martedì 30 giugno 2009

Berlusconi sempre più arrogante

[La verità è sempre in esilio. Baal Shem]
Gli imprenditori devono minacciare i media di non dare più pubblicità perchè non diffondano la paura della crisi. E bisognerebbe chiudere la bocca a quegli organismi, anche internazionali, che continuano a diffondere dati di calo dell’economia anche di 5 punti. Silvio Berlusconi(nella foto) lo dice durante una conferenza stampa a palazzo Chigi. «Quello che si deve fare è far rivivere i consumi - aggiunge - far tornare tutti al loro stile di vita precedente perchè per la maggior parte la gente non ha motivo di modificarli». Il premier attacca «le organizzazioni, anche internazionali, che un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà nel 2010 e finirà nel 2011, un disastro... dovremmo chiudere la bocca a tutti questi signori che parlano di crisi, magari perchè lo dicono i loro uffici studi, ma così distruggono la fiducia dei cittadini dell’Europa e del mondo». Ce n’è anche per «gli organi di stampa che prendono tutte queste posizioni insieme alle opposizioni che danno degli incentivi alla paura che sono fuori dalla realtà». «A coloro che investono dobbiamo dire di non avere paura, li sosteniamo perchè le banche gli diano credito, aumenteremo i fondi di garanzia. Dobbiamo dire agli imprenditori di non avere paura, di fare pubblicità ai loro prodotti, l’imprenditore che non ha coraggio perde quote di mercato». «Gli imprenditori - incalza - devono continuare a credere, non avere paura e incentivare con le loro azioni editori e direttori di organi di stampa e televisioni perchè non diffondano la paura».Silvio Berlusconi osserva una serratissima agenda di lavoro ma la giornata di oggi parte con una polemica sull’uso del gossip giornalistico in politica e si accende una scaramuccia con il segretario Udc, Lorenzo Cesa, oggetto di un’ulteriore puntata di un’inchiesta del Giornale. A lui, e a Massimo D’Alema, che aveva già annunciato di querelare il quotidiano di Paolo Berlusconi, il premier si rivolge dicendo: «Sono stato facile profeta quando ho previsto che l’imbarbarimento provocato da una ben precisa campagna di stampa avrebbe messo in moto una spirale che va assolutamente arrestata. Poichè io ho denunciato aggressioni a mio danno nessuno può pensare che io possa approvare analoghi metodi ed aggressioni nei confronti di chiunque».«Non ho mai partecipato a festini, nè ho mai frequentato minorenni o persone che fanno uso di droga. Rispetto tutti, ma non accetto solidarietà da nessuno, in particolare dal Presidente del Consiglio», è la secca replica di Lorenzo Cesa. «Mi dispiace che l’on. Cesa non accetti la mia solidarietà. Non ho mai partecipato a cosiddetti festini, non ho mai frequentato minorenni nè so a chi si riferisca quando parla di persone che fanno uso di droga», controbatte Berlusconi. «Berlusconi vuole chiudere la bocca a un pò troppa gente. Prima parlava solo dell’opposizione e dei giornali non allineati con il Governo. Adesso vuole chiudere la bocca anche a Bankitalia, all’Istat, all’Ocse e a Confindustria, oltre che a tutti i media, colpevoli di diffondere dati reali sulla crisi economica e finanziaria. Le parole di Berlusconi confermano che la sua concezione della democrazia è, come dire, un pò debole e che l’unico modo di governare che conosce è quello di raccontare bugie al Paese e agli italiani» attacca la Finocchiaro. E il presidente della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti, Roberto Natale, afferma che l'attacco del premier «dimostra una volta di più il suo disprezzo per il ruolo che l’informazione svolge in una società democratica».

150 anni a Madoff

[Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, ferne cento, mille,duemila? Magari. E la maniera? La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi. Carlo Collodi]
Una sentenza esemplare, per una truffa che i giudici hanno definito «diabolica». E che dovrebbe essere presa come esempio in Italia. Gli Usa sono sempre un esempio per il mondo occidentale: la truffa è sempre un reato grave, in Italia, a quanto sembra, è punteggio e si consiglia di inserire le condanne nel profilo profesionale ... da utilizzare per eventuali assunzioni. L’ex re di Wall Street, Bernard Madoff è stato condannato a 150 anni di carcere. La lettura del verdetto, in un’affollatissima aula di tribunale a New York, è stata accolta con un applauso. «Nessun altro caso di frode è paragonabile a questo» ha spiegato il giudice distrettuale Denny Chin, precisando che «il simbolismo della sentenza è importante perché con questa si manderà un messaggio». Il finanziere, 71 anni, si era dichiarato colpevole di tutte le 11 imputazioni emerse da uno dei più grossi scandali della storia di Wall Street: in circa vent’anni ha truffato celebrità e piccoli risparmiatori per circa 65 miliardi di dollari (intorno ai 46 miliardi di euro). Nell’udienza di oggi si è anche scusato, assicurando che avrebbe portato avanti il suo «dolore e tormento per il resto della vita».«Alla mia famiglia, lascerò in eredità solo vergogna. Sono responsabile di moltissima sofferenza e dolore. Sono tormentato. Chiedo scusa alle mie vittime, sono spiacente» ha detto con tono mite Madoff, vestito in abito nero e cravatta scura. Le sue scuse, però, sono valse a ben poco. La truffa portata avanti dalla "Bernard Madoff Investement Securities" ha rappresentato uno dei capitoli più drammatici della crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti lo scorso inverno, quando l’11 dicembre 2008 gli agenti federali lo arrestarono. Nel corso degli anni, il finanziere aveva ideato una gigantesca catena di Sant’Antonio con la quale truffare gli ignari clienti con il sistema della piramidi finanziarie. Il giudice Chin ha definito quello di Madoff «un crimine straordinariamente diabolico». Dal 1995 Madoff, che era stato anche presidente del Nasdaq, aveva iniziato la sua attività privata promettendo tassi di interessi alti e sicuri (circa il 10%). Li pagava puntualmente, ma non perché il denaro venisse proficuamente investito, bensì grazie ai soldi freschi che arrivavano da nuovi clienti. Così Madoff diventava sempre più ricco: se l’ammontare delle somme truffate è stimato in circa 65 miliardi di dollari, le cifre legate al suo impero economico ammontano a 171 miliardi di dollari. «Il messaggio che vogliamo dare - ha spiegato Chin - è che i crimini commessi dal signor Madoff erano straordinariamente diabolici e che questo genere di manipolazione del sistema non è soltanto un reato senza spargimento di sangue commesso su carta, quanto un crimine con un bilancio (di vittime e danni, ndr) stupefacente». «Parlando in modo obiettivo - ha aggiunto il giudice - questa frode è stata stupefacente». L’avvocato del finanziere, Ira Sorkin, puntava a una pena mite, al massimo 12 anni, dal momento che il suo cliente aveva ampiamente collaborato alle indagini. Ma che le cose andassero diversamente, era sembrato chiaro dal clima che si respirava oggi in aula. «È come vivere in un inferno. Sembra un incubo da cui non riusciamo a risvegliarci» ha raccontato una delle persone truffate da Madoff chiamate a deporre, Carla Hirshhorn. «Ha rubato ai ricchi. Ha rubato ai poveri. Ha rubato dalla classe media. Non aveva nessun valore» ha commentato un’altra vittima, Tom Fitzmaurice. «Ha fregato le sue vittime - ha proseguito - gli ha portato via i soldi in modo da poter vivere con la moglie Ruth nel lusso sopra ogni immaginazione». Madoff, che ha passato gli ultimi mesi agli arresti domiciliari nel suo appartamento di lusso di Manhattan, del valore di 7 milioni di dollari, perderà tutto: le ville (una a Palm Beach, un’altra in Florida, una da 13 milioni a Montauk, sulla punta di Long Island), gli yacht e i beni personali, che verranno messi all’asta nei prossimi giorni. La moglie, Ruth, 68 anni, rimarrà senza casa e dovrà vivere d’ora in poi con i 2,5 milioni di dollari che le sono stati assegnati dal tribunale. «Vivrò con questo dolore per il resto della mia vita - ha affermato oggi Madoff, poco prima della sentenza - Non posso chiedervi scusa per il mio comportamento: come puoi chiedere scusa per aver ingannato un’industria che hai contribuito a costruire? Come puoi chiedere scusa per aver ingannato una moglie dopo 50 anni di matrimonio?».

venerdì 26 giugno 2009

In Italia diminuiscono i super ricchi

[Ho studiato matematica, signor Galilei. Questo può tornarci utile, se vi induce ad ammettere che due e due possono anche fare quattro. Bertolt Brecht]
Anche i "super ricchi" hanno accusato il colpo della crisi economica del 2008: secondo il tredicesimo "World wealth report" di Merrill Lynch e Capgemini, presentato in questi giorni, nel mondo il numero di persone con ricchezza finanziaria superiore a 1 milione di dollari è diminuito lo scorso anno del 14,9% rispetto al precedente, per un patrimonio complessivo sceso del 19,5% a 32.800 miliardi di dollari. Ancora più pesante il calo in Italia: il numero di ultra ricchi è sceso ai livelli del 2004-2005, vale a dire 163.700 persone, il 20,8% in meno rispetto al 2007 quando, grazie a due anni di crescita costante, erano 206.700 (+1,1% rispetto al 2006, +3,8% tra 2005 e 2006). Netta anche la flessione, a livello mondiale, dei patrimoni oltre i 30 milioni di dollari: -24,6% per numero e -23,9% per valore. A livello geografico, i grandi ricchi continuano a risiedere soprattutto in Nord America, Asia ed Europa, con Stati Uniti, Giappone e Germania che, da soli, raggruppano il 54% del totale (raggiungevano il 53,3% nel 2007); al quarto posto i cinesi sopravanzano nel 2008 il Regno Unito, mentre l’Italia perde una posizione a vantaggio della Svizzera, passando dall’ottavo al nono posto, seguita dal Brasile che ha guadagnato due posizioni su Spagna e Australia. Nel complesso, nei primi 12 posti restano gli stessi Paesi del 2007. Il calo più evidente è quello registrato a Hong Kong (-61,3%), seguito da quello dell’India, il paese che nel 2007 era cresciuto di più, e da Russia e Regno Unito; negli Stati Uniti il numero di grandi ricchi è calato del 18,5% (2,4 milioni di persone contro i 3 milioni del 2007), in Giappone del 9,9%, mentre in Germania solo del 2,7%. Una punta di ottimismo per il futuro: lo studio di Merril Lynch e Capgemini prevede che il numero di grandi ricchi e relativi patrimoni riprenderà presto a crescere, con un tasso di crescita annua dell’8,1% da qui al 2013; a quel punto, secondo le previsioni, la loro ricchezza complessiva raggiungerà i 48.500 miliardi di dollari. Per quanto riguarda i comportamenti, nel 2008 i super ricchi hanno cercato riparo alla crisi riducendo la propria esposizione sul mercato azionario e destinando una quota maggiore del loro patrimonio verso investimenti a reddito fisso e cash (+6%) e al settore immobiliare (+4%). In calo, invece, i "passion investment", ossia i soldi destinati a oggetti e attività di piacere: in particolare, sono calati gli investimenti in attività filantropiche, soprattutto nell’ultimo trimestre dello scorso anno. E per il 2009 il 60% dei grandi ricchi nordamericani ha già dichiarato che ridurrà le proprie donazioni; più ’generosì i giapponesi, che nel 54% dei casi aumenteranno le quote destinate a progetti benefici.

Rischio guerra civile in l'Iran

[Non intonare canti di vittoria nel giorno senza sole della battaglia. Che Guevara]

La Casa Bianca ha respinto le accuse di ingerenza negli affari iraniani lanciate dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha detto che il presidente iraniano sta cercando di porre gli Stati Uniti al centro della crisi politica seguita a Teheran alle elezioni. Ahmadinejad aveva accusato il presidente americano Barack Obama di "parlare come George W. Bush". Dietro gli scontri in Iran ci sono gli Stati Uniti e la Cia: lo ha affermato anche il presidente venezuelano, Hugo Chavez, neppure 24 ore dopo che il suo paese ha riallacciato i rapporti diplomatici con Washington. Chavez, che ha appena inaugurato il vertice straordinario dell'Alba (Alternativa Bolivariana per le Americhe), ha sostenuto che le denunce di brogli lanciate dall'opposizione sono il frutto di una strategia pianificata dagli Usa. "C'é la gente nelle strade, ci sono i morti, ci sono i franchi tiratori e dietro a tutto questo - ha detto Chavez - ci sono la Cia e la mano imperialista dei paesi europei e degli Stati Uniti. Dal mio punto di vista è questo quello che sta succedendo in Iran". Chavez, che è stato tra i primissimi a congratularsi con il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad per la vittoria elettorale che invece viene contestata dall'opposizione e dai manifestanti a Teheran, ha aggiunto: "Ahmadinejad ha vinto in piena legalità. Ne siamo assolutamente sicuri, perché conosciamo la realtà dell'Iran". Gli slogan politici in Iran meriterebbero un'antologia. A volte sono eleganticome un verso del poeta persiano Rumi. Vengono inventati sul momento, per reagire all'attualità e soprattutto sembrano assimilati all'istante da centinaia di migliaia di iraniani che li intonano all'unisono. Ecco qualche slogan memorabile: "Allora piccolo dittatore, dove sono i tuoi 24 milioni di elettori?". "Una settimana, due settimane che Mahmoud non si fa più la doccia!". "Ehi, atleta atomico, vai a dormire che sei stanco!". Il tono degli slogan indica che la repubblica islamica è entrata in una nuova fase della sua storia. Il regime ormai mostra ferite profonde. All'improvviso anche la società iraniana rivela le sue profonde divisioni. L'unità nazionale creata dall'ayatollah Khomeini nel 1979 è in frantumi. Oggi c'è una folla contro l'altra: quella dll'ondata verde di Mousavi (nella foto) a piazza Vanak e quella dei sostenitori di Ahmadinejad che hanno deciso di occupare piazza Vali Asr. Un gruppo di basiji in moto, che si è allontanato dalla manifestazione dei sostenitori di Ahmadimejad, arriva fino a piazza Vanak. Si uniscono alla polizia e cominciano a bastonare i manifestanti. Qualcuno però riesce a infiltrarsi tra le forze antisommossa, a rovesciare due moto e a dargli fuoco,tra gli applausi degli spettatori.

giovedì 25 giugno 2009

Teheran brucia

[Ah, l'odore dei cassonetti che bruciano! E' il profumo della libertà]
L’ufficio elettorale di Mir Hossein Mosuavi ha pubblicato un rapporto sui presunti brogli avvenuti nel corso delle elezioni presidenziali del 12 giugno, chiedendo la creazione di una commissione indipendente che esamini le modalità dello scrutinio. Il rapporto è apparso sul sito web del candidato riformista, e denuncia «l’utilizzo su vasta scala delle risorse del governo in favore del suo candidato», il pres idente uscente Mahmoud Ahmadinejad, risultato eletto con il 63% delle preferenze. «Sono state stampate delle schede elettorali la sera stessa delle consultazioni senza numero di serie, fatto senza precedenti nella storia del Paese», sostiene il rapporto, che nota come siano stati fabbricati «due volte e mezza il numero dei tamponi necessari per la validazione del voto, il che facilita i brogli». Inoltre, sarebbe stato impedito ai rappresentanti dei candidati di essere presenti ai seggi per sorvegliare le operazioni di voto, e interrotta la trasmissione di sms per impedire ogni avvertimento su eventuali irregolarità; infine, vi sarebbero «seri dubbi» sul fatto che le urne fossero vuote prima di essere portate ai seggi, dato che al momento dell’apposizione dei sigilli i rappresentanti dei candidati non erano presenti.
Il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione - che risponde direttamente alla guida suprema Ali Khamenei - ha ribadito che non verrà effettuato alcun riconteggio su vasta scala, dato che non sarebbero state riscontrate irregolarità sufficientemente gravi da giustificare una tale decisione o la ripetizione del voto. Il servizio degli Sms sui cellulari sarà presto ripristinato anche a Teheran dopo gran parte dell'Iran,così il ministro delle Comunicazioni. Il servizio, interrotto alla vigilia delle presidenziali del 12 giugno, ha parzialmente ostacolato le comunicazioni tra sostenitori dell'opposizione che contestano i risultati del voto. Nonostante il blocco, molti messaggi continuano però a essere inviati e ricevuti attraverso Internet e siti di microblogging come Twitter.

In Persia violenza nel nome dell'islam

[La storia è un orologio che ha i suoi metodi per svegliare il mondo: buongiorno, è arrivato il futuro. A.A. Rodrich]


L'Iran ha accusato il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, di ingerenza nei suoi affari interni. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Isna. La notte scorsa Ban Ki-moon aveva chiesto a Teheran "lo stop immediato agli arresti, alle minacce e all'uso della forza" da parte delle autorità. "Ban Ki-moon, sotto l'influenza di alcuni poteri, sta ignorando la realtà delle elezioni in Iran e le sue critiche sono chiaramente in contraddizione con le sue mansioni .... E costituiscono una chiara ingerenza nelle questioni interne dell'Iran". Queste le dichiarazioni attribuite dall'Isna al portavoce del ministero degli Esteri, Hassan Qashqavi. Non saranno annullate le elezioni presidenziali del 12 giugno in Iran, che hanno visto rieletto il presidente Mahmud Ahmadinejad. Lo ha fatto sapere il Consiglio dei Guardiani, incaricato di sovrintendere alla regolarità del voto, mentre il Parlamento ha fissato tra il 26 luglio e il 19 agosto il periodo nel quale il presidente dovrà giurare per assumere la carica. Il vice capo della magistratura, Ebrahim Raisi, ha intanto annunciato oggi che le centinaia di arrestati nelle proteste a Teheran riceveranno condanne talmente severe da "dare una lezione" a tutta la popolazione. "L'intera nazione deve fare attenzione a quello che dice" e i giornalisti "a quello che scrivono", ha ammonito Raisi, affermando che deve essere rispettata la volontà espressa venerdì scorso nella preghiera collettiva dalla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, secondo il quale le proteste di piazza contro i risultati delle elezioni devono finire. Rimane tesa la situazione dei rapporti fra l'Iran e la Gran Bretagna, accusata da Teheran di avere ordito un complotto contro le elezioni. Ma la notizia data da un deputato iraniano secondo il quale l'Iran aveva richiamato per consultazioni il suo ambasciatore a Londra, è stata smentita dal ministero degli Esteri di Teheran. Alcune organizzazioni di studenti fondamentalisti hanno inoltre revocato una manifestazione ostile che era stata convocata di fronte all'ambasciata britannica a Teheran, dopo che il ministero dell'Interno aveva fatto sapere che il raduno non era autorizzato. Nonostante il divieto delle manifestazioni, l'ex candidato riformista Mehdi Karrubi ha chiesto agli oppositori di commemorare con speciali cerimonie gli uccisi nelle proteste: almeno 17 secondo il bilancio ufficiale. In Iran il candidato presidenziale riformista Karrubi ha annullato la cerimonia di lutto per i dimostranti uccisi dalla repressione. Lo fa sapere il sito del suo partito. Karrubi, ex presidente del Parlamento, si è riservato di riorganizzare per la prossima settimana la manifestazione indetta ma vietata dal regime. Intanto l'ayatollah dissidente Montazeri ha affermato che se la repressione delle manifestazioni pacifiche continuerà potrebbe determinare la caduta del governo. Passano i giorni e le violenze continuano a Teheran. Secondo le testimonianze che giungono dall'Iran tramite i social network e Internet, i Basij (miliziani islamici filo-governativi), avrebbero compiuto veri e propri «massacri» a piazza Baharestan, durante le proteste di oggi da parte dei sostenitori del candidato moderato Mir Hossein Mousavi. Un testimone parla di «cadaveri portati via sui camion», mentre un altro riferisce che «la famiglia di Neda Soltan» - la ragazza uccisa in strada sabato scorso diventata il simbolo della protesta dopo che il video della sua morte è apparso su Youtube - «è stata costretta a uscire dalla propria casa dalle autorità iraniane». Un altro utente di Twitter consiglia invece ai manifestanti feriti di non recarsi in ospedale ma nelle ambasciate, mentre su YouTube si possono vedere un ragazzo in fin di vita e le immagini degli scontri di oggi. Dopo che le autorità iraniane hanno imposto una stretta censura ai media internazionali, Twitter e Youtube sono diventati canali attraverso cui ottenere informazioni da Teheran, anche se è impossibile verificare l’attendibilità delle notizie diffuse dai testimoni. Altri testimoni hanno confermato alla Cnn che forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco sui manifestanti radunati fuori dal Parlamento di Teheran. «È un genocidio, un massacro, questo è Hitler», ha detto una donna intervistata dal network americano. Le milizie «hanno cominciato a colpire chiunque, alcuni sono stati gettati da un ponte», ha aggiunto la donna. Hanno attaccato «con bastoni e con armi da fuoco i dimostranti che hanno provato a radunarsi». Mentre da vari blogger arriva anche una richiesta di aiuto rivolta all'Occidente. Piazza Baharestan, come testimoniano su vari social network molti cittadini di Teheran, sarebbe piena di sangue e la polizia avrebbe eseguiti numerosi arresti. Prima degli scontri era stata annunciata la chiusura da parte delle autorità locali della fermata della metro di Teheran che si trova vicino al Parlamento, per evitare che i manifestanti giungessero in piazza . Il regime va dunque per la sua strada e apparentemente non lascia molte chance all’opposizione, messa nell’angolo dalla repressione e da nuove minacce. Sono state proibite nuove manifestazioni in concomitanza con la giornata in cui i seguaci di Mehdi Karroubi avrebbero voluto commemorare le persone rimaste uccise nei disordini dei giorni scorsi. Intanto, in una Teheran presidiata dalla polizia antisommossa in alcune zone nevralgiche, la Guida suprema iraniana, ayatollah Ali Khamenei, ha ribadito che le manifestazioni degli oppositori del presidente Mahmud Ahmadinejad non potranno far cambiare il risultato delle elezioni da cui è uscito rieletto. Il ministro dell’Interno ha fatto sapere che sono vietate anche le cerimonie di lutto alle quali ha chiamato per domani l’ex candidato riformista Mehdi Karrubi in memoria degli almeno 17 manifestanti rimasti uccisi nei giorni scorsi. Sul fronte internazionale, oltre alla Gran Bretagna Teheran ha accusato oggi anche gli Stati Uniti di avere partecipato ad un complotto contro le elezioni, con finanziamenti della Cia, dopo che ieri il presidente Barack Obama aveva fatto dichiarazioni nei confronti delle autorità iraniane più dure rispetto a quelle prudenti a cui si era attenuto in precedenza. Il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, ha detto intanto che non sarà alla riunione allargata dei ministri degli Esteri del G8 a Trieste sull’Afghanistan e il Pakistan. «Il sistema islamico e il popolo non accetteranno l’uso della forza a nessun costo», ha detto Khamenei ricevendo l’intero Parlamento. In un sermone pronunciato alla preghiera di venerdì scorso a Teheran, Khamenei aveva affermato che le manifestazioni contro la rielezione di Ahmadinejad dovevano cessare e aveva avvertito che la pressione della piazza non lo avrebbe fatto retrocedere. Continuano intanto gli arresti fra le file degli oppositori. Sono finiti in carcere 25 fra giornalisti e dipendenti del giornale Kalemeh Sabz, che era stato fondato per sostenere la campagna elettorale del moderato Mir Hossein Mussavi ma era stato messo al bando dopo il voto. Lo ha detto un membro della redazione, Alireza Baheshti, precisando che gli arresti sono avvenuti due giorni fa. Il giornalista ha aggiunto che cinque donne che figuravano fra le persone arrestate sono state rilasciate. La moglie di Mussavi, Zahra Rahnavard, ha lanciato sul sito del marito un appello alle autorità della Repubblica islamica perchè rilascino gli oppositori arrestati, dicendo di essere «suo dovere» continuare a protestare per i diritti in Iran. Dopo l’espulsione da parte dell’Iran di due diplomatici britannici, seguita da un’analoga misura presa per ritorsione da Londra, rimane alta la tensione fra la Repubblica islamica e la Gran Bretagna. L’Iran «sta studiando» la possibilità di ridurre il livello delle relazioni diplomatiche con Londra, ha detto il ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki. Mentre il ministro dell’Intelligence, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha affermato che alcune persone «con passaporto britannico» risultano coinvolte nell’organizzazione dei recenti disordini. Tra di loro, ha aggiunto, una persona che, «agendo sotto la copertura di giornalista, raccoglieva informazioni utili al nemico». La notizia dell’arresto di un giornalista con doppia cittadinanza greca e britannica che lavora per il Washington Times. Ma anche gli Stati Uniti si ritrovano sul banco degli accusati. «La Gran Bretagna, gli Usa e il regime sionista (Israele, ndr) sono i principali elementi coinvolti dei recenti disordini», ha detto il ministro dell’Interno, Sadeq Mahsuli. Il ministro ha aggiunto che la Cia ha fornito «sostegno finanziario ai rivoltosi». Barack Obama, nel frattempo, aveva espresso «seri dubbi sulla legittimità delle elezioni» e denunciato «tentativi di distrarre la gente da quel che sta succedendo veramente nel Paese» attraverso le accuse lanciate a potenze straniere.

Acqua alta a Punta Raisi

[La solita routine di speranze e delusioni che caratterizza la nostra vita proletaria. Che Guevara]

Siamo costretti a ritornare a parlare dell'aeroporto internazionale di Punta Raisi Pmo - Falcone Borsellino. Le condizioni igienico sanitarie continuano a essere precarie. Spesso i tombini della fognatura non riescono più a drenare i liquami che uscendo dai loro sitipreposti ricoprono il pavimento del locale dove si smistano i bagagli in partenza. Si viene così a crare un fenomeno chiamato dalle maestranze: acqua alta, che però non ha niente a che vedere con Venezia. Il personale in servizio è costretto a lavorare, per molte ore (respirando i vari odori depositati dei passeggeri, evitando di calpestare carta igienica o quant'altro ... ), in compagnia di zanzare molto aggressive. Stanchi di denunciare disservizi causati dal gestore Gesap, facciamo appello all'Enac affinchè possa intervenire e risolvere, in tempi brevi, questo problema. In altri aeroporti europei una situazione del genere avrebbe provocato un intervento delle componenti sindacali con conseguente sciopero, se il problema non veniva risolto in tempi brevi, ma viviamo in Italia dove i sindacati sono in via di estinsione, di conseguenza non ci resta che l'Enac continui a fare il lavoro ispettivo a 360 gradi. Tre ispettori dell'Enac intorno alle 17 di ieri hanno "bucato" il sistema di sicurezza dell'aeroporto Falcone Borsellino di Palermo. I tre ispettori dell'Ente nazionale aviazione civile sono riusciti a passare i controlli di sicurezza all'imbarco, in tre postazioni diverse, avendo addosso delle armi. Gli ispettori, superata la soglia delle postazioni, hanno esibito i tesserini identificativi e hanno mostrato alle guardie giurate le armi occultate. Il fatto è avvenuto davanti agli occhi di decine di passeggeri in attesa di imbarcarsi. Scelta precisa che «i controlli di sicurezza sono svolti da società che si sono aggiudicate i servizi a seguito di gare d'appalto; le guardie giurate che operano nello scalo sono munite di decreto della Prefettura e del certificato di idoneità rilasciato da una commissione di cui fanno parte l'Enac e la Polaria». Il dirigente aggiunge che «i servizi delle guardie giurate vengono svolti sotto l'osservazione degli agenti della Polaria. Se verranno confermate le anomalie chiederemo l'allontanamento dei responsabili. Se la Gesap dovesse subire sanzioni, inoltre, applicheremo il diritto di rivalsa nei confronti della società che gestisce il servizio di controllo ai varchi».

38° parallelo, sale la tensione

[Comprare un'arma è come prendere un biglietto di sola andata per l'inferno. E.M. Reyes]
I servizi segreti sudcoreani hanno riferito che un missile multistadio di lunga gittata è stato recentemente trasportato, a bordo di un treno speciale, dalla base di lancio di Dongchang-ri sulla costa occidentale della Corea del Nord verso la base di Musundan-ri, nella parte orientale paese. Lo ha rivelato quotidiano «Chosun Ilbo», secondo cui Washington e Seul sospettano che Pyongyang stia progettando lanci contemporanei da entrambe le basi, anche se non escludono la possibilità che il transito del treno sia solo un modo per confondere le acque e depistare lo spionaggio straniero. La base di Musudan-ri è la stessa da dove è partito lo scorso 5 aprile il missile che ha sorvolato il Giappone e che ha provocato la condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Fonti del governo sudcoreano ipotizzano la presenza a bordo del convoglio ferroviario di un missile di tipo «Taepodong-2», capace di percorrere più di 4.000 chilometri montando una testa nucleare e di raggiungere Alaska e Hawai con propellente arricchito. La Corea del nord potrebbe, quindi, essere capace di colpire le città americane della West Coast con i suoi missili entro i prossimi tre anni: è l’avvertimento lanciato da esperti della Difesa statunitense, che ritengono però improbabile la possibilità di sganciare una testata atomica nello stesso arco di tempo. Tuttavia, i tempi indicati dal vice comandante del Joint Chiefs of Staff, il generale James Cartwright, indicano di fatto che gli esperti Usa ritengono che il programma nucleare nordcoreano stia ancora procedendo a rilento. Gli ultimi test compiuti sul missile Taepodong 2 si sarebbero, infatti, conclusi con un parziale fallimento.Intanto, dopo le sanzioni al regime imposte dalla nuova risoluzione 1874 dell’Onu, approvata il 12 giugno, le autorità di Pyongyang si stanno affrettando a ritirare il denaro dai conti bancari all’estero. Il quotidiano sud-coreano «Dong-A Ilbo», citando fonti di Pechino, afferma che la Corea del Nord ha cominciato a ritirare le riserve accumulate a Macau e altrove, nel timore che i conti vengano congelati, operazioni che sono compiute tanto da singoli che da aziende. Gli Stati Uniti sono pronti a prendere le misure necessarie per proteggere le Hawaii in caso la Corea del Nord lanci un missile. Il lancio missilistico di lunga gittata sarebbe previsto per i primi di luglio, nelle acque del Pacifico. Il ministro della Difesa americano, Robert Gates, ha precisato, nel corso di un briefing al Pentagono, che gli Stati Uniti ''sono pronti a prendere le misure necessarie'' per proteggere le Hawaii nel caso in cui la Corea proceda con il lancio. Il test nucleare compiuto dalla Corea del nord il 25 maggio fa parte di una tattica ormai nota. Quando si sente ignorata, Pyongyang cerca di attirare l'attenzione con qualche gesto provocatorio. Nel 1993 aveva minacciato di ritirarsi dal trattato di non proliferazione (Tnp), costringendo l'amministrazione Clinton al tavolo dei negoziati. Il primo test nucleare, nel 2006, ha obbligato l'amministrazione Bush a prendere sul serio i colloqui a sei (Russia, Cina,Usa, Giappone, Cina e le due Coree) sul dossier nucleare nordcoreano. Anche Obana sarà costretto a sedersi al tavolo dei negoziati? O quest'ultimo test spingerà la comunità internazionale a prendere una posizione comune comune nei confronti della Corea del Nord? La questione coreana non era in cima alle preoccupazioni di Obama. In questo momento Washington ha molti altri problemi da affrontare sul piano internazionale:dalla crisi internazionale alle guerre in Afghanistan e in Iraq,al nucleare iraniano. La leadership nordcoreana sa che il nuovo test nucleare provocherà reazioni dure a Tokyo, Seoul e Pechino. Le risposte sudcoreane e giapponesi sono importanti, perchè potrebbero limitare lo spazio di manovra di Washington. Washington ha già avviato colloqui con Seoul e Tokyo per esplorare altre strade oltre a quella delle sanzioni. Ma i rapporti tra le due Coree e tra il Giappone e Pyongyang sono già molto precari, e nessuno degli alleati Usa si dimostra pronto a fare nuove concessioni al regime di Kim Jong-il. Anzi il Giappone potrebbe voler imporre altre sanzioni.

POLITKOVSKAIA: CORTE SUPREMA,NULLE ASSOLUZIONI

[Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile. André Glucksmann su Anna Politkovskaja]
La Corte Suprema russa ha annullato la sentenza di assoluzione per le tre persone accusate dell' omicidio della giornalista Anna Politkovskaia e ha ordinato la riapertura del processo. Lo riferisce l'agenzia Interfax. La Corte suprema, annullando la sentenza di assoluzione per le tre persone accusate dell' omicidio della giornalista Anna Politkovskaia (nella foto), ha ordinato la riapertura del processo. La Corte ha così accolto il ricorso della procura, presentato dopo che lo scorso febbraio una corte militare integrata da giudici popolari aveva assolto all' unanimità i tre imputati dell'omicidio - tutti ceceni - della giornalista, uccisa nell'ascensore della sua abitazione a Mosca il 7 ottobre 2006. I tre imputati sono l'ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhikurbanov, accusato di essere l'organizzatore logistico del delitto, e dei fratelli Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti 'pedinatori' della vittima (un terzo fratello, Rustan, è ricercato all'estero come presunto killer). Khadzhikurbanov si trova in carcere perché arrestato poco dopo l'assoluzione per una vicenda di estorsione, mentre non è noto dove si trovino i due fratelli Makhmudov. Anna Stepanovna Politkovskaja (in russo, А́нна Степа́новна Политко́вская; New York, 30 agosto 1958 – Mosca, 7 ottobre 2006) è stata una giornalista russa,molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja condannava apertamente l'Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia. Il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja viene assassinata nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. La sua morte, da molti considerata un omicidio operato da un killer a contratto, ha prodotto una notevole mobilitazione in Russia e nel mondo, affinché le circostanze dell'omicidio venissero al più presto chiarite. Anna Politkovskaja nasce il 30 agosto 1958 con il nome di Anna Mazepa a New York, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l'ONU. Studia giornalismo all'Università di Mosca, dove si laurea nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva. La sua carriera inizia nel 1982 al famoso giornale moscovita Izvestija, che lascerà nel 1993. Dal 1994 al 1999, lavora come cronista, come responsabile della Sezione Emergenze/Incidenti e come assistente del direttore Egor Jakovlev alla Obščaja Gazeta, oltre a collaborare con altre radio e TV libere. Nel 1998, si reca per la prima volta in Cecenia come inviata della Obščaja Gazeta per intervistare Aslan Maskhadov, all'epoca neo-eletto Presidente di Cecenia. A partire dal giugno 1999 fino alla fine dei suoi giorni, lavora per la Novaja Gazeta. Nello stesso periodo, pubblica alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan ed Inguscezia. Spesso per il suo impegno viene minacciata di morte. Nel 2001, la Politkovskaja è costretta a fuggire a Vienna in seguito a ripetute minacce ricevute via e-mail da Sergei Lapin, un ufficiale dell'OMON (la polizia dipendente direttamente dal ministero degli Interni con emanazioni nelle varie repubbliche russe) da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin viene arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprende nel 2003 per concludersi, dopo numerose interruzioni, nel 2005 con una condanna per l'ex-poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti. Proprio in Cecenia la Politkovskaja si reca molto spesso, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni. Nelle sue pubblicazioni, non risparmia critiche violente sull'operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze degli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca. La Politkovskaja gode anche di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i "negoziatori privilegiati" dalla guerriglia, così come appare fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka. Nel 2003 pubblica il suo terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya (tradotto in Italia con il titolo Cecenia, il disonore russo), in cui denuncia la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti sono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Durante la stesura del libro, la Politkovskaja si è avvalsa delle testimonianze anche di militari russi e della protezione di alcuni ufficiali durante i mesi più duri della guerra. Nel settembre 2004, mentre si sta recando a Beslan durante la crisi degli ostaggi, viene improvvisamente colpita da un malore e perde conoscenza. L'aereo è costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero. Si suppone un tentativo di avvelenamento, ma la dinamica dell'accaduto non verrà mai chiarita del tutto. Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa denuncia: « Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare. » In un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007, in una raccolta a cura del PEN American Center, la Politkovskaja scrive: « Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci. » Nello stesso saggio dice di non considerarsi "un magistrato inquirente", ma piuttosto "una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo", dal momento che - continua - in Russia "i servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico". Anna Politkovskaja viene ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell'ascensore del suo palazzo a Mosca. La polizia rinviene una pistola Makarov PM e quattro bossoli accanto al cadavere. Uno dei proiettili ha colpito la giornalista alla testa. La prima pista seguita è quella dell'omicidio premeditato ed operato da un killer a contratto. Il mandante è ancora oggi sconosciuto.
L'8 ottobre, la polizia russa sequestra il computer della Politkovskaja e tutto il materiale dell'inchiesta che la giornalista stava compiendo. Il 9 ottobre, l'editore della Novaja Gazeta Dmitry Muratov afferma che la Politkovskaja stava per pubblicare, proprio il giorno in cui è stata uccisa, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov (chiamate dispregiativamente kadiroviti). Muratov aggiunge che mancano anche due fotografie all'appello. Gli appunti non ancora sequestrati vengono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaja Gazeta. I funerali si svolgono il 10 ottobre presso il cimitero Troekurovskij di Mosca. Più di mille persone - fra cui i colleghi e semplici ammiratori della giornalista - partecipano alla cerimonia funebre. Tra i partecipanti alle esequie c'è anche il leader politico radicale Marco Pannella, amico personale di Anna Politkovskaja, nonchè unico politico italiano a prendere parte. Nessun rappresentante del governo russo però vi partecipa.

lunedì 22 giugno 2009

Comune di Carini: l'assessore Badalamenti precisa

Circa l'abbandono dei rifiuti contenenti amianto in matrice cementizia (eternit), abbandonato sul lungomare Cristoforo Colombo, di cui è stata pubblicata notizia nella rubrica ditelo a RGS in data 17 giugno 2009, lo scrivente Ass. Giuseppe Badalamenti (nella foto), al fine di informare sull'attività svolta dagli uffici competenti, ha richiesto alla Ripartizione V del Comune di Carini notizie dettagliate su quanto è stato realizzato e quanto è in programma per l'eliminazione dell'inconveniente rilevato. I dati forniti sono i seguenti: nell'anno 2008 è stato rimosso dal lungo mare Cristoforo Colombo materiale (eternit) abbandonato per un totale di Kg. 23.450. Per il 2009 è stato presentato al competente ufficio dell' Ausl 6 di Palermo, come imposto dalla normativa vigente, il piano di lavoro per gli interventi di rimozione dei rifiuti contenenti amianto abbandonati da ignoti sulle aree pubbliche o private ad uso pubblico del territorio comunale di Carini, ivi compreso l'eternit abbandonato sul lungomare Cristoforo Colombo. Ottenuto il Nulla Osta alla rimozione è iniziato, a partire dal 12/05/2009, un programma di interventi che ha già interessato 8 zone del territorio comunale e interesserà, entro la seconda settimana di luglio, anche l'eternit segnalato nella Vostra rubrica. Da quanto detto si evince un riproporsi del fenomeno dell' abbandono dei rifiuti sul lungomare Cristoforo Colombo, così come in altre zone del territorio comunale, favorito forse dalla particolare dislocazione dei luoghi e sicuramente perpetrato da individui senza scrupoli, visto il pericolo per la salute pubblica, al quale questo Ente ha prestato particolare attenzione.

Ryanair non molla su Ciampino

[Nell'aprile del 2005 Ryanair ha vietato al personale di ricaricare le batterie dei cellulari a spese della compagnia, sostenendo che si trattava di furto di elettricità aziendale. Secondo le stime di Ryanair, l'editto ha fatto risparmiare 1,4 centesimi di euro a carica.]
Ryanair considera ''falso'' il rapporto Cristal sull'inquinamento acustico nella zona dell'aeroporto di Roma Ciampino, e rende noti i diversi risultati del ''rapporto ufficiale che era stato realizzato dal comitato tecnico indipendente dell'aeroporto, diretto dall'Enac''. Lo ha detto il numero uno della compagnia aerea, Michael O'Leary, confermando con una conferenza stampa a Roma che se Ryanair sarà costretta a lasciare Ciampino non volerà più su Roma. ''Ryanair - ha detto O'Leary - oggi pubblica il rapporto ufficiale sul rumore a Ciampino che la Regione Lazio ed il sindaco di Ciampino hanno soppresso commissionando invece un rapporto non ufficiale prodotto da Cristal i cui risultati sono oggettivamente scorretti e non conformi ai requisiti europei sul monitoraggio acustico: travisano la vera situazione''. Per O'Leary il rapporto reso noto da Ryanair conferma invece ''che la riduzione di capacità all'aeroporto di Ciampino non ha fatto alcuna differenza sui livelli di rumore, non c'è alcun problema di inquinamento dell'aria, non c'eè nessun problema di rumore perchè solo cento case sono state colpite da livelli di rumore e non sono peggiori di quelli di normali centri citta'''. ''Roma è una città fantastica'' dice O'Leary, ma ''è piu' Roma ad aver bisogno di Ryanair che non Ryanair ad aver bisogno di Roma''. La compagnia non intende trasferire i suoi aerei a Fiumicino: ''troppo caro, ha tariffe che non ci consentirebbero di mantenere la nostra politica di prezzi lowcost'', dice O'Leary. Né prende in considerazione l'ipotesi di una delocalizzazione del secondo aeroporto di Roma a Viterbo, ''troppo lontano da Roma''. Cosi' non considera alcuna alternativa a Ciampino: ''Lasceremo Roma. Ci sono decine di aeroporti in Europa dove poter far volare gli aerei che oggi utilizziamo per i collegamenti con Ciampino''. Nella battaglia per difendere l'operatività dello scalo di Ciampino Ryanair mette sotto accusa il ''rapporto Cristal'' sull'inquinamento acustico: ''Ha rilevato il rumore del traffico stradale, non quello delle piste'', dice O'Leary: ''Non è un rapporto imparziale perchè stilato da una società collegata alla Regione Lazio, è una ricerca sbagliata ed inaffidabile''. Sarebbe ''falso'' che nella cosiddetta zona B vivono 4mila persone, ''falso'' che i livelli di rumore superano i limiti di legge. Il rapporto ''ufficiale'' pubblicato da Ryanair indica invece che nella zona B ''ci sono solo 100 abitazioni, ed il rumore è al livello del normale traffico cittadino''. Incalzato da un gruppo di persone del comitato cittadino per la riduzione dell'impatto ambientale dell'aeroporto di Ciampino, O' Leary ha confermato la posizione di Ryanair. ''Perchè credere ad un rapporto e non all'altro? Perchè quello che il sindaco di Ciampino ha cercato di sopprimere è un documento ufficiale, una ricerca fatta con criteri affidabili e sotto la regia imparziale di un ente pubblico come l'Enac. Mentre l'altro è falso: hanno misurato il rumore delle strade e non quello delle piste, e contiene dati inesatti''. Ryanair ha inviato il rapporto che considera piu' aderente alla realta' ''al ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, per assicurarsi che non venga fuorviato dalle false dichiarazioni e bugie''. Intanto, dice O'Leary, ''continuera' a pubblicare gli annunci a pagamento'' comparsi nei giorni scorsi su un quotidiano ''con le dieci domande di Ryanair mai poste al sindaco di Ciampino''. I profitti di Ryanair ''risalgono per la caduta del prezzo del petrolio e delle tariffe'. La compagnia lo ha indicato a margine di una conferenza stampa a Roma dell'amministratore delegato Michael O'Leary. E' confermato il piano di raddoppiare traffico e profitti tra 2007 e 2012, con ''nuovi aeroporti e basi pronti per raggiungere quota 100 milioni di passeggeri'', (la stima per il 2009 e' di 67 milioni). Quanto all'Italia nel 2009 la compagnia, la più grande low cost europea, è cresciuta con 5 nuove basi, 78 nuove rotte, e traffico in aumento a 18 milioni di passeggeri. Nei primi 5 mesi dell'anno Ryanair ha registrato in Italia, secondo i dati diffusi dalla compagnia, una crescita del 9% nonostante un calo del 9% del traffico presso gli aeroporti italiani. In Italia ha 8 basi, vola su 23 aeroporti, 248 rotte, per 18mila posti di lavoro

giovedì 18 giugno 2009

Fannie & Freddie: un futuro ancora da definire

[Dimenticate l'antica massima che nulla rende vincenti come il successo: oggi la regola prevalente per i top manager è che niente rende quanto un fallimento. Warren Buffett]
Il futuro di Fannie Mae e Freddie Mac è tutto da definire ma al momento l'amministrazione Obama non ha tempo per occuparsene. Lo ha detto il Segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, alla Commissione banche del Senato. 'In questo preciso momento non abbiamo il tempo per pensare ad un piano di ristrutturazione' per le due societa' di mutui nazionalizzate dal governo americano lo scorso settembre, ha detto Geithner. 'Lo faremo in futuro perchè è una cosa essenziale da fare'. Fannie Mae e Freddie Mac (rispettivamente Federal National Mortgage Association e Federal Home Loan Mortgage Corporation) sono due società create alle fine degli anni Trenta per garantire i fondi per il mercato immobiliare americano. Sono formalmente società private dalla fine degli anni Sessanta ma hanno sempre avuto una linea di credito garantita per svolgere la loro "missione pubblica". Non prestano denaro ai privati cittadini, non sono loro a concedere mutui agli americani che vogliono comprare una casa. Fannie e Freddie i mutui li comperano, li assicurano, li impacchettano e li cartolarizzano, per poi rivenderli agli investitori sotto forma di titoli: sono quindi al centro del meccanismo di credit crunch che ha messo in ginocchio i mercati finanziari. Tutti i big di Wall Street hanno in portafoglio derivati di questo meccanismo, la banca centrale della Cina detiene obbligazioni di Fannie Freddie per centinaia di miliardi di dollari, così come le istituzioni di Arabia Saudita, Russia e Giappone. Negli anni la loro attività è cresciuta, fino ad arrivare a garantire 5.200 miliardi di dollari di mutui: un terzo della capitalizzazione della Borsa di New York e oltre un terzo del Prodotto interno lordo americano.Tutto bene fino a un anno fa, fino a quando la crisi del mattone, le difficoltà dei subprime, hanno tolto il supporto ai loro bond. Fannie e Freddie negli ultimi 12 mesi hanno messo in bilancio perdite per 14 miliardi di dollari e la paura di un default ha fatto scendere del 90% il loro valore di Borsa in un anno. In una spirale che ancora non è giunta al termine: nel secondo semestre dell'anno il tasso complessivo di prestiti ipotecari in ritardo con i pagamenti è salito al 6,41%, un record negli ultimi 30 anni. In luglio l'amministrazione Bush aveva di fatto nazionalizzato le due finanziarie. Ora è arrivato, inevitabile, l'intervento diretto del Tesoro: pressato dalle vendite sulle obbligazioni di Fannie e Freddie operate dalle banche cinesi, e dal timore che queste possano scatenare le reazioni di altri istituti centrali.

15 milioni di € per migliorare le fs in Sicilia

[Nel 2005 il bilancio delle Fs ha dichiarato una perdita di 472 milioni di euro ... La paga dell'amministratore delegato Elio Catania è stata di un milione e 930.000 €, di cui 350 mila per il raggiungimento degli obiettivi assegnati]
Il miglioramento delle tratte ferroviarie è stato il tema attorno al quale si è svolta la riunione tra i funzionari del dipartimento regionale dei trasporti dell'assessorato sicliano e Rfi Italia. All’incontro hanno partecipato anche le delegazioni delle società di gestione aeroportuale di Palermo e Catania, per verificare le ipotesi progettuali relative alle connessioni funzionali ”trasporto aereo – ferroviario” da realizzare nei due scali. Nel corso del confronto si è deciso la verifica dei costi reali per il miglioramento delle tratte sulla quali si può immediatamente intervenire (con una disponibilità di fondi pari a circa 15 milioni di euro) per ottenere degli immediati miglioramenti sulla qualità dei servizi e sui tempi di collegamento. Nei prossimi giorni, sulla base delle indicazioni fornite da Rfi, il dipartimento regionale dei trasporti avvierà una ricognizione per individuare le opere immediatamente realizzabili, per poi avviare le procedure di un nuovo Apq per il settore. Migliorano i conti delle Fs che ha chiuso con un utile netto di 16 milioni, Mol oltre un miliardo, Ebit a 443 milioni, i dati principali del bilancio 2008 del gruppo Fs approvato dal cda. Forte miglioramento anche per Trenitalia, maggiore società del gruppo, la quale evidenzia un Ebit a 338 milioni, positivo per la prima volta. In anticipo di un anno sull'obiettivo del ritorno all'utile previsto nel piano industriale, Fs chiude così l'esercizio 2008 con un risultato positivo di 16 milioni, rispetto al 'rosso' di 409 milioni di fine 2007.

L'ombra della mafia su Tps Birgi?

[Una volta che hai venduto l'anima, puoi stare certo che il resto avviene di conseguenza. Henry Miller]
Imprese edili gestite da presunti mafiosi, ma intestate a prestanome, utilizzavano calcestruzzo di scarsa qualità nei lavori che realizzavano su appalti pubblici. I carabinieri del Gruppo di Monreale hanno eseguito quattro ordini di custodia cautelare nei confronti di persone a cui sarebbero state intestate fittiziamente beni e società, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali a cui uno di loro era sottoposto. I provvedimenti, emessi dal gip del tribunale su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, sono stati eseguiti nelle province di Palermo e Trapani. Disposto anche il sequestro di cinque impianti di calcestruzzo e una società di trasporto. Gli indagati inoltre avrebbero monopolizzato il settore acquisendo importanti appalti privati e pubblici tra cui alcuni lavori all'aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo e a Trapani Birgi. Il giro di affari, tra valore dei beni sequestrati, appalti acquisiti e fatturato annuo, sarebbe superiore ai 50 milioni di euro. L’Airgest apprende con sorpresa quanto diffuso dagli organi di stampa in relazione a sequestri di imprese che avrebbero operato nel settore dei lavori pubblici. Tutti i lavori svolti all’interno dell’aeroporto di Trapani Birgi, sono stati aggiudicati seguendo rigorosamente le norme sugli appalti per le opere pubbliche. L’Airgest SpA in qualità di stazione appaltante, inoltre, è sottoscrittrice del protocollo di legalità con la Prefettura di Trapani e tutti i lavori superiori ai 100mila euro sono stati debitamente comunicati e monitorati da una speciale commissione. Nessuna delle imprese oggetto delle indagini della magistratura palermitana risulta essere tra quelle aggiudicatarie di appalto. Gli inquirenti stanno indagando su Benny Valenza, il "re del cemento" di Borgetto, ritenuto vicino ai Vitale, i boss di Partinico. Essendo stato confiscato dal tribunale, come misura di prevenzione, il suo impianto di calcestruzzo, Valenza ne aveva aperti altri cinque intestati a prestanome. Con questi impianti serviva, in regime di monopolio, tutte le imprese edili delle province di Palermo e Trapani. Secondo i carabinieri il calcestruzzo che usciva dai suoi cantieri è depotenziato, cioè è un calcestruzzo con resistenza caratteristica a compressione inferiore a quello prescritto negli elaborati strutturali e che discende dai calcoli statici. Trapani Birgi è dotata di un'aerostazione e di un sedime di dimensioni ragguardevoli. Gli interventi previsti sono destinati alla riqualifica dell'aerostazione esistente, a garantire una sicurezza adeguata ai più alti standard internazionali e consentire la massima autonomia di servizio. Gli investimenti infrastrutturali, per complessivi 19 milioni di euro,saranno quindi significativi ,perchè prevedono la riqualifica dell'intera aerostazione ,che sarà strutturata su due livelli. il pianterreno sarà dedicato alla zona arrivi e il primo piano alle partenze, che daranno luogo così a un'aerostazione ampia,del tutto priva di barriere architettoniche, concepitaa misura di passeggero. Il primo piano sarà invece dedicato alle attività commerciali da una zona per lo shopping e spazi per la ristorazione. Completeranno gli interventi il trasferimento del deposito carburanti, che con un investimento di 2.300.000 € garantirà una totale autonomia operativa; la ristrutturazione dell'area merci (723.000 €) in vista di un rilancio dell'attività cargo. Infine il controllo dei bagagli al 100% secondo le recenti normative internazionali, è operativo già da luglio 2005; un ulteriore investimento di un milione di € ha ampliato il settore.

Regione Siciliana:giornalisti assunti senza concorso

[Gioca il colpo che sai giocare meglio, non il colpo migliore per quella situazione se tu fossi capace di giocarlo. Harvey Penick - Bud Shrake]
Ci sono sempre due pesi e due misure; soprattutto se chi stabilisce il peso può contare sulla solidarietà di quelli che, delle misure, hanno goduto in passato e continuano a godere. E’ il caso dell’ufficio stampa della presidenza della regione dove, pensate, servono la bellezza di 20 giornalisti. Alla notizia che un bel gruppetto di questi egregi colleghi potrebbero essere raggiunti da avvisi di garanzia, insieme ai presidenti Lombardo e Cuffaro, c’è stata una alzata di scudi da parte dei sindacati dei giornalisti che, in questo modo, intendono difendere la categoria di fronte ad accuse così circostanziate. La verità è che a Palermo le leggi sono diverse e alla Regione, in materia di giornalisti, hanno sempre governato quei due o tre uomini, referenti di politici importanti. Insomma quando c’è stata la possibilità, sono state fatte leggi apposta, sono stati assunti giornalisti senza contratto, basta che avessero avuto qualche rapporto, giornalistico s’intende, con l’assessore di turno. Toccava forse all’Associazione della stampa e all’Ordine, in quegli anni, quando, dicono i magistrati,si bandivano concorsi ad hoc, fare da controllo, ricorrere alla tanto decantata etica, ma, si sa, dare lavoro ad un amico giornalista è un’opera di bene. E infine c’è la questione dell’autonomia regionale. Dicono i rappresentanti sindacali della stampa siciliana da 30 anni abbiamo sempre agito a modo nostro ottenendo trattamenti economici diversi dagli altri grazie al difficile compito che ogni giorno svolgiamo. Pensate alla “mole” di comunicati che partono dai vari assessorati! Ecco comunque il comunicato sindacale che conferma la differenza che esiste tra i giornalisti normali e quelli della regione. Chissà perchè? Chiedetelo all’Assostampa!!Suscita sconcerto la decisione della procura di Palermo di iscrivere nel registro degli indagati i 20 giornalisti dell’ufficio stampa della presidenza della Regione siciliana”. Lo affermano i rappresentanti della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Associazione siciliana della stampa. ”L’ipotesi di reato (concorso in abuso in atti di ufficio) lascia intendere che sulla vicenda delle nomine dei giornalisti aleggi un che di misterioso e inquietante, così come sulla qualifica di redattore capo prevista dal contratto di lavoro giornalistico. In realtà - spiegano Fnsi e Assostampa - l’ufficio stampa e documentazione presso la presidenza della Regione venne istituito oltre trenta anni addietro con un’apposita legge regionale, poi seguita da un accordo sindacale recepito dal governo regionale, che prevedeva per i giornalisti proprio il riconoscimento del trattamento giuridico ed economico di redattore capo. Peraltro in Sicilia, nel pieno rispetto della legge 150, il contratto nazionale di lavoro e le relative qualifiche da applicare ai giornalisti che operano negli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni sono stati recepiti da un accordo sindacale”. Spiega ancora il sindacato che “l’intesa, firmata da Fnsi e Associazione della Stampa con l’assessorato alla Presidenza, e ratificata da un decreto assessoriale pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, fissando i profili professionali e il relativo trattamento economico dei giornalisti, di fatto ha messo ordine in ragione delle osservazione della Corte Costituzionale”. La Suprema Corte aveva cassato quelle parti delle leggi regionali riguardanti proprio le qualifiche contrattuali dei giornalisti degli uffici stampa delle pubbliche amministrazioni sottoposte al controllo della Regione, stabilendo che le stesse qualifiche non possono essere attribuite per legge ma solo per contrattazione tra le parti. Contrattazione che è infatti avvenuta creando un collegamento organico tra le prime norme che riguardano la Regione e il sistema contrattuale che riguarda il territorio”. La Regione Sicilia è esigente. E per l’Ufficio stampa della presidenza ha preteso solo personale altamente qualificato. Al punto da assumere, per chiamata diretta e senza regolare concorso, 20 giornalisti riconoscendo, ad ognuno di essi, la qualifica di caporedattore. Come se l’esercito arruolasse direttamente tenenti-colonnello senza ingrassare i ranghi con la truppa. Il meccanismo di assorbimento dei 20 giornalisti ha destato la perplessità della procura di Palermo che ha aperto un fascicolo iscrivendo nel registro degli indagati 24 persone, tra cui il presidente della regione siciliana, Raffaele Lombardo, l’ex governatore, Salvatore Cuffaro, e il capo dell’ufficio legislativo e legale della Regione, Franco Castaldi. L’accusa: abuso d’ufficio. Sotto inchiesta anche i giornalisti dell’ufficio stampa, quattro dei quali hanno già ricevuto un avviso di garanzia e saranno interrogati nei prossimi giorni. L’indagine, che si riferisce a fatti accaduti nel 2004, è partita dopo la trasmissione degli atti da parte della Procura della Corte dei Conti, che aveva chiesto il risarcimento del danno erariale, per 4 milioni di euro. L’organico a disposizione dell’ufficio stampa della Presidenza della regione Sicilia, che gode di ampia autonomia legislativa, è stato di volta in volta ritoccato al rialzo. L’Assemblea regionale, un vero e proprio parlamentino, ha cambiato la legge del 1976 prevedendo l’assunzione anche di giornalisti pubblicisti. Palazzo dei Normanni, dal 2004 a oggi, è intervenuto moltiplicando il numero dei giornalisti seguendo la tabellina del 4: prima 4 poi 8, poi 24. Tutti caporedattori. Evidentemente la Si­cilia ama particolarmente il personale qualificato. Ad Aprile una nuova infornata di assunzioni e promozioni ha portato la regione a regalarsi, in un colpo solo, 500 dirigenti in più. Fino ad averne, ai Beni Culturali, ben 770 su 3.450 dipendenti.

mercoledì 17 giugno 2009

MORETTI POLEGATO RILEVA DIADORA

[Il meglio che uno possa fare quando è in questo mondo è uscirne. Pazzo o non pazzo, con o senza paura. Celine]
Mario Moretti Polegato, patron della Geox, ha rilevato gli asset della Diadora con l'obiettivo di rilanciare il marchio. Lo comunica la stessa Diadora in una nota. 'A seguito della procedura di valutazione delle tre offerte pervenute - spiega Franco Fasolato, presidente del consiglio di amministrazione - nell'ambito della proposta di concordato preventivo di imminente presentazione, abbiamo selezionato l'offerta per l'avvio di una negoziazione conclusiva'. Mario Moretti Polegato (Crocetta del Montello, 1952) è un imprenditore italiano, attivo nel settore delle calzature tramite l'azienda Geox da lui fondata e presieduta. Il suo patrimonio personale è stimato in circa 2,9 miliardi di dollari, questo lo rende il quinto uomo più ricco d'Italia (a pari merito con i singoli membri della famiglia Benetton) ed è al numero 396 della classifica degli uomini più ricchi del mondo. Nasce a Crocetta del Montello, in una famiglia di imprenditori attivi nel settore agricolo e vitivinicolo, a causa dell'attività di famiglia intraprende e termina gli studi da enologo, dopo questi consegue la laurea in giurisprudenza, l’imprenditore veneto si dedica prima alle attività di famiglia, impegnata nel settore agricolo da tre generazioni. Poi, a metà degli anni Novanta, comincia a pensare all'idea di commercializzare un nuovo tipo di suola in gomma forata, decide di intraprendere una nuova avventura e crea appunto la Geox, oggi conosciuta nel mondo come la scarpa che respira. Mario Moretti Polegato ricopre la carica di presidente del Gruppo Geox da lui fondato, leader in italia nella produzione di scarpe comfort nel settore lifestyle-casual attualmente dà lavoro a circa 5000 persone (tra diretti ed indiretti) e produce ed esporta i suoi prodotti in 68 paesi. Per la sua azienda ha scelto il nome Geox, l’origine di questo nome va ricercata nella fusione delle parole geo(terra in greco), sulla quale tutti camminano, ed x, lettera che simboleggia nell'immaginario collettivo la tecnologia, quindi la ditta fin dal nome propone il suo monito di innovare il mercato delle scarpe. Questo è testimoniato dal fatto che annualmente Geox investe circa il 3% del proprio fatturato nella ricerca e nella sperimentazione di nuove idee per l'innovazione nel mercato. Dopo aver ottenuto un grande successo nel settore calzaturiero Geox ha usato il proprio marchio per produrre altri capi di abbigliamento. Nel 2004 ha quotato la sua azienda in borsa, sulla piazza di Milano.

La catturandi all'attacco, Denaro scappa

[A mio parere, non c'è mai stato un momento in cui non si potesse impedire in qualche maniera di guainare la spada. S. Grant]
Favorivano i contatti fra il boss latitante trapanese, Matteo Messina Denaro, e alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra palermitana, fornendogli pure falsi documenti. Una fitta rete che da anni copriva il capomafia di Trapani, accusato di omicidi e stragi, ricercato da 16 anni, che avrebbe coperture anche a Roma. Per questi fatti gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare in carcere emessi dal gip del tribunale di Palermo.Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti e trasferimento fraudolento di società e valori. Vengono colpiti i mandamenti mafiosi di Trapani e Castelvetrano, riconducibili a Messina Denaro. Nell'operazione, denominata "Golem", sono impegnati oltre 300 uomini della polizia di Stato. Tra gli arrestati c'è anche l'"ambasciatore" di Messina Denaro. Il boss infatti non ha mai incontrato personalmente i mafiosi palermitani Sandro e Salvatore Lo Piccolo: inviava sempre un suo uomo di fiducia, Franco Luppino. Il latitante insomma non voleva avere contatti diretti con i Lo Piccolo che nel frattempo stavano avanzando su tutta Palermo. Forse perché non li riteneva ancora al suo livello nella scala gerarchica di Cosa nostra. Luppino, insieme a Leonardo Bonafede, anche quest'ultimo arrestato, sono elementi di vertice della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, e forse gli uomini di cui Messina Denaro si fidava maggiormente. Gli indagati, infatti, avrebbero gestito la latitanza del boss, controllando anche gli affari illeciti nel trapanese, mettendo le mani su varie attività economiche e su fondi regionali. In questi affari sarebbe stata coinvolta anche la moglie di Luppino, Lea Cataldo, arrestata. Il boss controllava anche un vasto traffico di droga che arrivava settimanalmente da Roma, gestito da Domenico Nardo, Franco Indelicato e Leonardo Bonafede.Della rete di favoreggiatori che avrebbe coperto la latitanza di Matteo Messina Denaro fa parte pure un cugino del boss trapanese; secondo gli inquirenti, avrebbe anche imposto il pagamento di tangenti a imprenditori. In base alle indagini, inoltre, i boss trapanesi detenuti, molti dei quali sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, riuscivano a far arrivare all'esterno del carcere messaggi che erano anche diretti a Messina Denaro. Proprio per questo collegamento fra dentro e fuori il carcere, sono in atto perquisizioni in 15 istituti di pena, con la collaborazione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti trapanesi, che risultano in contatto con gli indagati dell'inchiesta Golem. Le perquisizioni sono state disposte negli istituti di pena dell'Abruzzo, della Campania, della Calabria e della Sicilia. Fra i boss in cella ci sono Mariano Agate, 70 anni, capo del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, detenuto da 15 anni, condannato a diversi ergastoli; Filippo Guttadauro, 58 anni, cognato di Messina Denaro, arrestato nel luglio 2006, indicato nei pizzini che si scambiavano Bernardo Provenzano e Messina Denaro, con il numero '121'.Gli investigatori, durante le prime perquisizioni hanno acquisito diversi elementi importanti, già al vaglio degli inquirenti, e per questo motivo stanno valutando la possibilità di chiedere al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria l'immediato trasferimento di alcuni detenuti in altri istituti di pena.I provvedimenti di custodia cautelare sono stati richiesti dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai sostituti della Dda, Paolo Guido, Roberto Scarpinato e Sara Micucci, e sono stati eseguiti nelle province di Trapani, Palermo, Roma e Piacenza. Oltre all'esecuzione dei 13 ordini di custodia cautelare, gli investigatori della polizia di Stato stanno provvedendo anche al sequestro di beni riconducibili all'organizzazione.I provvedimenti cautelari riguardano: Vito Angelo, di 45 anni, arrestato a Piacenza; Leonardo Bonafede, di 77 anni, di Campobello di Mazara; Giuseppe Bonetto, di 54, imprenditore di Castelvetrano; Lea Cataldo, di 46, di Campobello di Mazara; Salvatore Dell'Aquila, di 48; Leonardo Ferrante, 54 anni; Franco e Giuseppe Indelicato, di 40 e 36; Aldo e Francesco Luppino, di 62 e 53; Giovanni Salvatore Madonia, di 44; Mario Messina Denaro, di 57, imprenditore caseario, cugino del boss latitante Matteo, e Domenico Nardo, di 50, residente a Roma. Le indagini della polizia di Stato finalizzate alla ricerca del boss Matteo Messina Denaro, latitante dal 2 giugno 1993, hanno evidenziato che il capomafia ha effettuato diversi viaggi all'estero, con falsi documenti. I particolari emergono dall'operazione Golem che ha portato all'esecuzione di 13 ordini di custodia. Il latitante ha allargato i propri affari in molti Paesi. Gli investigatori hanno accertato che il boss si è recato in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia. Cosa nostra trapanese avrebbe allargato i propri interessi anche in Venezuela, dove in passato sono stati arrestati due latitanti legati a Messina Denaro, si tratta di Vincenzo Spezia e Francesco Termine. E proprio in Venezuela gli investigatori fanno emergere che vi risiede un gruppo di trapanesi che hanno storici rapporti con il latitante. I documenti falsi al boss, secondo l'accusa, sarebbero stati forniti da un pregiudicato di Roma, Domenico Nardo, di 50 anni, titolare della "World Protection srl", che si occupa di bodygard nel mondo dello spettacolo. Nardo stamani è stato raggiunto da uno dei provvedimenti cautelari. L'uomo, per l'accusa, già in passato ha fornito documenti a un sicario trapanese, Raffaele Urso. Inoltre, nel 2008 avrebbe preso parte ad un summit mafioso con il boss Leonardo Bonafede, anche lui arrestatoi, nel corso del quale hanno parlato di alcuni favori da realizzare nell'interesse di Matteo Messina Denaro. Fra le persone che avevano contatti con alcuni indagati di mafia vi sarebbe l'ex maresciallo della guardia di finanza, Achille Felli, adesso in pensione e collaboratore della segreteria del senatore Carlo Vizzini (Pdl). La polizia di Stato gli ha notificato stamani un avviso di garanzia per favoreggiamento aggravato dall'avere avvantaggiato la mafia. L'ex finanziere è stato in passato la tutela di diversi magistrati della procura di Palermo. Fra gli altri avvisi di garanzia (18 in totale) vi è pure quello di un funzionario della Regione, Girolamo Coppola, fratello di Filippo, indagato per mafia. Il funzionario è accusato di aver pilotato o favorito finanziamenti pubblici a società vicine a indagati per mafia trapanesi. Avvisi di garanzia sono stati notificati anche ai figli dei noti commercianti palermitani di abbigliamento Niceta. Si tratta di Massimo e Piero Niceta accusati, insieme ai figli del mafioso Filippo Guttadauro, Francesco e Maria, di intestazione fittizia di beni. Sono indagati nell'ambito dell'inchiesta "Golem" che riguarda i favoreggiatori del boss latitante, Matteo Messina Denaro. Secondo l'accusa il padre di Massimo e Piero Niceta avrebbe incontrato Filippo Guttadauro con il quale si sarebbe accordato per poter aprire due negozi nel centro commerciale "Belicittà" che si trova nel Trapanese. Per queste nuove attività Guttadauro avrebbe dato il proprio consenso, facendo gestire i negozi ai figli, così come il commerciante di Palermo avrebbe fatto affidandoli ai figli Piero e Massimo Niceta. È ritenuto dagli inquirenti il postino di Matteo Messina Denaro, boss di Cosa Nostra, Vito Angelo Barruzza, 45 anni, arrestato all'alba a Piacenza dalla squadra Mobile nel quartiere della Farnesiana. Da due anni era tenuto sotto costante intercettazione con l'utilizzo di sofisticati mezzi tecnici, e i suoi movimenti erano seguiti passo a passo.A Piacenza, secondo gli inquirenti, non svolgeva attività mafiosa: suo compito era quello di portare pizzini che dovevano pervenire a Messina Denaro. Pizzini che erano avvolti in nastro adesivo, in modo da non consumarsi. I messaggi secondo le indagini compivano numerosi giri, sempre diversi, prima di arrivare al boss. Barruzza era stato arrestato già in passato per vicende di mafia, aveva scontato la pena e aveva fissato la sua abitazione a Piacenza, dove aveva avviato un'attività come titolare di una impresa edile. Secondo la polizia, compiva frequenti viaggi a Campobello, nella zona di Mazara del Vallo, dove avrebbe incontrato personaggi legati a Messina Denaro.

La rivoluzione di Obama

[Il mondo è nelle mai di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni. Ciascuno con il proprio talento. P. Coelho]
Una Federal Reserve «super poliziotto», una nuova agenzia che protegga i consumatori e i piccoli investitori, e il lancio di nuovi standard di capitale per le banche. Sono questi i punti cardine del piano con cui l’amministrazione di Obama vuole rivoluzionare la rete dei controlli del sistema finanziario, dando il via di fatto al cambiamento maggiore dai tempi della Grande Depressione. Una riforma globale del sistema normativo della finanza, «una trasformazione di dimensioni che non si vedevano dai tempi della Grande Depressione». A chiederlo è il presidente Usa Barak Obama, nella introduzione del piano di riforma delle regole per la finanza. La vasta riforma della regolamentazione dei mercati finanziari Usa, annunciata dall’amministrazione Obama, prevede un aumento dei poteri del board dellaFederal nel campo della vigilanza delle grandi banche e delle società finanziarie con importanza sistemica. Tutte queste società dovranno inoltre avere requisiti patrimoniali e di liquidità più solidi. La riforma mira, infatti, anche a chiudere il gap tra la regolamentazione Usa e quella vigente all’estero. Tra le misure proposte dall’amministrazione Obama per la riforma dei mercati finanziari Usa, che dovranno ora passare al vaglio del Congresso, c’è anche una nuova agenzia federale preposta alla tutela dei consumatori nel settore finanziario. Secondo quanto annunciato, la nuova agenzia dovrà vigilare sui prodotti finanziari per la clientela bancaria, tra questi i mutui e le carte di credito, decidendo gli standard necessari per l’ammissione sul mercato di questi prodotti e le regole per la concessioni di mutui e con il potere di vietare le pratiche non corrette. Infine stretta sui derivati finanziari e sui prestiti complessi come quelli all’origine della crisi. A chiederlo è il presidente americano nel messaggio sulla riforma della normativa finanziaria proposta al Congresso. «Proponiamo una regolamentazione complessiva dei credit-default swap e degli altri derivati che hanno minacciato l’intero sistema finanziario», si legge nel discorso.

lunedì 15 giugno 2009

La mafia assedia la Gesap

[Non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti. Martin L. King]
C’è tutto l’universo mafioso, dal 2000 ai giorni nostri, nell’archivio segreto dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, arrestati il 29 novembre 2007. Erano loro che, insieme a Matteo Messina Denaro (boss ancora latitante) avevano preso il potere in Sicilia dopo l’arresto dei capi di Cosa Nostra, prima Bernardo Provenzano e poi Nino Rotolo. E quella che emerge dalle carte sequestrate nel loro covo, centinaia di pizzini, lettere e appunti, è una vera e propria mappa globale di Cosa nostra. È una documentazione voluminosissima. Oltre mille pagine che gli investigatori antimafia stanno ancora decifrando. Dentro c’è tutto. Gli affari di Cosa nostra, dalle sale Bingo nel nord Italia ed in Sicilia alle sorgenti d’acqua nell’isola ed in Calabria, al traffico di cocaina con il sud America gestito con la ‘ndrangheta. E poi i nomi di tutti gli uomini d’onore, tutti gli appalti pubblici e privati, dai lavori all’aeroporto di Palermo, a quelli degli ospedali, delle caserme, della metanizzazione, della metropolitana, dei lavori al tribunale. C’è poi la mappa del pizzo di tutta la città di Palermo (centinaia di imprenditori, commercianti, artigiani, anche parrucchieri e pescivendoli) che pagavano con cadenza mensile o annuale. E ancora gli interessi del clan Lo Piccolo nel Palermo Calcio, dagli appalti per la costruzione del nuovo stadio alle scelte degli allenatori per squadre minorili. Non mancano resoconti, timori e richieste di pareri sulla vita ed i contrasti interni a Cosa nostra, con le lettere di Provenzano, Rotolo e Messina Denaro, impegnati a placare la guerra in corso all’interno dei clan catanesi, e i ricorrenti accenni al problema degli americani, i membri del clan Inzerillo fuggiti all’estero durante la guerra degli anni ‘80 e intenzionati a rientrare in Sicilia. Vicende sfociate nella crisi di Cosa nostra, decimata dalle operazioni di polizia e carabinieri, con i boss superstiti in grosse difficoltà. “Ormai siamo rimasti in tre” scriveva Provenzano - prima di venire catturato - in una lettera a Lo Piccolo, alludendo a loro due e a Messina Denaro. E' anche grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia di Partinico Michele Seidita, ex braccio destro di Vito Vitale, che le forze dell'ordine hanno potuto catturare nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre quattro presunti appartenenti all'esercito di Salvatore Lo Piccolo, il boss arrestato lo scorso 5 novembre, a lungo latitante. Gli arrestati sono Gaspare Di Maggio, 46 anni, considerato l'attuale reggente della famiglia di Cinisi (Palermo) e figura di spicco dello scenario mafioso siciliano, l'anziano boss Calogero Battista Passalacqua, detto 'Battistone', 66 anni, ex reggente della famiglia mafiosa di Carini, l'imprenditore Francesco Ferranti, 59 anni, ritenuto vicinissimo ai Lo Piccolo e Paolino Dalfone, 58 anni, mafioso di Brancaccio. I quattro sono accusati di aver favorito la latitanza di Lo Piccolo e di avere anche riciclato ingenti somme di denaro di provenienza illecita in società operanti nel settore degli appalti. Michele Seidita aveva raccontato ai magistrati di un faccia a faccia tra Lo Piccolo e Ferranti, in cui quest’ultimo aveva chiesto al boss protezione per la sua impresa, operante nel settore degli appalti in Sicilia ma non solo. Ci sono anche gli occhi del superlatitante Matteo Messina Denaro sugli appalti legati all’aeroporto di Palermo. Dopo le tracce dell’interessamento di Salvatore Lo Piccolo, il “re delle estorsioni”, sui lavori milionari legati allo scalo palermitano, gli inquirenti che indagano sugli affari di Cosa Nostra stanno seguendo una nuova, importante traccia: anche il boss di Castelvetrano ha partecipato al tentativo di mettere le mani su uno dei più appetitosi business in corso da anni in Sicilia.
Matteo Messina Denaro l’ultimo componente di vertice della mafia ancora ricercato dopo la cattura di Lo Piccolo e di Bernardo Provenzano scriveva e si confrontava a distanza con Lo Piccolo proprio per pilotare parte dei flussi di denaro legati all’aeroporto. Un cantiere aperto che spazia dal raddoppio della linea ferroviaria che collega Palermo con Punta Raisi, agli appalti per il rifacimento delle piazzole di sosta e di accesso all’aerostazione fino all’installazione del nuovo sistema di illuminazione. Lavori per quasi 800 milioni di euro che, gli inquirenti antimafia ne sono certi, sono finiti nel mirino dei boss. Dalle carte sequestrate nel covo di Giardinello, dove è stato catturato Lo Piccolo insieme al figlio Sandro, sono già partite decine di indagini che puntano a dare un volto e un nome a complici, emissari e vittime dei boss. Tra questi c’è anche un ancora misterioso imprenditore che avrebbe fatto da raccordo tra Lo Piccolo e Messina Denaro per la gestione degli appalti nelle zona a cavallo tra la provincia di Trapani e quella di Palermo. Una figura ancora senza nome, quella dell’intermediario tra boss e imprese “avvicinate” perché paghino le tangenti, ma che sta diventando sempre più diffusa in Sicilia. Le ultime analisi dei “pizzini” trovati a Lo Piccolo confermerebbero pre che i vertici di Cosa nostra camminano in perfetta armonia quando si tratta di affari, e vengono smentite le voci di contrasti tra il “capo dei capi” e il atitante di Castelvetrano. I due boss, infatti, parlavano via “pizzini” di lavori nella Valle del Belice, a Trapani, a San Vito lo Capo e anche a Castellammare del Golfo, quest’ultimo Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Nelle prossime ore, intanto, il Tribunale del Riesame di Palermo deciderà se confermare l’ordine di custodia a carico di Giuseppe Grigoli, 58 anni, imprenditore di Castelvetrano accusato di essere socio “di fatto” di Matteo Messina Denaro nella holding che gestisce 46 supermercati tra Palermo, Trapani e Agrigento con il marchio della Despar. Davanti al Tribunale, il legale di Grigoli ha sostenuto che il suo assistito è estraneo alle accuse.

La regione Siciliana non vuole la Siremar

[La mia vita è stata un mare di opposte decisioni ... . Che]
Dopo una serie di retromarce, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha deciso di cedere gli asset di Tirrenia alle Regioni di competenza. Ma se Campania, Toscana e Sardegna sembrano soddisfatte della soluzione, rispettivamente per Caremar, Toremar e Saremar, molto più complicata è la situazione in Sicilia. I rappresentanti locali dell’isola si stanno opponendo a uno scenario che, allo stato attuale, imporrebbe comunque un ingente esborso di denaro a livello regionale a sostegno delle linee. A nulla servono le considerazioni positive riguardo l’ultima mossa di Matteoli da parte dei sindacati. La chiusura del vicepresidente della Regione Siciliana alle proposte formulate nella riunione del tavolo tecnico è netta. «Appena chiediamo di vedere le carte di Siremar - afferma l'assessore regionale al turismo - sembra quasi di toccare un simulacro inespugnabile. Non sappiamo nulla dei debiti contratti con le banche, del passivo accumulato, dello stato della flotta e del personale. Non è serio chiederci di distogliere dal nostro bilancio delle somme, di impossibile quantificazione allo stato attuale, da destinare al ripianamento delle possibili e ingenti perdite di esercizio della Siremar». «A questo punto - aggiunge l'assessore regionale ai trasporti - chiediamo con forza che ci venga consegnata la relazione di Credit Suisse, advisor per la privatizzazione, per conoscere realmente lo stato patrimoniale e funzionale di Tirrenia e per capire cosa si nasconde dietro questo velo di silenzio». Per il vicepresidente, il governo non ha mantenuto fede alle rassicurazioni fornite nei mesi precedenti all’Amministrazione regionale e ai sindaci delle isole minori: non metterà mano al portafoglio. Ai conti di Tirrenia mancano 46 milioni per garantire l’intero assetto del gruppo. «La cosa peggiore - spiega Bufardeci- è che questa somma è destinata ad aumentare col tempo. Occorre una riflessione seria. Il programma operativo di Tirrenia costa 220 milioni. Per coprirne i costi, il governo nazionale ha prelevato 174 milioni dai Fas, ed è bene ricordare che si tratta di risorse regionali. E siccome non si accontentano, vogliono pure il resto, nonostante il preciso impegno del Ministro a far fronte con risorse statali». «La quota mancante la vogliono da noi. Non è accettabile - sostiene il governo regionale - sedersi a un tavolo tecnico con la minaccia di vedersi tagliati in futuro i collegamenti se non si aprono i cordoni della borsa. Purtroppo, questo è quello che è successo nel corso delle trattative». Restano due, ora, le ipotesi di lavoro per ottemperare alla richiesta del governo: le regioni potrebbero prelevare le società regionali e procedere esse stesse alla privatizzazione (è il caso di Sardegna e Campania); in alternativa, le regioni lascerebbero al Ministero la procedura di privatizzazione per subentrare poi nella stipula dei vari contratti e gestirli in autonomia (è la posizione di Toscana, Liguria e Lazio, anche loro interessate dai collegamenti interregionali).

Per Cammarata la matematica è un'opinione

[In una storia non ci sono errori, solo il loro superamento. J.Berger]
Approvato, in consiglio comunale, il rendiconto del bilancio 2006. Ma il giorno dopo l’approvazione da parte della maggioranza è già scontro. I due consiglieri dell’Unione, Maurizio Pellegrino del Pd e Aurelio Scavone di Rete dei valori si sono rivolti subito alla procura della Corte dei conti. Argomento dello scontro, le aziende ex municipalizzate che denunciano crediti nei confronti del Comune di importo superiore a quanto risulti a Palazzo delle Aquile. Il rendiconto è passato a Sala delle Lapidi con un avanzo di amministrazione effettivamente accertato pari a 52.104.673 euro corrispondente al 6,34 per cento circa delle entrate correnti. Ma soltanto 25.789.021 di euro risultano effettivamente non vincolati e dunque investibili per il bilancio in corso .“Abbiamo scoperto un´incredibile incongruità fra i crediti che le aziende comunali sostengono di vantare nei confronti del Comune e i corrispondenti debiti iscritti nel bilancio”, afferma Maurizio Pellegrino del Pd che sull´argomento ha presentato un esposto. L´Amia vanta un credito di 124.433.791 euro mentre il Comune ha iscritto in bilancio un debito verso la ex municipalizzata per l´igiene ambientale di 78.676.041 euro. L´Amap sostiene di vantare un credito di 41.489.692 euro che per il Comune sono appena 8.906.033, l´Amat vanta un credito di 100.600.843 ma per il Comune ammonta a 89.146.147 euro. L´Amg sostiene di vantare un credito di 26.354.579 euro che Palazzo delle Aquile ha fissato invece in 11.633.171 euro. La Gesip, infine, vanta un credito con il Comune di 28.269.000 euro che si riduce a 23.577.428 euro secondo l´amministrazione municipale. Da qualche giorno è tornato alla ribalta il problema degli ormai famosi strumenti finanziari “derivati” utilizzati dagli enti locali in generale per far fronte ai propri debiti. Il focus dell’attenzione è stato riacceso dalla Corte dei Conti che ha reso note le cifre di questo immenso abbaglio. Gli enti pubblici coinvolti sono ben 737, l’11,3% dei Comuni italiani, Lombardia e Campania in testa alla classifica. Questi enti hanno fatto fronte a gran parte dei propri debiti con l’utilizzo di strumenti finaziari “derivati”: 31,8 miliardi su 55,3 miliardi di debito complessivo. Il guadagno o la perdita, nell’utilizzo di questi strumenti finanziari, è dato da complesse formule finanziarie che difficilmente consentono di verificarne l’entità effettiva. Per questo gli effetti sui bilanci dei comuni non sono ancora stati ancora compiutamente misurati. La Corte dei Conti ha accusato gli enti locali di “omissioni gravi” nel concludere i contratti di finanza derivata, in particolare nell’analisi sulla convenienza economica. A queste omissioni di analisi si devono aggiungere sprechi macroscopici come nel caso del Comune di Palermo il cui bilancio è gravato per il 72 % dalle spese per i propri dipendenti: su 866 milioni l’anno di spese correnti 623 milioni sono spesi per gli stipendi dei ben 21.895 dipendenti, praticamente uno ogni 30 abitanti, ed ora si trova con 200 milioni di euro di “buco”. Particolarmente evidente è la situazione dell’azienda della nettezza urbana, l’Amia, bollata dal Sole 24 ore come “un covo di interessi clientelari”, dove chi ci lavora può lasciare il posto di lavoro al figlio, col risultato che nel 2008, nonostante il bilancio disastroso e il forte esubero di personale, sono state fatte oltre 400 assunzioni. Una tabella che confronta i dati della nettezza urbana di Palermo e Torino è molto esplicativa: a Palermo c’è un addetto alla nettezza urbana ogni 259, a Torino uno ogni 577; a Palermo ogni dipendente raccoglie in un anno 164 tonnellate di rifiuti, a Torino 491. Se guardiamo alla raccolta differenziata si rileva a Palermo un misero 21 chili l’anno per abitante a Torino oltre dieci volte di più: 236 kg. In un ultimo controllo fatto pochi mesi fa dalla polizia è emerso che su 37 dipendenti che sarebbero dovuti essere presenti in un settore erano presenti solo in 2.

AMAT, UN CARROZZONE CLIENTELARE

[Mi sento uno straniero ovunque io vada. Ma mi piace quella prospettiva. Alex Kapronov]

Ricordate l’assunzione clientelare ,alla vigilia delle comunali di Palermo del maggio 2007 ,di 110 autisti d’autobus tutti e 110 senza patente per guidare l’autobus? “Impareranno”, rispose l’assessore a chi gridava allo scandalo … Bandiremo una gara per dare a un’autoscuola il compito di far prendere loro la patente. Dov’è il problema?” A più di un anno di distanza, quelli finiti davvero al volante dopo essersi presi la patente per proprio conto, erano una ventina. La decisione di pagare a tutti gli altri l’autoscuola è stata annullata perché fatto il bando sarebbe costata 800.000 euro,cioè quasi 10.000 per ogni patentato. E nella scia delle polemiche …, è venuto fuori tutto. E cioè che l’Amat ha 598 autobus in dotazione, ma nella stragrande maggioranza sono guasti, tanto che quelli utilizzati davvero sono molto meno della metà: 235. Che su 1.990 dipendenti addirittura il 37% se ne sta negli uffici o in officina, dove bivaccano oltre 200 meccanici i quali, tolti i mezzi guasti e abbandonati, devono occuparsi mediamente di poco più di un pullman a testa … Che negli ultimi cinque anni, analizzati i chilometri percorsi complessivamente,i viaggiatori sono calati da 24 a 19 milioni. Che i soldi incassati coi biglietti e gli abbonamenti sono 21 milioni e 674.000 euro e le spese 100 milioni e 380.000 con una perdita secca di gestione intorno all’80%. Ripianata, per intero, dal comune. AMAT è l'azienda di trasporti urbani di Palermo. La costituzione dell'azienda avviene il 21 settembre 1964 sostituendo le società precedenti, in particolare le linee della Tranvia di Palermo, in quell'anno tutto il sistema dei trasporti venne unificato e creata una società unica che gestisse autobus e filobus. Un anno importante della storia dell'AMAT è il 2005, quando diviene una società per azioni con unico azionista: il Comune di Palermo. Il nome è l'acronimo di Azienda Municipalizzata Auto Trasporti, è una Società per Azioni dal 2005. Le linee hanno una denominazione numerica che va dalla linea 101 alla linea 978, inoltre sono presenti tre linee a costo ridotto che effettuano servizio nel solo centro storico (linea rossa, gialla e verde), delle linee navetta gratuite e delle linee che effettuano servizi particolari in determinate stagioni (per esempio i collegamenti diretti centro-Mondello). Alcune linee collegano la città con i comuni limitrofi. Dal 1 gennaio 2008 la linea 101 fa servizio notturno. Oltre al trasporto su gomma la società gestisce insieme alle Ferrovie dello Stato la metropolitana urbana. La società gestisce inoltre le aree di sosta (le c.d. Zone Blu) denominate P (vanno da P1 a P16), i parcheggi di Piazzale Ungheria (a pochi passi da Via Ruggero Settimo, cuore dello "shopping palermitano" e dal Teatro Massimo (Palermo) e dal Teatro Politeama) e il nuovo parcheggio presso l'Università di Palermo. Le aree destinate ai camper presenti all'interno del comune, sono anch'esse affidatate ai lavori dell'Amat. L'azienda inoltre serve alcuni comuni limitrofi quali: Isola delle Femmine, Monreale e Villabate. I mezzi sono di varie marche e tipologie. Fino agli anni novanta il colore per tutti i mezzi era l'arancione; negli ultimi anni si stanno diffondendo mezzi bicolore (bianco/blu) più eleganti e moderni. Durante il periodo estivo vengono utilizzati dei mezzi scoperti e i mezzi più moderni sono dotati di aria condizionata. L’AMAT di Palermo è nata il 21 settembre 1964 ed è la diretta erede delle società che fin dall’inizio del secolo scorso hanno gestito il trasporto pubblico a Palermo e nei suoi dintorni. Dall’originale missione di azienda municipalizzata del trasporto pubblico per l’area palermitana, l’AMAT si è evoluta negli anni ’90 in azienda speciale della mobilità ex Lege 142/90. Dal 7 marzo 2005, AMAT è divenuta una società per azioni con socio unico il Comune di Palermo. L’attività di Pubblico Trasporto Locale, si estende capillarmente per l’intero territorio cittadino, raggiungendo alcuni comuni limitrofi quali Villabate e Sferracavallo. L’attuale Rete si sviluppa per circa 330 km. Le attività attualmente svolte comprendono l’apposizione e manutenzione della segnaletica stradale verticale ed orizzontale, la gestione della sosta tariffata per autoveicoli, la rimozione forzata di veicoli in zone tariffate, la gestione del Camper Service. L’Azienda ha sede presso il Deposito sito in Via Roccazzo, 77. Al suo interno, oltre alle aree adibite al ricovero e rimessaggio dei mezzi aziendali, trovano collocazione gli uffici della Presidenza, la Direzione Generale, gli Uffici Amministrativi e le Officine di Manutenzione dei Bus. L’Azienda, inoltre, ha un ulteriore Deposito Bus presso l’Area Industriale di Brancaccio. Gli Uffici Commerciali sono ubicati in zone centrali della città e precisamente in Via Borrelli e Via Giusti. Sono presenti dei presidi aziendali presso i c.d. Nodi di Interscambio (Lennon/Giotto, Camporeale, Indipendenza, De Gasperi, Stazione Centrale, Croci/Politeama) ubicati in aree strategiche per l’attuale organizzazione di Rete. L’attuale flotta può contare su circa cinquecento mezzi, inclusi alcuni bus del tipo Gran Turismo. L’organismo decisionale è il Consiglio di Amministrazione, il quale individua sia le linee guida da perseguire sia gli indirizzi operativi da intraprendere. L’attuale organizzazione aziendale prevede una suddivisione in Direzioni ed Unità Organizzative. Anche grazie alla implementazione di un Sistema Qualità conforme alle UNI ISO EN 9001: 2000, l’azienda ha focalizzato i propri processi organizzativi e, nello stesso tempo, ha individuato opportuni indicatori c.d. di performance, che consentono di mantenerli costantemente sotto controllo.