatta con molto rispetto, quasi con affetto», un «segnale acustico» tipico dell’eroico Mangano (che fra l’altro non c’entrava perché era in galera). La terza un mese dopo, quando il mafioso Tanino Cinà gli telefonò per annunciargli l’arrivo di quattro cassate: una per lui, una per suo fratello, una per Confalonieri, una extralarge da 10 chili per Silvio. Le rare volte in cui non parla al telefono, le sue agende parlano per lui: due appunti del novembre ‘93 («2-11, Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale», «Mangano verso il 30-11») rivelano che, mentre dava gli ultimi ritocchi a FI, riceveva a Publitalia il solito Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga. Altre volte, al telefono, parlano di lui gli amici degli amici. Come due uomini legati alla mafia catanese, Papalia e Cultrera, che il 25 marzo ‘94 si preparano alla prima vittoria azzurra: «Il giorno in cui Berlusconi salirà, come ho detto in una cena alla presenza anche di Marcello, si dovranno prendere tante soddisfazioni… fra cui l’annientamento dell’amministrazione (la giustizia, ndr), perché sono gruppi di comunisti!». Marcello è lo stesso che il 12 ottobre ‘98 riceve nell’ufficio di via Senato a Milano Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in una coop di pulizie), pedinato dalla Dia in un’indagine per droga. Due mesi dopo, 31 dicembre, la Dia filma Dell’Utri mentre incontra a Rimini il falso pentito Pino Chiofalo, che organizza un complotto per calunniare i veri pentiti che accusano Marcello.
Maggio ‘99: Dell’Utri è candidato in Sicilia all’Europarlamento: un picciotto di Provenzano, Carmelo Amato, vota e fa votare: «Purtroppo dobbiamo portare a Dell’Utri, se no lo fottono. Pungono sempre, ’sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr). Questi sbirri non gli danno pace».
Maggio 2001: il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, parla col mafioso Salvatore Aragona: «Con Dell’Utri bisogna parlare», «alle elezioni ‘99 ha preso impegni» col boss Gioacchino Capizzi «e poi non s’è fatto più vedere». Aragona rivela: «Io sono stato invitato al Circolo, che è la sede culturale e intellettuale di Dell’Utri in via Senato, una biblioteca famosa». Nel 2003 Vito Roberto Palazzolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e rifugiato in Sudafrica, aggancia Dell’Utri e la moglie perché premano sul ministro di Giustizia – scrivono i pm – «per ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione». Nel 2005 la Procura di Monza intercetta due finanzieri, Savona e Pelanda, che parlano del Ponte sullo Stretto e il secondo ha appena saputo dall’amico Dell’Utri che «la gara d’appalto la vince l’Impregilo». Profezia puntualmente avverata. La seconda sezione della Corte d’appello di Palermo ha rigettato, ritenendola non rilevante ai fini del decidere, la richiesta di acquisizione di un’intercettazione telefonica del 2003 tra il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e Sara Palazzolo, sorella del boss Vito Roberto, residente in Sudafrica e di recente condannato, con sentenza definitiva, a nove anni di carcere per il reato di associazione mafiosa. La decisione sblocca di fatto il processo, arenato da parecchi mesi nell’esame di questo problema. Nella conversazione, Dell’Utri (difeso dagli avvocati Nino Mormino e Giuseppe Di Peri) concordava un appuntamento con la Palazzolo, ma non esiste riscontro alcuno circa il fatto che i due si siano effettivamente incontrati. Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle successive conversazioni tra la donna, che vive a Terrasini (Palermo), e il fratello (latitante di fatto per la nostra giustizia, ma perfettamente libero in Sudafrica), oggetto dell’eventuale incontro sarebbe dovuta essere la posizione giudiziaria di Vito Roberto Palazzolo e il ricorso che egli avrebbe dovuto affrontare in Cassazione contro un ordine di custodia spiccato nei suoi confronti.
Vito Roberto Palazzolo alludeva a un possibile “aggiustamento” del processo e, a proposito di Dell’Utri, diceva alla sorella: “Non devi convertirlo, è già convertito”, alludendo così a una presunta vicinanza dell’ex manager di Publitalia a Cosa Nostra. La questione dell’acquisizione della trascrizione è stata oggetto di una lunga questione che ha coinvolto anche il Senato, di cui Dell’Utri fa parte: per potere utilizzare le carte, infatti, il collegio presieduto da Claudio Dall’Acqua avrebbe avuto bisogno dell’autorizzazione dell’assemblea di Palazzo Madama; a chiedere il permesso era stato, in un primo momento, il Gip di Palermo, ma la giunta per le autorizzazioni del Senato aveva sostenuto che sarebbe dovuta essere direttamente la Corte d’appello. L’impasse aveva rischiato di far ritardare ancora il processo, durato sette anni in primo grado e in corso in appello dal 2006: i giudici hanno così risolto il problema, ritenendo che l’unica telefonata e la mancanza di certezze sull’incontro rende tutta la questione irrilevante. Il processo è stato così rinviato al 15 maggio per altre richieste delle parti. Entro l’estate potrebbe essere tenuta la requisitoria del pg Antonino Gatto.

mercoledì 15 luglio 2009

PET AIRWAYS, PER FIDO OGNI COMFORT IN CABINA

[Per l'amore non esiste cura e si può alleviarlo solo con il lavoro, il digiuno o la preghiera. Milana Runjic]
Un'esperienza di prima classe anche per gli amici a quattro zampe che possono dire addio allo stress da viaggio e seguire più facilmente i loro padroni in vacanza. Per cani e gatti americani arriva Pet Airways, la prima compagnia aerea in cui i migliori amici dell'uomo possono viaggiare in cabina, accuditi da hostess e steward. Il primo volo è decollato martedì dal Republic Airport di Farmingdale a New York: la compagnia servirà inizialmente cinque città statunitensi (New York, Los Angeles, Chicago, Denver e Washington) ma non è escluso, date le forti richieste, che si possa ipotizzare in futuro un ampliamento delle rotte. I prezzi del biglietti aerei per i passeggeri a quattro zampe variano a seconda della destinazione: si parte da 149 dollari a tratta fino ad arrivare (é l'attuale offerta sull'home page del sito www.petsairways.com) a 299 per il New York-Los Angeles. I voli a bordo della compagnia durano in media di più di quelli commerciali in quanto prevedono soste e momenti di relax. Il volo più lungo New York-Los Angeles, infatti, durerà un'intera giornata ma consentirà ai passeggeri di godere di una sosta durante la quale potranno scendere dall'aereo e giocare. I velivoli della compagnia sono attrezzati per il trasporto fino a 50 animali, che saranno di frequente controllati (ogni 15 minuti) dagli assistenti di volo durante il viaggio, oltre a essere assistiti durante le procedure di imbarco dal "veterinario di Lassie, Jef Werber". La compagnia prevede un servizio completo: il check in potrà essere effettuato fino a due ore prima della partenza, ma per chi avesse problemi è possibile anticipare fino a 72 ore, che saranno trascorse dagli animali in aree a loro riservate e sotto costante assistenza. In aeroporto, una volta effettuato il check i cani e gatti saranno ospitati in una lounge in attesa dell'imbarco. Ogni animale sarà sistemato in una cuccetta ad hoc. Una sala di aspetto li accoglierà anche una volta giunti di nuovo a terra in attesa del proprio padrone. I fondatori di PetAirways non hanno lasciato nulla al caso e hanno anche previsto l'opportunità, per i padroni, di controllare il volo del proprio animale ed eventuali ritardi. "Sicurezza e comfort sono le maggiori preoccupazioni dei padroni di animali. E noi lo sappiamo visto che siamo padroni di cani" afferma Dan Wiesel, co-fondatore della compagnia insieme alla moglie Alysa Binder. In base ai dati del Dipartimento dei Trasporti americano fra il 2007 e il 2008 sono circa 29 gli animali morti in volo, oltre a 13 feriti e sette dispersi. La causa più frequente di morte in volo per gli animali è la mancanza di ossigeno, le rigide temperature e i tentativi degli animali di fuggire da gabbie inadatte. Il pubblico premia l'iniziativa di Weisel e Binder, con voli esauriti e commenti entusiastici sul sito della compagnia, su Facebook e Twitter.

Alitalia come Air Sicilia?

[A volte mi chiedevano: qual è il segreto del buon giornalista? La precisione? Il distacco? La sintesi? La sintonia con i lettori? Rispondevo: non preoccupatevi, se un segreto c'è, è quello che avete già in testa, il segreto di chi ha orecchio per i suoi del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare. Giorgio Bocca]
'Di sicuro le difficoltà di avviamento non le devono pagare i passeggeri'. Così il presidente Enac, Riggio, sull'Alitalia. Riggio è 'preoccupato' dei 'punti critici nell'organizzazione aziendale' della compagnia. Domani Alitalia è convocata perchè faccia misure correttive.'Quelli che hanno salvato Alitalia la devono salvare davvero', 'bisogna fare una operazione industriale', ha detto. Riggio Alitalia non è stata salvata, tanto è vero che è tecnicamente fallita. L'operazione voluta dal governo italiano aveva un fine molto più chiaro: salvare Air One. E non è detto che il progetto riuscirà, di sicuro il debito della vecchia Alitalia verrà pagato dai contribuenti. In generale, Riggio vede una 'ripresina' del turismo per il settore aereo, grazie tante, siamo in estate. I Boeing 777 della nuova compagnia sono dieci. Grossi aerei da 291 posti che volano verso Stati Uniti, Argentina, Brasile ed Estremo Oriente. Sono le ammiraglie del lungo raggio, l'unico settore in cui una società può ancora sperare di resistere soprattutto con la classe business, senza la concorrenza delle low cost. Prima di ogni decollo l'ufficio operazioni consegna all'equipaggio e al personale di rampa l'elenco delle anomalie compatibili dell'aereo. È la lista dei guasti che non impediscono la partenza e che, secondo i manuali, non riducono la sicurezza. Al massimo i passeggeri si annoiano, si arrabbiano, ma l'aereo non corre rischi. Il 16 giugno il Boeing 777 con sigla I-Diso parte da Malpensa per il volo Az604 Milano-New York. Tredici passeggeri scoprono subito che i loro monitor per vedere i film non funzionano. Sono guasti dal 4 giugno. Dopo alcune ore di viaggio si forma una coda sofferente davanti alle uniche toilette aperte. Le altre tre sono fuori uso. Due da sette giorni, una da cinque. Difficoltà anche a smaltire i rifiuti dei pasti. È rotto uno dei compattatori. I manuali della vecchia Alitalia avrebbero impedito il decollo con toilette guaste da una base di manutenzione come Milano. Avrebbero sostituito l'aereo. Stesso giorno, altro volo. Il Roma- New York Az 608. Il vano bagagli anteriore è inutilizzabile da tre giorni per un danno alla paratia. A bordo lo scarico a pressione di tre toilette non funziona. Brutta sorpresa, se qualcuno le usa. Il 16 giugno da Fiumicino parte anche il volo Az 674 per San Paolo del Brasile: non vanno le due macchine per il caffè (guaste dall'8 giugno) e i comandi per scegliersi i film (fuori uso dal 30 maggio). Lo stesso aereo, sigla Ei-Ddh,altri. Il suo certificato di aeronavigabilità però è scaduto il 14 maggio. Andrebbe fermato per la revisione, ma forse è solo un errore di trascrizione della data. Il 24 giugno rieccolo a Fiumicino in partenza per New York. Forse hanno riparato i guasti? No, nemmeno le due macchinette del caffè. E il certificato di aeronavigabilità risulta sempre scaduto il 14 maggio. Il 24 giugno non stanno meglio i passeggeri sul Boeing Ei-Dbm della Roma- Tokyo. Fuori uso una macchina del caffè: ha la certificazione scaduta dal 16 maggio e non è stata sostituita. E 30 poltrone hanno da settimane il sistema video per i film inoperativo o mal funzionante.Questo è un altro Boeing 777, sulla Roma- Tokyo il 16 giugno: dal 28 maggio non funziona il refrigeratore per i pasti della cucina anteriore vicino alla classe Magnifica, la business di Alitalia. E dalla fila 31 alla 37ABC niente schermi. Impossibile scegliersi il film per tutti i passeggeri del Roma-New York del 17 giugno per un guasto che, sempre secondo l'elenco delle anomalie, si trascina dal 5 giugno. Macchina del caffè rotta dal 15 marzo e otto schermi da una settimana sul Roma-Buenos Aires del 24 giugno. Aerei diversi e sempre con lo stesso tipo di guai.Come sul Boeing 777 I-Disa che vola più volte a New York, Miami, Tokyo, Buenos Aires, San Paolo con alcuni monitor guasti addirittura dal 16 marzo e qualche decina dal 14 maggio, oltre a due toilette che si rompono a fine mese. Su questo aereo, che viaggia negli Usa, in giugno è fuori uso la telecamera di sorveglianza antiterrorismo che protegge la cabina di pilotaggio. Verrà poi riparata, entro i dieci giorni previsti dal regolamento. «Mancano pezzi di ricambio», confessa un addetto alla manutenzione, «le apparecchiature obbligatorie vengono sostituite cannibalizzando gli aerei fermi per manutenzioni più lunghe. È come il cubo di Rubik, si spostano i pezzi tentando di far coincidere scadenze e necessità. La sicurezza è garantita, per il resto si rinvia». Non sappiamo se veramente la sicurezza è garantita. Dovrebbe essere l'Enac a stabilire questo. Quello che sta avvenendo in Alitalia è un film dell'orrore che abbiamo già visto e vissuto in Air Sicilia, dove la sicurezza era un concetto troppo complicato per essere applicato.

martedì 14 luglio 2009

I Pizzini di Provenzano spediti anche a papi Silvio

[La morte inizia quando qualcuno accetta di essere morto. Luis Sepùlveda]
Sarebbe stato inviato dal boss Bernardo Provenzano (a fianco in una foto d'epoca) il messaggio che aveva come destinatario finale Silvio Berlusconi: è quanto emerge dall'interrogatorio di Massimo Ciancimino, depositato nel processo in Corte d'Appello in cui è imputato il senatore Marcello Dell'Utri (Pdl), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il messaggio cui fa riferimento Ciancimino, figlio di Vito, ex Dc condannato per mafia, è quello trovato scritto in una lettera sequestrata nel 2005 tra le carte del padre, e scoperta solo adesso dai pm della procura di Palermo. Nella missiva si fa riferimento "all'onorevole Berlusconi" e ad una minaccia che gli sarebbe stata rivolta nel caso in cui non avesse messo a disposizione una delle sue reti televisive. Nel messaggio, scritto a mano, si fa anche riferimento a un "contributo" politico che l'autore della missiva avrebbe dato. La lettera sarebbe stata consegnata a Massimo Ciancimino da Pino Lipari, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano. Il messaggio, secondo quanto racconta il figlio dell'ex sindaco di Palermo, lo avrebbe ricevuto nella villa a San Vito Lo Capo di proprietà di Lipari, e in quella occasione sarebbe stato presente anche Provenzano. Massimo Ciancimino non ricorda con precisione la data in cui avvenne la consegna. Ma sottolinea, invece, che il messaggio era completo, cioè non era tagliato nella prima parte così com'è stato trovato dai carabinieri durante una perquisizione. Il foglio di carta, infatti, è strappato a metà e in questo modo i pm lo hanno mostrato a Ciancimino. Sono due i verbali depositati dalla Procura Generale e sono datati 30 giugno e 1 luglio. Secondo quanto sostiene Massimo Ciancimino, il senatore Dell'Utri, che avrebbe dovuto girare il messaggio a Berlusconi, sarebbe stato il mediatore. Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell'archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze ( spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all'allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell'inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del 94 aveveva confidato all'investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima "i palermitani" avessero indetto una "riunione ristretta" a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese. Nell'incontro "era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare "Forza Italia". In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza... (inoltre) i vertici "palermitani" avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all'entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie "famiglie mafiose" nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..". Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell'ideatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell'archivio di Ciancimino si inserisca all'interno di questa presunta trattativa. Nel 94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all'interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.

lunedì 13 luglio 2009

Murdoch batte Berlusconi

[Evita di alzare la voce, ma porta con te un grosso bastone. Paul Kennedy]
Addio al vecchio duopolio. Almeno per quel che riguarda le casseforti dei gruppi televisivi italiani: Sky Italia irrompe nell’eterna competizione Rai-Mediaset, scalzando il Biscione e posizionandosi subito dopo la Rai per ricavi. È quanto si legge nella relazione annuale dell’Agcom, nella quale il presidente dell’Authority Corrado Calabrò definisce «irrinunciabile» la riforma della governance Rai, chiede un rinnovamento della legge sulla par condicio, invita servizio pubblico (e non solo) a una maggiore «qualità» e alla «completezza» dell’informazione, specie nei Tg. E non nasconde la soddisfazione per il buon esito del processo di spegnimento analogico, al punto da ipotizzare di anticipare lo switch off definitivo fissato a fine 2012. L’azienda di servizio pubblico, nonostante la flessione dovuta alla pubblicità (-3,6%), tiene e porta a casa nel 2008 2.723 milioni di euro di ricavi, Sky Italia vola a quota 2.640, mentre Rti 2.531 milioni. «È solo l’inizio», commenta soddisfatto James Murdoch, numero uno di Sky Italia e figlio del magnate australiano. «Ne prendiamo atto, ma contano gli utili», taglia corto il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. Una svolta, quella fotografata dall’Agcom, che per il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, dimostra la fine del duopolio. Il quadro, tuttavia, è più complesso di quanto registrano i conti, da cui «emerge una struttura dominata dalla presenza, ormai comparabile, di tre soggetti, con una posizione simmetrica in termini di ricavi complessivi del settore televisivo». Mediaset «è leader nella pubblicità e nuovo concorrente nelle offerte a pagamento»; Sky è «di gran lunga leader nella pay tv e nuovo concorrente nella pubblicità»; mentre Rai «mantiene le classiche posizioni attraverso una quota di rilievo nella pubblicità e prelevando le risorse residue del canone». Il processo di spegnimento analogico e conversione digitale della tv «potrebbe essere accelerato, anticipando la data finale di novembre 2012». È l’opinione del presidente dell’Autorità garante per le comunicazioni che, forte dei buoni risultati dello switch off, invita a ridurre i tempi per abbreviare «il divide tra il resto d’Italia e la Sicilia e la Calabria», destinate a passare al digitale per ultime. «Stiamo verificando se il riavvicinamento tra la data dello switch over e quella dello switch off può portare ad una riduzione dei tempi», è la replica di Romani. Anche quest’anno, Calabrò rilancia la necessità «irrinunciabile» della riforma della governance Rai, rimasta «scetticamente inevasa» e rileva come nel panorama dell’informazione televisiva «emerga un problema di completezza e obiettività dell’informazione, specie nei telegiornali, anche al di fuori del periodo elettorale». Il garante sottolinea il «crescente divario» qualitativo tra la tv italiana e le straniere migliori, puntando il dito contro il piccolo schermo di casa nostra, che «è una grande tv locale», una «finestra sul cortile» più che «aperta sul pianeta», «ripiegata sui fatti di casa nostra, specie di cronaca nera». L’obiettivo dell’affondo è anche «alla trasformazione dei processi giudiziari in processi mediatici». All’ipotesi di mettere mano a una riforma della Rai plaudono il consigliere di amministrazione Nino Rizzo Nervo e l’esponente Pd Paolo Gentiloni. E anche per il titolare delle Comunicazioni Romani si tratta di un «accenno interessante». È necessario riflettere «sull’opportunità» di una riforma della legge sulla par condicio, che «tenga conto dei cambiamenti intervenuti», in modo da garantire «pluralismo ed equilibrio» in un contesto molto più diversificato rispetto all’epoca di emanazione della legge». Di fronte all’auspicio di Calabrò, lascia aperta la porta Romani: «Ci sarà un percorso parlamentare in questa direzione e non una proposta del governo». Ma Gentiloni avverte: «Alla maggioranza dico che i rilievi tecnici e interpretativi sulla par condicio non possono essere il pretesto per rimetterla in discussione. Un simile tentativo troverebbe un’opposizione frontale da parte del Pd».