domenica 31 maggio 2009

Gheddafi, l'amico dei terroristi in Italia


Il colonnello Muhammar Gheddafi sarà tre giorni a Roma dal 10 giugno e si accamperà con la sua tenda beduina a villa Doria Pamphili. Dopo che il governo ha scartato la possibilità di montarla a villa Madama, fervono ora i preparativi nella villa seicentesca, poichè il rais libico alloggerà comunque nei locali dell'edificio. Gheddafi, per la prima volta in Italia dopo decenni di tensioni fra Roma e Tripoli, sarà accompagnato da una folta delegazione tra le 300 e le 400 persone. Mu‘ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī (arabo: معمر القذافي, Muʿammar al-Qadhdhāfī, meglio noto in Italia con la grafia Muammar Gheddafi; Sirte, 7 giugno 1942) è un dittatore, di fatto massima autorità del Paese, pur non avendo alcun incarico ufficiale e fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida della Rivoluzione. Fu la guida ideologica della rivoluzione che il 1° settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Nato in una famiglia islamica a Sirte quando allora faceva parte della provincia italiana di Misurata, all'età di sei anni perse due suoi cugini e rimase ferito ad un braccio a causa dell'esplosione di una mina italiana risalente al periodo coloniale. Tra il 1956 e il 1961 frequentò la scuola coranica di Sirte, in cui conobbe le idee panarabe di Gamal Abd el-Nasser, cui aderì con entusiasmo. Nel 1968 si iscrisse all'Accademia Militare di Bengasi. Concluse il corso con molto successo e dopo un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna, fu nominato capitano dell'esercito all'età di 27 anni.
Insoddisfatto del governo guidato dal re Idris I, giudicato da Gheddafi e da numerosi ufficiali troppo servile nei confronti di U.S.A. e Francia, il 26 agosto del 1969 guidò un colpo di stato contro il sovrano, che portò il 1º settembre dello stesso anno alla proclamazione della Repubblica, guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da 12 militari di tendenze panarabe filo-nasseriane. Gheddafi, che nel frattempo era stato nominato colonnello, si mise a capo del Consiglio instaurando un regime autocratico in Libia. Fece approvare dal Consiglio una nuova Costituzione, da lui definita araba, libera e democratica. In nome del nazionalismo arabo, egli nazionalizzò la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, espropriò ed espulse la comunità italiana residente nel paese, chiuse le basi militari statunitensi e britanniche, in special modo la base "Wheelus", ridenominata "ʿOqba bin Nāfiʿ", dal nome del primo conquistatore musulmano delle aree nordafricane. La politica della prima parte del governo Gheddafi può essere definita come una "terza via" tra comunismo e capitalismo nella quale egli cercò di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia. Espose, in maniera più organica, i suoi principi politici e filosofici nel Libro verde, pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello. Tra le riforme effettuate da Gheddafi in questo periodo, ricordiamo l'innalzamento del salario minimo, la possibilità per gli operai di partecipare alla gestione della loro azienda, la soppressione dell'alcool (di per sé già vietato come precetto islamico), la chiusura dei locali notturni, la restaurazione della Sharīʿa (la legge religiosa che deriva direttamente dal Corano e dalla Sunna). Inoltre, per cercare di ridurre al minimo le spese, egli rifiutò inizialmente il lusso, dormendo sempre (anche per motivi di sicurezza personale) in una base militare di Tripoli.
Fra le primissime iniziative del governo di Gheddafi vi fu l'adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che ancora viveva nella ex colonia, culminate col decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per "restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori". Gli italiani furono privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti in base all'accordo all'istituto libico corrispondente, e furono sottoposti a progressive restrizioni finché non furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970. Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell’espulsione di 20.000 coloni italiani. In politica estera, egli finanziò l'OLP di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele. Inoltre, propose spesso un'unione politica tra i tanti Stati islamici dell'Africa e, in particolare, caldeggiò un'unione politica con la Tunisia ai primi degli anni Settanta ma la risposta negativa del presidente tunisino Bourguiba fece tramontare questa ipotesi. Sempre in questo periodo, e per molti anni, Gheddafi fu uno dei pochi leader internazionali che continuarono a sostenere i dittatori Idi Amin Dada e Bokassa (quest'ultimo però soltanto nel periodo in cui si dichiarò islamico). Dal 16 gennaio 1970 al 16 luglio 1972 fu anche, ad interim, primo ministro della Libia prima di lasciare il posto a ʿAbd al-Salām Jallūd. Nel 1977, grazie ai maggiori introiti derivanti dal petrolio, Gheddafi poté dotare la sua nazione di nuove strade, ospedali, acquedotti ed industrie. Sull'onda della popolarità, nel 1979 rinunciò a ogni carica politica, pur rimanendo l'indiscusso unico leader del paese con l'appellativo onorifico di "guida della rivoluzione".
Gheddafi ebbe una svolta politica negli anni Ottanta: la sua indole anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi affini al terrorismo internazionale, quali per esempio l'irlandese IRA ed il palestinese Settembre Nero. Fu anche accusato dall'intelligence statunitense, ma egli si dichiarò sempre innocente, di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia. Si rese anche responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, fortunatamente senza danni. Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America, egli fu progressivamente emarginato dalla NATO. Inoltre, il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia. Il 21 dicembre del 1988 esplodeva un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie: perirono 270 persone e prima dell'11 settembre 2001 è stato l'attacco terroristico più grave. L'ONU attribuì alla Libia la responsabilità di questo attentato aereo e chiese al governo di Tripoli l'arresto di due suoi cittadini accusati di esservi direttamente coinvolti. Al netto ed insindacabile rifiuto di Gheddafi, le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 748, che sanciva un pesante embargo economico contro la Libia, la cui economia era già in fase calante. Recentemente Gheddafi ha cambiato registro per ciò che concerne la politica estera: condannò l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait del 1990 e successivamente sostenne le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla "Comunità Internazionale", a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999). Nei primi anni duemila, gli ultimi sviluppi della politica libica di Gheddafi hanno portato ad un riavvicinamento agli USA ed alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico. Grazie a questi passi il presidente statunitense George W. Bush ha deciso di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (in cui rimangono invece l'Iran, la Siria e la Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. In ogni caso, la Libia (chiamata per volere di Gheddafi Jamāhīriyya, neologismo coniato per l'occasione e forgiato a partire dal termine arabo "jamāhīr", che vuol dire "masse") non si può certo definire una democrazia nel senso occidentale, perché non sono concesse le libertà politiche (per esempio il multipartitismo) e perché vige ancora il culto della personalità di Gheddafi, che però si è molto attenuato nel corso degli anni malgrado il regime rimanga tendenzialmente dinastico. Il figlio secondogenito del colonnello, ovvero Sayf al-Islam Gheddafi, è stato designato dal padre come erede alla presidenza nel 1995. Il terzo figlio maschio, Al-Sa'adi Gheddafi sembra invece avere altri interessi quali il calcio (ha giocato anche in Serie A con il Perugia, esordendo in un incontro contro la Juventus, ed attualmente milita sempre in Serie A con la Sampdoria) e la mondanità.

L'ombra di Cosa Nostra sul ponte

Stretto di Messina spa e la statunitense Parsons Transportation Group (project manager consultant-consulente del progetto) hanno sottoscritto un'intesa per concordare tempi e modi di ripresa contrattuale ed una rapida definizione delle questioni connesse alle pregresse attività svolte in relazione al ponte sullo stretto. Al project manager consultant sono affidate le attività riguardanti il controllo e la verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione del ponte sullo stretto di Messina e dei suoi collegamenti stradali e ferroviari. ''E' un altro importante passo in avanti verso la realizzazione del Ponte sullo Stretto, secondo il timing a suo tempo concordato con l'Anas - afferma il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli - Il ponte, è bene ribadirlo, è considerato un'opera prioritaria del Governo''. ''Grazie a questa intesa, che segue l'accordo con il contraente generale - afferma in una nota l'amministratore delegato della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci - ora tutto è pronto per il riavvio delle attività. Voglio sottolineare che anche in questo caso abbiamo previsto la possibilità di anticipare alcune attività, al fine di velocizzare al massimo i tempi di realizzazione''. L'efficacia dell'atto è in ogni caso subordinata all'approvazione da parte del concedente ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dell'intesa in questione nonchè dell'accordo sottoscritto con il contraente generale. Nel 2005, durante il governo Berlusconi, l'Associazione Temporanea di Imprese Eurolink S.C.p.A., capeggiata da Impregilo S.p.A. vince come general contractor la gara d'appalto per la costruzione del ponte con un'offerta di 3,84 miliardi di euro, anche se studi di settore valutano elevato l'impatto ambientale. Il 4 novembre la Direzione investigativa antimafia mette a conoscenza il Parlamento che Cosa nostra tenta di interferire sulla realizzazione del ponte e che è stata avviata un'inchiesta. Nel 2006, precisamente il 27 marzo, Impregilo S.p.A. firma ufficialmente il contratto per la progettazione finale, realizzazione e gestione del viadotto. Si susseguono le firme delle altre ditte, però, con l'ascesa al potere di Romano Prodi il 10 aprile, pochi giorni dopo le firme, tutto si ferma nuovamente. Nel 2007 il governo Prodi avrebbe deciso di ritirare l'appalto e annullare il contratto con la Impregilo, offrendosi volontario nel pagare una salatissima penale di oltre 500 milioni di euro, ma l'allora Ministro dei Trasporti Antonio Di Pietro, votando contro l'allora maggioranza e con l'opposizione di centrodestra ha impedito, senza esitare, questa mossa azzardata e di altresì accorpare la Società Stretto di Messina all'ANAS, riducendo il numero dei suoi dipendenti. Con questa mossa, spiega il Ministro Di Pietro, si evita il pagamento delle penali, per la mancata esecuzione dei lavori, alle società appaltanti; penali che sarebbero pagate qualora la Società Stretto di Messina chiudesse prima della realizzazione del ponte. Viene inoltre evitata la perdita di decenni di studi e progetti e la risoluzione dei contratti d'appalto, tutt'ora invece ancora validi. Nelle elezioni politiche del 2008 Silvio Berlusconi (succeduto ad aprile a Prodi) promette che riprenderà il progetto di costruzione del ponte. A gennaio 2009 il Governo ha riconfermato il massimo impegno per realizzare quest'opera i cui lavori dovrebbero partire l'anno successivo cioè nel 2010 e concludersi dopo circa sei anni nel 2016 (data ben lontana da quella proposta del 1994), cioè 4-5 anni prima del completamento dell'Asse TEN-T Corridoio 1 Berlino-Palermo che dovrebbe avvenire dopo il 2020, il cui ponte è fondamentale insieme al Tunnel del Brennero (lavori iniziati) ed alla rete TAV italiana ancora incompleta (rimangono le linee Bologna-Firenze, Bologna-Verona, Verona-Brennero e l'asse ferroviario Napoli-Palermo da completare da Salerno in giù). Il 2009 è anche l'anno in cui Impregilo riceverà l'ordine dal Governo e dall'ANAS ed RFI di avviare la progettazione esecutiva, per poi così iniziare gli espropri prima dei cantieri veri e propri, dunque inizio progettazione finale a gennaio o comunque entro i primi mesi dell'anno.

sabato 30 maggio 2009

Ritorno al nucleare in Italia


L'Italia ritorna al nucleare. Bandita dalla Penisola 16 anni fa con un referendum e con una campagna dei Verdi che trascinò l'opinione pubblica, l'energia prodotta con l'uranio potrebbe rientrare dalla finestra. Conquistando, se non il marchio del made in Italy, almeno i colori della bandiera tricolore. L'Enel, infatti, di cui lo Stato italiano è azionista al 68 per cento, sta trattando per acquistare una quota delle centrali francesi. Centrali nucleari, appunto. Anche se già oggi accendiamo le nostre lampadine con i chilowattora francesi, che importiamo e di cui non possiamo fare a meno, il salto da consumatori a proprietari non è secondario. Certo, rispetto al 1987 il clima è cambiato. Allora era freschissimo il disastro alla centrale sovietica di Chernobyl. Oggi, molti fattori concorrono allo sdoganamento del nucleare: dalle incertezze sul prezzo del petrolio e del gas e sulla loro fornitura, alla necessità per i grandi monopoli elettrici europei di aprirsi al mercato. Con la conseguente scoperta che, per essere competitivi e difendere i margini di guadagno, bisogna tagliare i costi. E non c'è nulla di meno costoso dell'energia nucleare. Ma per l'Italia e la Francia, c'è una ragione in più. A Parigi il ministro del Tesoro e delle Finanze, Francis Mer, vuole ottenere l'annullamento del decreto che congela al 2 per cento i diritti di voto del pacchetto del 18 per cento che l'azienda elettrica di Stato, la Edf, ha nella Edison (operazione in cui i francesi si giocano 5,5 miliardi di euro per ottenere circa il 75 per cento del capitale di Italenergia). A Roma, quel decreto, voluto dall'ultimo governo dell'Ulivo e confermato dal centrodestra, appare invece come l'ultimo appiglio per mantenere in Italia il controllo della Edison, e contrastare un destino che prevede nel 2005 l'uscita definitiva della società elettrica dall'orbita del gruppo Fiat, per passare nelle braccia di Edf. Di qui l'idea dello scambio: via il decreto, e porte aperte all'Enel in Francia. Parigi, da sempre gelosa del gigante elettrico nazionale, questa volta potrebbe trovare conveniente cedere. Pressata da Bruxelles sulla liberalizzazione del mercato interno, vorrebbe collocare in Borsa una quota di minoranza della Edf. Ma il pessimo andamento dei mercati finanziari rende difficile l'operazione. Aumentando così le preoccupazioni del numero uno del gruppo, Francois Roussely, di fronte al bisogno crescente di soldi a causa dei debiti elevati e delle grane che, nell'annunciato passaggio dalla sfera pubblica a quella semi-privata, minacciano i conti . In questa situazione, avere fuori alla porta un aspirante partner come l'Enel, pronta a pagare un ticket d'ingresso per una posizione stabile in terra di Francia, all'Edf non dispiace affatto. Delle trattative, che i governi hanno all'unisono smentito con poca convinzione, sono trapelati due possibili oggetti di scambio. Il primo riguarda la partecipazione (il 18,7 per cento) posseduta da Edf nella Snet, la società elettrica costituita nel 1995 nell'ambito del polo pubblico del carbone Charbonnages de France. Un'azienda tuttavia troppo piccola (2.600 megawatt di capacità installata) e con gli spagnoli dell'Endesa, proprietari di una quota del 30 per cento, nel ruolo di terzo incomodo, per rappresentare una contropartita adeguata all'espansione di Edf in Italia. Più rilevante appare invece il secondo progetto di Roussely: la costituzione di una nuova società alla quale conferire 3-4 centrali nucleari per una potenza installata di 15 mila megawatt. Non è poca cosa anche se, ovviamente, Edf manterrebbe per sé il grosso della produzione elettrica transalpina: le sue centrali nucleari oggi sono 20, dotate di 58 reattori installati e di una capacità di 60.200 megawatt, pari al 75 per cento della produzione nazionale. Nella nuova società potrebbero entrare con una quota di minoranza, diciamo il 30 per cento, nuovi azionisti. Se l'accesso fosse aperto agli stranieri (e per questo sarebbe necessaria una legge), l'Enel sarebbe in prima fila. Anche in Italia un simile accordo pone alcuni problemi. In primo luogo: chi si assumerebbe l'onere politico della scelta nuclearista, il ministero dell'Economia? «La legittimità degli investimenti nel nucleare fuori dall'Italia potrebbe essere resa esplicita da un emendamento alla riforma Marzano», suggerisce Bruno Tabacci: «Dare alle aziende italiane la possibilità di produrre energia nucleare all'estero è un'esigenza competitiva svincolata dalla questione Edison, che vorrei restasse italiana», afferma Tabacci. La seconda questione riguarda i costi e i benefici della nuova avventura dell'Enel nel nucleare. Un punto a favore sta nel fatto che i contratti dell'Enel che oggi regolano le importazioni di energia francese, una volta scaduti dovranno essere affidati al mercato, e cioè rinnovati con il miglior offerente. L'azienda guidata da Paolo Scaroni ha un contratto da 1.400 megawatt di potenza con la Francia che scade nel 2010 e uno da 600 mw con la Svizzera, che scade nel 2011. Nel peggiore dei casi, se queste quote fossero attribuite ad altri importatori, l'Enel potrebbe trovarsi bruscamente ridimensionata a vantaggio dei concorrenti. Se fosse invece azionista delle centrali, tutto questo non accadrebbe. La prospettiva francese permetterebbe a Scaroni di aggirare anche lo stop subito dai suoi progetti in Italia. Dei 10 mila mw di potenza che progettava di riconvertire, per abbattere del 30 per cento i costi di generazione, la metà sono bloccati: non vanno avanti né la riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia, né quella con orimulsion di Porto Tolle, per i veti degli enti locali. E quindi dei 3 miliardi di euro stanziati, ben 2 sono teoricamente disponibili per altre avventure. Puntandoli sulle centrali d'Oltralpe, Enel riuscirebbe a ridurre lo stesso il costo medio di produzione (visto che oggi produrre un chilowattora in Francia costa un centesimo di euro contro i 4,6 centesimi dell'Italia), e potrebbe usare l'elettricità francese per conquistare altri mercati. Un affare, dunque? «Anche se si prendesse la centrale peggiore sarebbe un affare», afferma Alceste Rilli, ingegnere della Sogin, la società italiana incaricata del decommissioning (cioè della messa in sicurezza dei siti nucleari chiusi) ed esponente del Cirn, il Comitato per il rilancio del nucleare. «Ma se davvero deve cadere un tabù, perché non affrontare il tutto con più coraggio, chiedendosi se non convenga investire quei soldi in Italia?», si chiede Rilli. Il problema è che il know-how dell'Enel in materia è andato disperso dopo il referendum. Ricostruirlo sarebbe un'impresa titanica. Ma le insidie non sono poche anche andando a comprarlo, già fatto, in terra straniera. Per esempio: come verranno considerati i costi di produzione del nucleare? E gli oneri di messa in sicurezza? E quelli per lo smaltimento delle scorie? Sui conti dell'Edf, infatti, pende un certo mistero dovuto alla difficoltà dei calcoli sui costi non visibili del nucleare. Se n'è fatto carico lo Stato, e in che misura, essendo l'Edf anch'esso un ente di Stato, oppure no? E nel caso di uno scorporo di centrali in una nuova società che verrebbe parzialmente privatizzata, questi oneri come verranno imputati? Tanto per avere un'idea dell'entità del problema, di recente l'agenzia di rating Moody's, nel ridurre la valutazione assegnata al debito di Edf, ha citato la stima complessiva di 27,9 miliardi di euro per questi "impegni" nucleari. La trattativa sul prezzo, quindi, si preannuncia cruciale. Primo, perché l'Enel deve capire bene quel che va a comprare e se in futuro avrà modo di guidare o no le scelte dell'alleato. Secondo, perché mentre si muove verso obiettivi incerti, lascia invece campo in Italia a un concorrente molto agguerrito: proprio la Edison. Grazie anche all'acquisto della Genco Eurogen, Edison controlla già il 14 per cento circa della produzione elettrica nazionale. L'obiettivo è quello di salire al 20 per cento, una quota di mercato che, per quel che riguarda Edf, va oggi rimpinguata dalle importazioni dalla Francia e dalla Svizzera, dove la Atel, affiliata del colosso francese, possiede quote di un certo peso (il 5 per cento circa) nelle ex municipalizzate Aem di Milano e di Torino. Il via libera a Edf su Edison può indebolire ulteriormente il sistema industriale nazionale. La contropartita sarà un'analoga apertura del mercato transalpino?

giovedì 28 maggio 2009

Gesap, solo 200 milioni da spendere


Palermo, ecco come sarà l’aeroporto del futuro. In 4 anni l’aeroporto di Palermo cambierà volto. Grazie agli investimenti previsti per 200 milioni di euro, il terminal passerà da 35 mila a 50 mila metri quadri con l’obiettivo di arrivare a 75 mila metri quadri entro il 2020. L’annuncio è stato fatto dal super manager Giacomo Terranova, ad della Gesap. Nel giro di due anni è previsto anche lo sgombero di tutti gli uffici che saranno trasferiti in una nuova palazzina i cui lavori inizieranno dopo l’estate: l’opera verrà realizzata in un anno e mezzo. In questo modo l’aerostazione sarà dedicata interamente ai passeggeri, i veri polli da spellare. Qui ci saranno più aree commerciali (l'affitto dei locali avrà adeguamenti istat? Sicuramente si. Affittare un negozio a Milano, in via Montenapoleone, a Roma, in via Condotti, a Firenze, in via Tornabuoni ... è sicuramente più economico) e una nuova area per la ristorazione con vista sul mare e prezzi,ovviamenti, da capo giro. Nel piano di sviluppo è previsto anche un albergo con 200 camere (se un pezzo di rosticceria costa 2 euro e 70 centesimi quanto costerà una stanza d'albergo? E chi saranno i clienti? Gli equipaggi o i passeggeri che hanno la fortuna di vedere questa opera d'arte moderna?) e un centro congressi. Modifiche in vista anche per l’area esterna: entro un anno e mezzo sarà realizzato un parcheggio multipiano da 2.500 posti auto. Infine sarà realizzato un nuovo parco sul mare: tutti gli impianti verranno interrati e così i manufatti potranno essere demoliti compreso l’inceneritore e la centrale elettrica. L’aeroporto riacquisterà così la vista sul mare. Ma nel fratempo non si potrebbero iniziare a pulire i cessi, a vendere qualche panino decente, a fare funzionare l’aria condizionata, a sistemare l’incubo degli arrivi per chi deve prendere qualcuno con le valige….

martedì 26 maggio 2009

Rostagno, verità dopo 21 anni


L'omicidio di Mauro Rostagno sarebbe stato deciso ed eseguito da capimafia trapanesi. L'inchiesta della polizia ha portato alla conclusione che furono i boss ad ordinare l'agguato la sera del 26 settembre 1988, uccidendo così il giornalista-sociologo, uno dei fondatori della comunità Saman.Il gip del tribunale di Palermo, Maria Pino, ha emesso due ordini di custodia cautelare su richiesta dei pm della Dda, Antonio Ingroia e Gaetano Paci. I provvedimenti riguardano Vincenzo Virga, già capo del mandamento mafioso di Trapani, attualmente detenuto a Parma, indicato come il mandante, e Vito Mazzara, accusato di essere l'esecutore materiale, detenuto a Biella. I due indagati avrebbero proceduto in concorso con il vecchio capomafia trapanese, Francesco Messina Denaro, deceduto durante la latitanza, e padre di Matteo, ricercato da 16 anni.Il provvedimento è stato emesso dal gip in seguito ai risultati delle indagini condotte della Squadra mobile di Trapani, con il supporto di nuovi accertamenti balistici del Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo. L'analisi sui tre bossoli trovati sul posto dell'agguato ha accertato che erano stati sparati dalla stessa arma utilizzata all'epoca in altri delitti di mafia nel trapanese.L'ordine di uccidere Mauro Rostagno sarebbe dunque partito dai vertici della famiglia mafiosa trapanese, in particolare da Vincenzo Virga, considerato il mandante, mentre Vito Mazzara è indicato come l'autore materiale dell'omicidio. Sul delitto del sociologo-giornalista, che da un'emittente televisiva privata, di cui era direttore, denunciava le collusioni fra mafia e politica, hanno anche parlato i collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori e Francesco Milazzo, entrambi ex capimafia trapanesi.Con questa indagine, che riscontra molte similitudini con il modo di operare dei sicari che avevano messo a segno altri delitti all'epoca, viene scartata una volta per tutte il sospetto di una pista interna alla comunità Saman.Rostagno, coniugando cronaca e denuncia, movendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa nostra e richiamando in termini di speciale vigore l'attenzione dell'opinione pubblica, aveva toccato diversi uomini d'onore e generato nell'ambito del contesto criminale un risentimento diffuso. Con la collaborazione tecnica del Gabinetto regionale di Polizia Scientifica di Palermo, tre bossoli e tre cartucce inesplose calibro 12 trovate sul luogo dell'agguato, sono stati sottoposti ad analisi comparative con i dati balistici relativi ad altri omicidi avvenuti in provincia di Trapani con le stesse modalità: l'impiego di un fucile semiautomatico calibro 12 e di un revolver calibro 38.Lo stesso modus operandi, compreso l'utilizzo di una Fiat Uno da parte dei killer, è stato riscontrato in altri tre casi: il duplice omicidio di Giuseppe Piazza e Rosario Sciacca, avvenuto l'11 giugno 1990 nel comune di Partanna; l'omicidio di Antonino Monteleone, commesso in contrada Marausa (Trapani) il 7 dicembre 1990; l'omicidio dell'agente di custodia Giuseppe Montalto, avvenuto il 23 dicembre 1995 a Palma, altra frazione del capoluogo.Per tutti e tre gli episodi la Corte d'Assise di Palermo ha condannato all'ergastolo il killer Vito Mazzara. Dal confronto balistico sono scaturiti ulteriori elementi che hanno permesso l'individuazione di 'impronte da cameramentò, identiche per forma e dimensione, su uno dei tre bossoli repertati in occasione dell'omicidio di Mauro Rostagno.

I padri di famiglia vittime della crisi

Più di una famiglia italiana su cinque fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Lo rileva il rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del paese nel 2008, sottolineando che la percentuale è del 22,2% pari a 5.394.068 famiglie. Circa 2 milioni e mezzo di famiglie (10,4% del totale) segnalano difficoltà economiche più o meno gravi, riferisce l’istituto di statistica, e risultano potenzialmente vulnerabili soprattutto a causa di forti vincoli di bilancio. Spesso non riescono a effettuare risparmi e nella maggioranza dei casi non hanno risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro. Un milione e 330mila famiglie (5,5%) incontra invece difficoltà nel fronteggiare alcune spese. La maggioranza di queste famiglie si è trovata almeno una volta nel corso del 2007 senza soldi per pagare le spese alimentari, i vestiti, le spese mediche e quelle per i trasporti.Un milione e 500mila famiglie (6,3%) denunciano inoltre, oltre a seri problemi di bilancio e di spesa quotidiana, più alti rischi di arretrati nel pagamento delle spese dell’affitto e delle bollette, nonché maggiori limitazioni nella possibilità di riscaldare adeguatamente la casa e nella dotazione di beni durevoli. Dieci milioni di famiglie (41,5%) mostrano infine livelli inesistenti o minimi di disagio economico. Si tratta di famiglie con redditi alti e medio-alti, più diffuse nel Nord del paese. Circa 8 milioni e 800mila (36,3%) vivono in condizioni di relativo benessere. Si tratta prevalentemente di famiglie formate da adulti e anziani a reddito medio e di altre più giovani a reddito medio e medio-alto, che hanno come problema quasi esclusivo il rimborso del mutuo.Il Rapporto annuale dell'Istat traccia l'identikit del nuovo disoccupato. È uomo, tra i 35 e i 54 anni, residente nel Centro-Nord, in possesso al massimo della licenza secondaria, e ha perso un lavoro alle dipendenze nell’industria. Uno scenario, quello del mercato del lavoro alla fine dello scorso anno, fortemento segnato dalla crisi economica: per la prima volta dal 1995, la crescita degli occupati nel 2008 (183 mila unità in più rispetto al 2007) è inferiore a quella dei disoccupati (186 mila in più). Dopo circa dieci anni di diminuzione, dunque, la disoccupazione nel 2008 torna a crescere, in particolare nel Centro e nel Nord-Ovest, anche se il Mezzogiorno si conferma l’area con la maggiore concentrazione di disoccupati. E, nel 2008, la perdita dell’ultimo lavoro riguarda in prevalenza persone in età adulta e in misura più rilevante la componente maschile. Gli effetti della crisi, infatti, determinano una crescita dei disoccupati con precedenti esperienze lavorative, che pesano ormai per oltre il 70% del totale (dal 66% del 2006). Nella disoccupazione femminile, invece, il gruppo prevalente è quello proveniente dall’inattività. Il principale motivo della perdita del lavoro è la scadenza di un contratto a termine: si stima che a fine 2008 siano scaduti i contratti di circa 350 mila dipendenti a termine e collaboratori. La perdita del lavoro per licenziamento, tuttavia, registra nel 2008 un incremento del 32% e in due terzi dei casi riguarda gli uomini. Inoltre, interessato maggiormente è il lavoro dipendente, ma sono colpiti anche i lavoratori in proprio.

domenica 24 maggio 2009

DANNO ERARIALE GESAP?

La corte dei conti interviene soltanto a seguito di una segnalazione(che può prendere il nome di “esposto”, “denuncia” o quant’altro) può essere fatta senza particolari formalità: basta inviare una lettera raccomandata a/r alla Procura della Corte dei Conti in cui si descrivono i fatti che si ritengono dannosi per le finanze pubbliche.La segnalazione non comporta alcuna conseguenza o onere (se non il costo della raccomandata). La Corte dei Conti è tenuta a mantenere il riserbo assoluto sulla provenienza delle segnalazioni. Pertanto la Corte dei Conti non si attiva da sola occorre che qualcuno segnali la cattiva gestione della Gesap. La Gesap deve fare quadrare quest'anno un bilancio ancora più disastrato. Il fallimento dell' Alitalia è costata 1,5 milioni alla Gesap. Sono i debiti che l'ex compagnia di bandiera ha nei confronti dello scalo palermitano per oneri su biglietti e servizi aeroportuali non pagati fino ad oggi. Debiti che si aggiungono a quelli che ha già Air One, altri 1,2 milioni di euro: la compagnia per i servizi a terra utilizza la società GH Palermo, controllata dalla Gesap stessa. E quanti soldi deve dare la MyAir a Gesap e GH? Il fallimento Alitalia ha quindi prosciugato almeno metà dei 3 milioni di euro investiti da Provincia di Palermo e Comune per ricapitalizzare la società che gestisce l' aeroporto di Punta Raisi. L' amministratore delegato della Gesap lancia l' allarme: «Nel conteggio dei danni che ha provocato il fallimento dell' Alitalia occorre considerare i costi sociali per la perdita occupazionale, ma anche quelli che graveranno sui bilanci di tutte le società di gestione degli aeroporti italiani», dice Giacomo Terranova, amministratore delegato della Gesap. Secondo Assoaeroporti, l'ex compagnia di bandiera ha debiti per 200 milioni di euro con gli scali del Paese: il grosso concentrato a Fiumicino e Ciampino (75 milioni di euro), e con la Sea di Linate e Malpensa (35 milioni). Ma gli 1,5 milioni di euro di esposizione che ha nei confronti dello scalo palermitano rischiano comunque di mettere in difficoltà la Gesap. Una buona notizia possiamo raccontarla con felità. Giacomo Terranova dovrebbe lasciare a giorni la Gesap. Dovrà subentrare a Gaspare Giudice, il deputato del Pdl morto a Palermo. Giacomo Terranova, primo dei non eletti alle passate elezioni politiche, dopo aver amministrato con molta approssimazione i soldi pubblici, porterà la sua esperienza a Roma. E che dio ce la mandi buona ...

IL TRAFFICO DI MATERIALE NUCLEARE

[nella foto: centrale nucleare]
Il problema del traffico di materiale nucleare dai paesi dell’ex Unione Sovietica è emerso nei primi anni 90. Durante il passaggio all’economia di mercato si è verificato l’avvio di flussi di grosse quantità di metalli, legno, petrolio, e materiale vario di recupero in direzione dei paesi occidentali; ed è interessante notare come la maggior parte di questi materiali provenisse dalle repubbliche baltiche (Lettonia,Lituania,Estonia), che non ne hanno mai disposto autonomamente e tanto meno sono produttori di materie prime. L’esportazione di materiale radioattivo - verosimilmente proveniente dagli impianti nucleari dell’ex URSS - venne presa in considerazione dai trafficanti in quanto permetteva grossi profitti, comportando una maggiore facilità di trasporto rispetto ad altri materiali anche se vi erano maggiori rischi. Ogni anno vengono eliminate da USA e Russia 200 testate nucleari, la cui conversione produce una quantità di materiale fissile - che attualmente ammonta a 250 tonnellate per il plutonio e 1500 per l’uranio, cifre inquietanti ma risibili, se si pensa alle 50.000 testate che devono ancora essere smantellate, che soprattutto nella regione ex sovietica ha ampie possibilità di essere commercializzato. Gli specialisti dividono i materiali commerciabili in due categorie: nella prima si trovano i materiali nucleari, come uranio e plutonio, che possono essere utilizzati per fabbricare un’arma nucleare direttamente o, dopo la trasformazione, per la loro proprietà fissile (durante la fissione i nuclei degli atomi di questi materiali si scindono, producendo un’enorme energia); nella seconda, i materiali radioattivi come l’americio, il torio, il cesio o il polonio che non sono fissili, che sono spesso dei prodotti di fissione generati dai reattori nucleari e possono servire alla fabbricazione di strumenti di misurazione, apparecchiature medicali o rilevatori di incendi. Si tratta di materiali non utilizzabili come arma atomica, ma che possono trovare un utilizzo in ordigni convenzionali, per aumentare i danni che derivano dall’esplosione. E, se da un lato il numero dei procedimenti penale in Russia è praticamente inesistente - l’agenzia internazionale per l’energia atomica, nel periodo 91/93, ha denunciato 20 casi di scomparsa di materiale fissile, degli impianti dell’ex URSS- dall’altro le numerose dichiarazioni fatte negli ultimi anni da parte occidentale,e particolarmente da quella statunitense,sui rischi di disseminazione nucleare,sembrano esagerare in grande parte il pericolo immediato. Così i Servizi non hanno constato in alcun momento vendite selvagge di missili nucleari o di materiale fissile. Anzi,secondo i servizi occidentali, americani in testa, le molteplici informazioni e dichiarazioni provenienti dell’ex URSS, dove si lascia intendere che militari e scienziati si prestano ad un gigantesco traffico di missili, armi nucleari, uranio ..., sarebbero di fatto alimentate dalla mafia russa. L’obiettivo è semplice: fare credere che esiste un mercato clandestino di tutti questi materiali, per poter più facilmente truffare intermediari occidentali e governi del terzo mondo. Il direttore del Federal Bureau Investigation (FBI), ha dichiarato davanti alla sottocommissione d’inchiesta permanente del senato americano - presente Mikail K. Iegorov vice ministro dell’interno, il più alto responsabile nella lotta contro la criminalità organizzata, che lo conferma - che non vi sarebbero stati furti di materiale nucleari nell’ex - URSS, a fronte di un articolo “The Wild East di Seymour Hersh, apparso su Atlantic Monthly, sulla presunta sparizione in Russia di 60 kg di uranio altamente arricchito. Ma un raffronto statistico segnala una situazione generale piuttosto allarmante, riferita al plutonio e all’uranio: esperti privati americani del National Resources Defense Council, dopo aver esaminato dei dati pubblicati nello stesso anno dal segretario all’Energia Hazel R. O’Leary, affermano che 1,5 tonnellate di plutonio manca nei conti USA. E,mentre fonti governative sostengono che si tratterebbe di un benigno errore di conteggio, nel mese di maggio, il Nuclear Control Istitute(NCI)americano ha accusato le autorità giapponesi di non poter rispondere di 70 kg di plutonio prodotti nello stabilimento di Tokai-Mura,costringendo Paul Leventhal, presidente del NCI,a chiedere al segretario di Stato Warren Christopher l’immediata chiusura di quella fabbrica,in attesa che la situazione sia chiarita. Per comprendere meglio la situazione è opportuno evidenziare alcuni casi di trasferimenti di materiale nucleare, che sono stati segnalati in questi ultimi anni. All’inizio di gennaio del 1992 il giornale “Al Watan al Arabi” pubblica l’informazione-in ampia parte fondata, e successivamente ripresa dal “Los Angeles Times” - concernente l’acquisto da parte dell’Iran di tre armi nucleari da una delle vecchie repubbliche sovietiche. Tuttavia, contrariamente a quanto poteva lasciar intendere l’articolo,non si trattava di una vendita clandestina: infatti,fonti certe sostenevano che i governi dell’Ucraina e del Kazakhistan avrebbero autorizzato la vendita all’Iran di una dozzina di testate nucleari, per canali ufficiosi, ma perfettamente controllati. Queste testate, di differenti modelli, e per le quali è probabile che i codici di attivazione non siano stati consegnati, sarebbero state destinate ad essere smontate dagli iraniani, per fini di studio.

SCANDALO A FIRENZE

[nella foto: il sindaco di Firenze,Leonardo Domenici]

La Firenze degli scandali offre nuovi tasselli di perplessità. Piccole tessere, forse, che compongono un mosaico carico di interrogativi sulla gestione della
metropoli. L'ultima scoperta riguarda le buono uscite d'oro della Ataf, la municipalizzata dei trasporti: cinque manager si sono portati via un ricco extra, in tutto un milione di euro. Un bel regalo, confezionato con soldi pubblici. La Guardia di Finanza è entrata in azione dopo un esposto dei Cobas e una polemica sollevata a Palazzo Vecchio dal capogruppo del Ps. L'Ataf infatti è un consorzio di nove municipi, ma il Comune di Firenze ovviamente è di fatto l'azionista più importante. E mentre l'opposizione si è rivolta al sindaco Leonardo Domenici chiedendo spiegazioni, gli investigatori hanno rifatto i calcoli e hanno presentato denuncia alla magistratura contabile. Secondo le Fiamme Gialle, la responsabilità per quei doni che valgono un milione è dell'assessore fiorentino Tea Albini, del presidente e di uno dei membri del Cda ed 'ex sindaco della confinante Campi Bisenzio: gli viene contestato di non avere esercitato il dovere di controllo sulle elargizioni. Solo nel caso del direttore generale Sassoli, sostituito con l'ex top manager della Trambus capitolina, l'azienda fiorentina ha rischiato di dovere regalare tre anni di stipendio: più di mezzo milione, solo per essersi scordata di dargli il preavviso. In un vecchio film, Totò truffava un disoccupato assumendolo per censire i piccioni di piazza San Marco. E forse è a quello che si sono ispirati i dirigenti di Palazzo della Signoria nell'assegnare una delle consulenze più folli degli ultimi anni. Il Comune di Firenze, guidato da Leonardo Domenici, ha pagato un professionista esterno per contare le rastrelliere delle biciclette. Avete letto bene: uno specialista per «il monitoraggio dello stato delle rastrelliere» dove si parcheggiano i velocipedi. Compenso per la missione: ben 12.600 euro. Possibile che tra tutti i dipendenti del municipio fiorentino non ci fosse nessuno per svolgere lo stesso lavoro? La vicenda, che risale al dicembre 2003 ed è stata rivelata dal "Corriere di Firenze", è emersa grazie a un'inchiesta della Finanza. Adesso la Corte dei Conti ha chiesto spiegazioni al dirigente del Comune: la magistratura vuole sapere come è possibile che nessun dipendente fosse in grado di portare a compimento lo stesso censimento. Il funzionario nel mirino non è un travet qualunque, ma l'ex presidente dell'ordine degli architetti. A proposito, la Guardia di Finanza ha trovato anche un'altra consulenza sorprendente: un dossier sullo stato dei bagni pubblici. Impresa per cui un professionista esterno ha ricevuto tremila euro. Almeno in questo caso, si può letteralmente parlare di soldi buttati nel gabinetto.

SALE PAURA PER ATOMICA IRAN

[nella foto: sommergibile nucleare Usa]
Il 30% degli israeliani prenderebbe in considerazione di abbandonare il proprio Paese se l'Iran riuscisse a dotarsi di armi atomiche. Lo ha rilevato, secondo la radio militare, un sondaggio condotto dal Centro di studi iraniani dell'Università di Tel Aviv. Dal sondaggio è emerso che l'81% degli israeliani è persuaso che l'Iran riuscirà a completare i propri progetti nucleari. L'Iran non intende avviare colloqui sul suo programma nucleare prima delle elezioni presidenziali del prossimo 12 giugno. Lo ha chiarito Mahmoud Ahmadinejad, che intanto ha anche respinto le critiche dei suoi sfidanti al voto sulla fallimentare politica estera ed economica causa dell'isolamento della Repubblica islamica. "Abbiamo detto che non ci saranno colloqui prima delle elezioni - ha affermato Ahmadinejad in una conferenza stampa trasmessa dall'emittente Press Tv, parlando del dossier nucleare. Hanno insistito (i Paesi della comunità internazionale, ndr) perchè ci fossero negoziati prima delle elezioni. Lo hanno chiesto molte volte...e il presidente americano Barack Obama alla fine ha accettato e ha detto: 'Ok, facciamoli dopo il voto'". Il programma nucleare iraniano risale ai tempi dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Fu interrotto durante gli anni della guerra con l'Iraq (1980-1988). In ogni caso l'Iran dispone di tecnologia nucleare da circa una ventina di anni grazie anche all'aiuto russo e pakistano (e indirettamente anche nordcoreano e cinese). Il 14 agosto 2002 il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (guidato dal movimento dissidente iraniano armato chiamato MEK), durante una conferenza stampa a Washington D.C., annunciò che l'Iran stava costruendo nei pressi della città di Natanz (a duecento chilometri a sud di Teheran) un impianto segreto per l'arricchimento dell'uranio con il metodo della centrifugazione. In detto sito, nel 2003, sono state messe in funzione alcune decine di "centrifughe P1" di orgine pakistana, ufficialmente solo per la produzione di MTR, ma i difficili rapporti con gli Stati Uniti d'America hanno causato da subito sospetti nel mondo occidentale. L'aver tenuto segreti per molto tempo i piani riguardanti l'arricchimento dell'uranio e il non aver firmato il protocollo aggiuntivo al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ha spinto ad inviare sul posto degli ispettori ma il presidente dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) Mohamed El Baradei ha più volte dichiarato alla stampa che gli ispettori non hanno trovato alcuna presenza di tracce di esafloruro di uranio altamente arricchito nelle centrifughe di Natanz. La crisi con l'Iran è stata argomento di diverse riunioni del cosiddetto "club dei 5 + 1" (i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania) che solo nel mese di febbraio del 2007 hanno portato all'approvazione di una prima bozza di sanzioni in sede ONU. Queste sanzioni sono state accompagnate da minacce "diplomatiche" nelle quali gli Stati Uniti d'America hanno incitato gli iraniani a cessare l'arricchimento dell'uranio per evitare "spiacevoli conseguenze". In precedenza c'era stata una proposta statunitense di aiutare l'Iran a costruire un reattore LWR in cambio della rinuncia all'arricchimento dell'uranio e dello stop alla realizzazione di quello di Bushehr seguita da una mediazione da parte russa che proponeva a Teheran di trasferire sul proprio suolo tutte le attività legate al ciclo del combustibile. Il governo iraniano, trovando illegittime proprio in base al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) tali sanzioni, per tutta risposta ha affermato (per bocca del suo capo negoziatore Ali Larijani) che non avrà altra scelta che abbandonare tale trattato se verrà sopposto a ulteriori pressioni sul suo programma nucleare a scopo di elettrogenerazione e propulsione. Inoltre, sempre in risposta alle decisioni ONU, ha progressivamente installato circa 6.000 centrifughe in cascata a Natanz (col proposito di arrivare a 50.000 entro il 2013), ufficialmente per la produzione su scala industriale di uranio leggermente arricchito (2-4%) da usare come combustibile per alimentare la centrale elettronucleare monoreattore di Bushehr (costruita con l'aiuto della Russia in base a un contratto stipulato nel 1995 e che si stima entri in funzione il 1° settembre 2009) e una serie di altre centrali che l'Iran prevede di costruire nei prossimi anni. Il 9 aprile 2009 è entrato in funzione a Isfahan anche il secondo impianto iraniano di arricchimento dell'uranio su scala industriale, dotato di circa 7.000 centrifughe, ed è stato dato l'annuncio del possesso della tecnologia per la realizzazione di due nuovi tipi di centrifughe (presumibilmente di tipo P2 e Zippe) "capaci di fornire uranio arricchito a un ritmo diverse volte superiore" a quello finora ottenuto con le centrifughe già installate a Natanz e Isfahan. Giovedì 1° febbraio 2007 Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante il governo di Carter, ha testimoniato davanti alla Commissione per le Relazioni Estere del Senato statunitense dichiarando che esiste uno «scenario plausibile per uno scontro militare con l'Iran». Come ha suggerito lo stesso Brzezinski esso implicherebbe «il mancato rispetto in Iraq di alcuni standard, seguito da accuse di responsabilità iraniana per questo disastro e, poi, da delle provocazioni in Iraq o da un attacco terroristico negli Stati Uniti di cui verrebbe incolpato l'Iran, culminanti in un'azione militare statunitense "di difesa" contro l'Iran che farà precipitare un'America sola in un pantano che si espanderà e aggraverà coinvolgendo alla fine Iraq, Iran, Afghanistan e Pakistan».
Secondo alcune indiscrezioni giornalistiche, pare inoltre che una cellula di studio sia stata attivata al Pentagono al fine di riuscire a mettere in atto un intervento militare contro l'Iran a sole ventiquattro ore dalla dichiarazione di guerra anche se un eventuale raid aereo sui siti nucleari iraniani presenta, allo stato attuale delle cose, molte incognite di carattere militare, politico ed economico.

sabato 23 maggio 2009

UE: che frana

Il rischio di tragedie causate dagli smottamenti del terreno è alto in tutto il continente, ma in particolare in Italia, dove il 50 per cento dei comuni è in pericolo. Per contrastarlo alcuni scienziati hanno appena concluso un lavoro di monitoraggio sulle Alpi durato tre anni. E adesso si aspetta un altro aiuto fondamentale. Che arriverà dal cielo. Resta alto il pericolo di calamità naturali nel continente. A suonare il campanello d'allarme è uno studio dell'Agenzia europea per l'ambiente di Copenaghen, che ha misurato l'evoluzione di disastri naturali e incidenti tecnologici in 32 paesi europei (dall'Atlantico al Mar Nero, dal Circolo polare artico al Mediterraneo) tirando le somme dei danni provocati negli ultimi anni. Un bilancio pesante: oltre 7 milioni di cittadini coinvolti e almeno 90 miliardi di euro di perdite dal 1998, solo calcolando i beni coperti da assicurazione. La fotografia scattata ai 25 partner dell'Ue più Bulgaria, Romania, Turchia, Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera ha calcolato l'impatto economico e ambientale dei cinque disastri più frequenti: alluvioni, frane, incendi, siccità e terremoti. Secondo gli esperti di Copenaghen, il 43 per cento dei disastri naturali verificatisi in Europa nei cinque anni esaminati è riconducibile alle alluvioni. Al secondo posto, spesso collegate a tempeste e alluvioni, ci sono le frane. Stando all'indagine, la maggior parte dell'Europa occidentale, a eccezione della Francia, soffre relativamente poco di frane di ampie dimensioni. Mentre tutto il Sud Europa e le regioni montuose dell'Europa centro-orientale sono particolarmente vulnerabili al fenomeno. In primo luogo per una ragione orografica: il nord del continente è caratterizzato da pianure e i monti della regione scandinava sono composti da rocce più salde di quelle, per esempio, delle Alpi. Anche se l'ampia presenza di sedimenti di origine glaciale, pericolosi se mossi, costituisce una minaccia. Nell'area mediterranea, invece, le montagne sono più friabili e le piogge più concentrate. Un altro rischio è dovuto alla maggiore densità di popolazione e, per quanto riguarda l'arco alpino (dove è alta la concentrazione di stazioni sciistiche), alla massiccia presenza dei turisti. In più, l'alta attività tettonica e i depositi sabbiosi-argillosi accrescono la sensibilità dei territori, ulteriormente minata anche dall'urbanizzazione e dalla scarsità di foreste. Il versante orientale della Spagna e il Sud Italia risultano fra le regioni più esposte: il nostro Mezzogiorno è ricco di terreni argillosi sensibilissimi alla pioggia. Per l'Italia, infatti, l'allarme è altissimo: quasi il 50 per cento dei centri abitati sarebbe a rischio frane e smottamenti. La mappa disegnata dallo studio divide la Penisola in due tronconi: il Centro-Nord, dalla linea tosco-emiliana in su, e il Sud, da Campania e Molise fino alla punta dell'Italia. L'allarme nasce dai dissesti idrogeologici degli ultimi cinquant'anni. Fra le cause dell'aumento di rischio per l'Italia ci sono l'urbanizzazione e l'abbandono dei terreni agricoli. «L'assetto idrogeologico del nostro Paese, per quanto è avvenuto in passato, rende urgente un intervento incisivo» avverte il ministro dell'Ambiente. «Ho ipotizzato una cifra fra i 35 e i 50 miliardi di euro in 15 anni: del resto negli ultimi dieci anni abbiamo speso 35 miliardi solo per gestire le emergenze. Meglio, dunque, spendere per mettere in sicurezza il territorio e prevenire». E prevenzione sembra la parola d'ordine in tutta Europa. Con quali risultati? Trattandosi di eventi naturali esiste sempre un margine di incertezza nelle previsioni: pur calcolando le probabilità, un disastro naturale non si può mai escludere. E così in tutti i paesi la sfida è sempre la stessa: monitorare. Il problema, semmai, è quello di tradurre i dati degli studi in efficaci azioni di prevenzione. I paesi più avanzati in questo campo sono la Svizzera e, nell'Ue, la Francia: entrambi trasformano, dal punto di vista normativo, il proprio territorio in fasce di rischio con mappe che indicano le aree in cui si può costruire. «Lo strumento urbanistico è fondamentale» afferma Claudio Scavia, docente di geotecnica al Politecnico di Torino. «Quando si pianifica lo sviluppo o l'ampliamento di strade, città, infrastrutture bisognerebbe consultare (quando esiste) il catalogo delle frane. E dotarsi di una cartografia di quelle già verificatesi e di quelle potenziali, in modo da evitare che le frane "dormienti" diventino attive». Come intervenire, invece, sui danni già fatti? Drenare l'acqua dal terreno così che non si infiltri in profondità, alzare muri per bloccare l'avanzare delle frane (ma si tratta di lavori a forte impatto ambientale e molto costosi, quindi si fanno solo quando la minaccia è irreparabile). E poi, appunto, monitorare. Come, per esempio, è avvenuto con l'Imiriland, uno dei progetti finanziati dall'Ue per misurare il rischio di grandi frane e sviluppare una metodologia comune di valutazione. Che tipo di evoluzione può avere l'attuale movimento di un centimetro all'anno di una parte della montagna? Per tre anni esperti francesi, spagnoli, austriaci, svizzeri e italiani hanno esaminato otto casi (tutti nell'arco alpino) di possibili frane, provando a dare una risposta. «I calcoli si basano su un complesso insieme di analisi» ricorda Claudio Scavia, uno dei responsabili del progetto: «indagini geologiche, osservazione delle piogge, quantità di acqua nella massa rocciosa, misurazioni, prelievi di rocce poi testati in laboratorio con varie simulazioni». Alla fine è stato definito un parametro di rischio per ogni punto della vallata, stimando le probabilità nel tempo di una possibile frana e i costi dell'eventuale impatto. A livello europeo viene invocato un sistema comune di calcolo del rischio delle frane, oggi ancora diverso da paese a paese. Bruxelles starebbe inoltre pensando a un regolamento europeo per la difesa del suolo. Necessario anche disegnare una mappa europea del rischio ambientale legato ai vari tipi di calamità naturale. E poi rafforzare l'azione rapida e le capacità di intervento. «Dobbiamo rendere la nostra protezione civile più efficiente» ammette il commissario europeo all'Ambiente Margot Wallström. «Ma servirebbero più persone e più mezzi da mobilitare e coordinare di quanti ne abbiano attualmente a disposizione i singoli paesi». Una mano, infine, verrà dallo spazio. Fra le applicazioni previste dai sistemi satellitari c'è anche quella di controllare e monitorare con maggiore precisione i fenomeni naturali.

LA GESAP CONTRO GLI OPERAI


La stagione estiva è iniziata a Punta Raisi, aeroporto internazionale di Palermo, e, purtroppo, non è cambiato niente. Gli operai della GH Palermo, dell’Alitalia, della Pae Mas, KSM e della Gesap, settore smistamento bagagli in partenza, lavorano sempre in condizioni disumane per colpa dell’ente gestore(GESAP) che ormai da anni è inadempiente. La assoluta mancanza di climatizzatori (anche se recentemente nel sito dove sono presenti i gruppi di continuità è stato istallato un condizionatore da 24.000 btu, il motore che refrigera l'area è stato istallato nel chiuso dell'ambiente del nastro partenze,dando così il suo contributo al riscaldamento); l’insufficiente numero di ventilatori funzionanti rendono il lavoro estivo ancora più debilitante (il tasso di umidità nella stagione estiva è superiore all’65%, costringendo alcuni operai a ricorrere alle cure del pronto soccorso); nel periodo invernale l’acqua piovana gocciola dal soffitto. Ma chi sono questi ingegneri, spesso incompetenti, che se avessero un minimo di dignità dovrebbero dare le dimissioni per dichiarata incapacità. Dunque, come si può intuire, troppo caldo in estate e troppo freddo umido in inverno, fattori climatici che vanno a pesare negativamente sulla produttività e sulla salute dell’operaio. Una viabilità che sembra fatta apposta per penalizzare chi già lavora in una situazione di grande disagio, dove dovrebbero circolare solo mezzi a trazione elettrica ma così non è per Polizia, Carabinieri, Gesap,Ksm … La viabilità del comparto smistamento bagagli in partenza ha subito un’ulteriore riduzione dopo l’unificazione di due dei tre nastri che trasportano i bagagli. Lasciando,però, il gradino che divide il carrello dal nastro e che tanto danneggia,più del dovuto, la schiena dell’operatore. Le condizioni igienico sanitarie sono indescrivibili, dove una ricca fauna (topi, zanzare,scarafaggi …) cresce e ha creato il suo habitat naturale tenendo compagnia alle maestranze tutte. La Gesap, più volte al giorno, manda il proprio personale a controllare la fognatura e ogni volta che vengono, sollevati i tombini, oltre alla puzza si possono vedere migliaia di scarafaggi che vanno ovunque. Tanto controllo della rete fognaria è segno evidente che nemmeno la fognatura funziona come dovrebbe. Inoltre l’ambiente in questione è sempre un cantiere con tutto quello che ne consegue: rumori acuti, polvere pronta ad attaccare l’apparato respiratorio (anche se dobbiamo dare atto che la Gesap ha fatto istallare cospicua segnaletica dove si segnala che è vietato fumare, come se il solo problema è il fumo prodotto dalle sigarette. Il cantiere per l’ampliamento e ammodernamento del comparto in questione dovrebbe funzionare esclusivamente di notte, in assenza di operai. Troppa arroganza ,presunzione e ignoranza ha caratterizzato negativamente la gestione Terranova - Scelta che ha assunto nuovi ingegneri, venuti da altre realtà aeroportuali nazionali, ovviamente PH. Ma nonostante il disinteresse generale da parte di tutti (Enac incluso) ci domandiamo amareggiati durerà ancora per molto tempo la latitanza delle varie sigle sindacali?

venerdì 22 maggio 2009

Cedimento viadotto Caltanissetta-Gela

Potrebbe essere stata una frana sotterranea a causare il cedimento di un pilone di sostegno lungo un viadotto della statale 626 Caltanissetta-Gela, in cui sono rimaste ferite due persone. È la ricostruzione dell'Anas, basata sui «primi rilievi della commissione nominata dal presidente Pietro Ciucci». In parallelo proseguono le indagini delle Procure di Caltanissetta e Gela, che hanno aperto due inchieste. «La pila interessata dal movimento è dotata di una fondazione del tipo "a pozzo", formata da una corona perimetrale di 30 pali trivellati della lunghezza di 20 metri ciascuno, con un pozzo di diametro interno di 9 metri, assolutamente adeguata ad affrontare ogni tipo di sollecitazione - si legge nella nota della società -. Gli accertamenti finora compiuti, ancora da completare, sembrano imputare la causa del movimento a un movimento franoso sotterraneo, e come tale del tutto imprevedibile, provocato dai numerosi episodi eccezionali dal punto di vista meteorologico verificatisi nella zona tra febbraio e aprile, per i quali le istituzioni locali hanno richiesto lo stato di calamità naturale». Secondo l'Anas l’idoneità dei materiali impiegati nella costruzione del viadotto «è comprovata dai certificati ufficiali attestanti le prove di laboratorio. In particolare sono state eseguite all’epoca prove relative ai calcestruzzi e agli acciai presso i laboratori dell’Istituto di Costruzioni Stradali e di Scienze delle Costruzioni della Facoltà di Ingegneria e presso l’Istituto di Chimica Industriale dell’Università di Palermo, presso il laboratorio sperimentale per le esperienze dei materiali dell’Università di Pisa, presso il laboratorio sperimentale per le Resistenze dei Materiali dell’Istituto di Scienze delle Costruzioni dell’Università di Bologna e presso il Centro Sperimentale Stradale Anas di Cesano». Il viadotto Geremia II, lungo 1.487 metri e costituito da 35 campate, è stato progettato negli anni Settanta e realizzato negli anni Ottanta. Il progetto esecutivo è stato realizzato nel 1978 dallo Studio Corona di Torino e i lavori da parte dell’impresa Rizzi Spa di Rovigo sono iniziati nel 1985 e ultimati nel 1990. In corso d’opera - tra il 1987 e il 1990 - sono state eseguite le prove di carico sui pali di fondazione e sugli impalcati. Il collaudo del viadotto è stato rilasciato il 18 maggio 1990, mentre il collaudo complessivo del lotto è del 12 marzo 1993. Il viadotto Geremia è stato inaugurato solo sedici anni dopo, il 14 febbraio 2006, nell’ambito dell’apertura al traffico di un tratto di 14 km dell’itinerario Caltanissetta-Gela, in quanto il lotto in cui è compreso (lotto 5, II stralcio) non era collegato ai lotti successivi e mancava di un vero collegamento con la viabilità minore. Quello che è successo nella Caltanissetta -Gela ha riaperto il dibattito sulla ditta Italcementi. L'Italcementi nasce nel 1864 a Scanzorosciate, in provincia di Bergamo, come Società Bergamasca per la Fabbricazione del Cemento e della Calce Idraulica nata su iniziativa del conte Giuseppe Piccinelli. Agli inizi del '900, la gestione passa nelle mani dei fratelli Pesenti che fondono la loro società Fabbrica Cementi e Calci Idrauliche Fratelli Pesenti fu Antonio con la società creata da Giuseppe Piccinelli. Solo nel 1927, quando la società è già quotata alla Borsa di Milano da due anni, assume l’attuale ragione sociale. Diventata la principale società italiana nel settore dei materiali da costruzione, alla fine degli anni Ottanta avvia le prime iniziative di internazionalizzazione del Gruppo. Ma è con l'acquisizione di Ciments Français, nell'aprile del 1992 che si realizza in un sol colpo il processo di globalizzazione della società. Con la più rilevante acquisizione industriale realizzata all'estero da un gruppo italiano, il fatturato passa da 775 milioni di euro a quasi 2,6 miliardi del nuovo gruppo. L'acquisizione cambia la fisionomia di Italcementi: il peso dell'Italia sui ricavi scende dal 97% al 27,5% e la presenza si amplia a 13 Paesi. I passi successivi sono rivolti verso l'Europa dell'Est (Bulgaria) e l’Oriente dove vengono acquisite nuove società in Kazakistan e in Thailandia. Segue il posizionamento in India, che rappresenta il terzo mercato mondiale del cemento. Dai piani di sviluppo non resta poi escluso il continente africano: al rafforzamento della presenza in Marocco si affianca l'Egitto. Il 2007 segna lo sbarco del gruppo in Cina e in Kuwait. Agli inizi del 2008 il gruppo Italcementi rimane coinvolto in un'inchiesta giudiziaria che ha portato la magistratura di Caltanissetta al sequestro preventivo della controllata Calcestruzzi spa. Nel gennaio 2008 Mario Colombini, amministratore delegato della Calcestruzzi, è stato arrestato per truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni con l'aggravante di avere agevolato l'attività della mafia. A fine febbraio vengono concessi gli arresti domiciliari dal Tribunale del riesame poiché vengono meno l'aggravante di aver favorito la mafia e l'intestazione fittizia di beni (oltre al dissequestro dell'intero capitale sociale dell'azienda). Nell'ambito delle indagini, la Guardia di Finanza ha sequestrato l'ala dell'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta e una galleria dell'autostrada Palermo-Messina, costruzioni nelle quali si sospetta che Calcestruzzi abbia utilizzato materiale non conforme alle norme tale da minare la stabilità delle due opere.
L'inchiesta ha successivamente portato la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, ad indagare l'amministratore delegato di Italcementi, Carlo Pesenti per concorso in riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, aggravati dall'avere avvantaggiato la mafia.

giovedì 21 maggio 2009

Chi salverà Catania?

Da senatore non s'è dimesso, Stancanelli: "Ma se appena insediato mi hanno iscritto nel registro degli indagati per occupazione abusiva di suolo demaniale!". Vero. Alla prima uscita pubblica aveva inaugurato il solarium, grande piattaforma in legno sul lungomare, fatta perché i catanesi si godessero i bagni, senza ingolfarsi in un traffico infernale per arrivare fino a Plaja. Per una settimana ci si sono stipate duemila persone al giorno, incuranti, come l'amministrazione che li ha messi, dei due cartelli a lato che recitano uno 'divieto di balneazione' e l'altro 'attenzione, non ci sono bagnini'. Poi è arrivata la Guardia costiera che ha chiuso e sequestrato il solarium fuorilegge: e adesso se appena t'azzardi a oltrepassare il nastro che lo circonda ti blocca uno dei 540 vigili in forza al Comune: per la cronaca, 5 semplici e 535 ispettori. Così si campa, in una città con l'acqua alla gola. La Procura di Catania ha chiesto il rinvio a giudizio per abuso d'ufficio aggravato e falso in atto pubblico dell'ex sindaco Umberto Scapagnini e di altre 18 persone, due dirigenti e 16 ex assessori, nell'ambito dell'inchiesta sul "buco" in bilancio al Comune. Il procedimento, spiegano dalla Procura in un comunicato con il quale è resa nota la notizia, ha preso avvio da osservazioni formulate a suo tempo dai revisori dei conti relativamente al bilancio consuntivo dell'anno 2003, sul quale ha mosso rilievi anche la culminati anche la Corte dei Conti, da ultimo nel novembre 2007. L'indagine avrebbe accertato un deficit di bilancio ammontante complessivamente negli anni a parecchie centinaia di milioni di euro. Nell'inchiesta è confluita anche l'indagine riguardante la società Catania Risorse, costituita nel dicembre 2006 dal Comune allo scopo di risanare l' indebitamento al deficit che, secondo l'accusa, sarebbe stato realizzato attraverso la vendita di beni immobili anche appartenenti al patrimonio indisponibile del Comune e quindi non consentita dalla legge. Gli indagati hanno spiegato ai magistrati di avere agito allo scopo di evitare la dichiarazione dello stato di dissesto, che avrebbe comportato un serio pregiudizio per la città e per l'interesse dei creditori dell'amministrazione comunale. La richiesta di rinvio a giudizio è stata avanzata nei confronti del deputato nazionale del Pdl Umberto Scapagnini, in qualità di ex sindaco; di Francesco Bruno e Vincenzo Castorina, in qualità di responsabili del servizio di ragioneria; degli ex assessori al Bilancio Francesco Caruso, Antonino D'Asero e Gaetano Tafuri; e degli ex assessori comunali Giuseppe Arena, Orazio D'Antoni, Mario De Felice, Filippo Drago, Stefania Gulino, Santo Ligresti, Giuseppe Maimone, Domenico Rotella, Salvatore Santamaria, Giuseppe Siciliano, Nino Strano, Giovanni Vasta e Giuseppe Zappalà.

Scapagnini sta meglio, sempre in prognosi riservata il bilancio della città di Catania


Lo conferma la sua famiglia «a seguito delle tante richieste da parte di amici e conoscenti di informazioni sulle sue condizioni di salute». «Sebbene la prognosi sia da ritenersi ancora riservata le sue condizioni generali di salute si sono stabilizzate e dimostrano una buona reattività alle terapie somministrate». La famiglia del medico personale del presidente del Consiglio, «ringrazia quanti stanno dimostrando solidarietà» a Umberto Scapagnini». Umberto Scapagnini (Napoli, 16 ottobre 1941) è un medico e un pessimo politico italiano. Laureato in medicina nel 1965, libero docente in neurofarmacologia nel 1968 e nel 1972 specialista in neuroendocrinologia; dal 67 al 73 ricercatore e successivamente docente presso l'Istituto HAYMANS dell'Università di Gand (Belgio), la YC Medical Center san Francisco, California e docente al MIT di Boston. Consulente della NASA dal '69 al '75. Nel 1975 divenne professore ordinario presso l'Università di Catania, risultando il più giovane ordinario italiano della disciplina farmacologia medica. Umberto Scapagnini è autore di oltre 500 pubblicazioni scientifiche su prestigiose riviste internazionali e co-editore di oltre 20 volumi scientifici. Umberto Scapagnini è attualmente il decano della facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Catania. Nella città siciliana si affacciò alla politica diventando consigliere comunale con il PSI nel 1985. Vicesindaco ed assessore all'urbanistica tra il 1986 ed il 1987, aderì successivamente a Forza Italia e nel 1994 venne eletto deputato europeo; dal '94 al '99 è stato Presidente della Commissione di Ricerca, Sviluppo Tecnologico e Energia del Parlamento Europeo. Confermato parlamentare europeo nel 1999, nel 2000 si candidò a sindaco di Catania ottenendo la carica. Ricevette un secondo mandato nel 2005, anno in cui vinse contro il candidato dell'Unione Enzo Bianco. Da alcuni anni Umberto Scapagnini è il medico personale di Silvio Berlusconi, del quale ha affermato che «ha un sistema di tipo neuro immunitario veramente straordinario per cui niente mina la sua salute» e che egli è «tecnicamente immortale».Durante i suoi mandati il debito del comune di Catania non ha fatto altro che crescere, con la conseguenza che la città si trova tutt'ora in grave crisi finanziaria, con fornitori che aspettano pagamenti da mesi, compresa l'ENEL. Dal mese di Gennaio 2008, infatti, e per praticamente tutto l'anno, varie zone della città, non solo dei quartieri periferici ma anche del centro cittadino, sono rimaste per più giorni prive di illuminazione a causa del non adempimento dei pagamenti all'Enel da parte del comune. Infine è stato indagato per abuso d'ufficio aggravato per i parcheggi sotterranei in costruzione nella città etnea. Il 12 febbraio 2008 si dimette dalla carica di sindaco e nonostante lo scandalo finanziario, è stato eletto deputato nelle liste del PDL, lista guidata da Silvio Berlusconi, nelle elezioni politiche italiane del 2008.Il 16 aprile 2008, pochi giorni dopo l 'elezione in parlamento, in seguito ad incidente stradale riporta un trauma toracico e viene ricoverato in gravi condizioni all'Ospedale Forlanini di Roma. Il 2 maggio dello stesso anno è stato condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione delle irregolarità nella concessione di contributi previdenziali da parte del Comune ai dipendenti per i danni da 'cenere nera' dell'Etna, 3 giorni prima delle elezioni comunali del 2005 che lo videro vincitore. Nel luglio 2008 risulta indagato, assieme ad altri 40 funzionari comunali, per il buco di bilancio creato durante i suoi otto anni di amministrazione. Ciò nonostante ottiene la carica di deputato che gli concede l'immunità alla condanna del 2 maggio 2008.

martedì 19 maggio 2009

Il lodo Alfano salva Berlusconi da sicura condanna

Nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici milanesi hanno condannato l'avvocato inglese David Mills per corruzione in atti giudiziari sono ripercorse le accuse mosse al legale, coimputato di Silvio Berlusconi per il quale il processo è stato sospeso in attesa che la Consulta valuti la costituzionalità del Lodo Alfano. Nel processo per la corruzione nella Guardia di Finanza: - Mills 'avrebbe ''omesso di dichiarare, pur specificatamente interrogato, che la proprietà delle società off-shore del Fininvest B Group faceva capo direttamente e personalmente a Silvio Berlusconi"; - di aver"omesso di riferire la circostanza del colloquio telefonico con Silvio Berlusconi nella notte di giovedì 23 novembre 1995, avente quale argomento la società All Iberian e il finanziamento illegale di 10 miliardi di lire erogato da Berlusconi tramite All Iberian a Bettino Craxi". - di aver "dichiarato circostanze false in ordine al compenso di circa un milione e mezzo di sterline ricevuto una tantum nel 1996 a seguito di accordi con Silvio Berlusconi - compenso qualificato come 'dividend' e tenuto bloccato fino al 2000 in un deposito bancario...". Nel Processo All Iberian si contesta a Mills: - di aver evitato di rispondere "alle domande sulla proprietà delle società offshore", sostenendo che "la proprietà è rimasta un pò vaga perché nessuno ha detto: io sono il proprietario di queste società... il cliente era il gruppo Finivest". Mills è anche accusato di "non aver riferito che beneficial owners delle società Century One e Universal One, in forza di accordi di trust stipulati dallo stesso Mills, erano Marina e Piersilvio Berlusconi; - di aver "omesso di riferire quanto a sua conoscenza in ordine al legame diretto esistente tra Paolo Del Bue, della fiduciaria Amer, e la famiglia Berlusconi". Secondo l'accusa, per rilasciare queste dichiarazioni false o reticenti, Mills avrebbe ricevuto 600mila dollari da Carlo Bernasconi, ex manager Fininvest (deceduto) "su disposizione di Silvio Berlusconi". "E' una sentenza semplicemente scandalosa, contraria alla realtà, come sono certamente sicuro sarà accertato in appello per quanto riguarda il signor Mills''. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, parlando all'Aquila in conferenza stampa della sentenza che ha condannato per corruzione in atti giudiziari l'avvocato inglese David Mills. ''Ho annunciato questa mattina la mia intenzione di fare un intervento in Parlamento sulla sentenza Mills e, appena avrò tempo, lo farò (cribbio, aggiungiamo noi)- ha aggiunto il premier. In quella sede dirò finalmente quanto da tempo penso a proposito di certa magistratura''. "Ho visto commenti della opposizione divisa al proprio interno e annullata nei consensi", ha poi continuato Berlusconi. Che con toni molto duri ha inoltre sottolineato che lo stesso é già stato fatto "in modo vergognoso con le veline, mai esistite, completamente inventate dall'opposizione e dai giornali asserviti all'opposizione". Riferendosi alla vicenda Noemi il Premier ha detto che "La ragazza è stata bersagliata in modo incredibile dai giornali, si sono interessati perfino ai beni intestati a lei dalla famiglia. Tutto ciò è veramente vergognoso, mi vergogno per questi giornali nel leggere queste cose, oltretutto interamente inventate". Papi Silvio ha anche contestato il fatto che la diciottenne é stata ripresa anche da "Anno Zero" con dichiarazioni che l'interessata non riconosce. "Il peggio è che queste cose sono state inventate di sana pianta", ha detto ancora papi Silvio pronunciando per tre volte la parola "che vergogna". L'avvocato inglese David Mills condannato a Milano a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari agì "da falso testimone" - si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna -"per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l'impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati".Mills era accusato di aver preso 600mila dollari per fornire dichiarazioni false o reticenti in due datati processi milanesi: All Iberian e quello sulla corruzione nella Guardia di Finanza. La posizione di Silvio Berlusconi, coimputato di Mills, era stata stralciata in quanto i giudici della decima sezione del Tribunale di Milano avevano trasmesso gli atti del processo alla Consulta perchè verificasse la corrispondenza alla Costituzione del cosiddetto Lodo Alfano, riguardante le quattro più alte cariche dello Stato. Il dibattimento nei confronti di Berlusconi è quindi stato sospeso.I giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano, presieduti da Nicoletta Gandus (ricusata senza esito dal premier) nello spiegare "il movente sotteso alle condotte di Mills", condannato per corruzione in atti giudiziari, scrivono: "egli ha certamente agito da falso testimone, da un lato, per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l'impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute fino a quella data; dall'altro, ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico". Nel determinare la pena inflitta a Mills i giudici rilevano "l'oggettiva gravità della condotta, di assoluta rilevanza nei procedimenti in cui è stata posta in essere, anche in ragione della qualità e del numero dei reati ivi giudicati; va poi considerato il ruolo istituzionale di alcuni dei soggetti imputati nei procedimenti penali in cui David Mills rendeva falsa testimonianza".Tra le contestazioni all'avvocato inglese David Mills, per le quali è stato condannato dal Tribunale di Milano, vi è anche quella di aver dichiarato il falso su un milione e mezzo di sterline nel 1996 ''a seguito di accordi con Silvio Berlusconi'' che il legale aveva qualificato come ''dividendi'' di una plusvalenza di una societa' off-shore (la Horizon ltd.) che i suoi clienti non avevano ritirato. ''Emerge in termini di certezza dagli elementi di prova - scrivono invece i giudici -... che l'attribuzione della somma a Mills rientrava nel complessivo disegno tendente a non far emergere, appunto, chi fosse il reale proprietario delle societa' offshore del Gruppo Fininvest e difendersi dalle accuse di falso in bilancio e altro, così aggirando anche il fisco italiano e la normativa in tema di concentrazione di mezzi di comunicazione di massa''. ''Per distanziare il Gruppo Fininvest, o meglio la/le persone fisiche proprietarie, dai patrimoni delle societa' offshore - proseguono i giudici - gli utili di una società, di cui a Mills era stata attribuita la proprietà solo per tenere celata l'identità degli effettivi beneficiari, erano stati trasformati in utili di Mills, e come tali egli li aveva sottoposti a tassazione, quale suo introito professionale, nel Regno Unito''. Il vicecapogruppo del Pd Luigi Zanda ha chiesto al presidente del Senato di attivarsi perché il presidente del Consiglio si presenti subito in Parlamento e rinunci all'immunità del Lodo Alfano."Abbiamo letto dalle agenzie le motivazioni della condanna dell'avvocato Mills. Devo manifestare grande disagio istituzionale e anche politico - ha detto Zanda, rivolto al presidente del Senato - nel chiedere la parola su questo argomento ed esprimo due domande a nome del Pd: Le chiediamo di farsi interprete della nostra richiesta al presidente del Consiglio perché rinunci al Lodo Alfano". "La sentenza del Tribunale di Milano - ha aggiunto Zanda - fa sospettare che a questo servisse il Lodo Alfano. Se rinunciasse all'immunità Berlusconi farebbe del bene al Paese e al prestigio del Paese". "Penso che la disponibilità del presidente a venire in Parlamento a dare spiegazioni - ha concluso - avrà un significato se fatta subito. Da questo momento siamo disponibili".Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha replicato brevemente al termine di un rapido dibattito sulla sentenza del Tribunale di Milano, per assicurare al senatore del Pd Luigi Zanda che inoltrerà la richiesta del gruppo del Pd al premier per un suo intervento in Parlamento. ''La presidenza si farà carico di inoltrare alla presidenza del Consiglio una sintesi di questa seduta, anche se - ha aggiunto Schifani - il presidente del Consiglio ha già fatto sapere che intende riferire in Parlamento''.

lunedì 18 maggio 2009

TROPPO BASSI GLI STIPENDI IN ITALIA

Gli italiani incassano ogni anno uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al 23/o posto della classifica dei 30 paesi dell’organizzazione di Parigi. Buste paga più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche Grecia e Spagna. È quanto risulta dal rapporto Ocse sulla tassazione dei salari, aggiornato al 2008 e appena pubblicato. La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia. È calcolato in dollari a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552). Inoltre, nell’ultimo trimestre del 2008 il costo del lavoro unitario nelle economie avanzate è cresciuto dello 0,9 per cento rispetto al periodo precedente e del 2,9 per cento nel paragone su base annua. Incrementi «ampiamente determinati dai crolli della produzione reale causati dalla crisi», rileva l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con un comunicato. Nei servizi i costi del lavoro unitari sono aumentati dell’1 per cento dai tre mesi precedenti e del 2,7 per cento su base annua; nell’industria sono saliti dell’1,2 per cento dal periodo precedente e del 3,9 per cento su base annua. L’Ocse rileva che si sono registrate dinamiche di incrementi simili su queste voci nel G7 e nell’area dell’euro. L’Organizzazione parigina segnala che «l’Italia ha registrato il tasso di crescita più elevato sull’industria, con un più 2,2 per cento rispetto al trimestre precedente e un incremento su base annua del 7,2 per cento».Italia inoltre al sesto posto nella classifica sul cuneo fiscale dei 30 paesi dell’Ocse. Secondo i dati riportati nel rapporto 2008 sulla tassazione dei salari dell’organizzazione di Parigi, il cuneo fiscale, calcolato in percentuale sul costo totale del lavoro, lo scorso anno è stato pari a 46,5 punti percentuali, in crescita dello 0,25% rispetto all’anno prima. Quando si parla di cuneo fiscale si intende la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e la retribuzione netta che finisce in tasca al lavoratore. Nella classifica che prende in considerazione un lavoratore con un reddito medio senza figli a carico, l’Italia si posiziona dopo il Belgio (56%), l’Ungheria (54%), la Germania (52%), la Francia (49,3%) e l’Austria (48,8%). Meno pressante la mano del fisco su lavoratori e imprese in Gran Bretagna (32,8%), Stati Uniti (30,1%), Portogallo (37,6%), Spagna (37,8%), solo per citarne alcuni. Scende al 36% però il cuneo fiscale del Bel Paese se si considera una famiglia monoreddito con due figli a carico: in questo caso l’Italia si attesta all’unidicesimo posto dopo Francia (42,1%) e Germania (36,4%) tra gli altri.

La crisi ha colpito un italiano su due

La crisi ha avuto «ripercussioni significative» su un italiano su due, ma ha consentito ai consumatori di «fare pace con l’euro». Sono le conclusioni a cui arriva la quarta e ultima edizione del Diario della crisì, redatto dal Censis, secondo il quale il 47,6% degli italiani è stato «toccato concretamente» dalle difficoltà economiche, «anche se con intensità differenti: quasi il 40% ha subito perdite nei propri investimenti, mentre il 30% ha subito una riduzione del reddito». Allo stesso tempo, «circa il 60% ha cercato di ridurre i consumi, senza grandi differenze tra chi è intervenuto sulle spese in generale e chi solo su quelle voluttuarie», mentre si è ridotta ulteriormente la già modesta tendenza ad indebitarsi: il ricorso al credito al consumo è infatti sceso del 10% nei primi tre mesi dell’anno rispetto al 2008. Il Censis sottolinea però che «uno degli effetti più imprevedibili della crisi è quello di aver avviato una fase meno risentita nel rapporto tra gli italiani e la moneta europea». In particolare, «il mondo dei salariati a reddito fisso ha conosciuto una piccola rivincita su tutti coloro che erano riusciti a speculare con l’euro. Grazie ad un’inflazione sostanzialmente ferma, al calo dei mutui e dei prezzi del carburante, vi è stato un recupero del potere d’acquisto di questa categoria». Nonostante ciò, al momento resta «la confusione del ceto medio», che sta pagando la fine delle certezze passate, come la crescita costante, il welfare e la sicurezza del lavoro «specialmente per i figli». Secondo il Censis, «sembrerebbe quasi la fine di una lunga fase di imborghesimento della società italiana e l’inizio, per il ceto medio, della paura di perdere terreno». Una paura ancora forte, tanto che per il 68,3% degli intervistati «non è affatto vero che ormai abbiamo toccato il fondo». Spicca comunque il «nuovo ruolo degli Enti locali». Mentre per il 55% degli italiani «il soggetto pubblico non ha fatto qualcosa di concreto per famiglie e imprese», il 15% dei cittadini ha mostrato apprezzamento per il lavoro svolto da Comuni, Province e Regioni. Secondo il presidente del Censis, Giuseppe Di Rita, è comunque arrivato il momento di «cominciare a pensare il dopo». Non tanto perchè «la crisi e già passata e possiamo inconsciamente dedicarci ad altro», ma piuttosto perchè «il pericolo oggi è proprio quello di seguire l’onda delle grandi emozioni medianiche. Rischieremo con ciò che tutto passi oltre, senza alcuna cosciente segnatura della serietà del periodo che abbiamo attraversato».

Crolla il Pil italiano

Crolla il Pil italiano nei primi tre mesi del 2009: il calo sfiora il 6% (-5,9% su base annua, dice l'Istat) rispetto al primo trimestre del 2008 e segna una riduzione del 2,4% in confronto ad ottobre-dicembre 2008. È il risultato peggiore dall’80, anno di inizio delle serie storiche confrontabili, e comporta un calo già acquisito per l’intero anno del 4,6%: questo sarà cioè il calo del Pil annuale se le variazioni dei prossimi 3 trimestri saranno pari a zero. Le ultime stime del governo, invece, prevedono una riduzione della crescita del 4,2%. Si tratta, dice il premier papi Silvio, di un dato «atteso». L’Italia non è comunque l’unico paese a soffrire della crisi economica: dati negativi per il prodotto interno si registrano infatti anche in Germania (-3,8% nel primo trimestre), in Francia (-1,2%), in Olanda (-4,5%), Austria (-3,6%). E il segno meno si registra per i paesi della zona euro che chiudono il primo trimestre con un -2,5%. Papi Silvio rassicura: «La crisi esiste, i dati diffusi oggi erano quelli che sapevamo. Siamo nella peggiore crisi mai capitata» ma «tutti i contatti con le aziende ci dicono che c’è un miglioramento della situazione». Secondo il premier inoltre «nella crisi il fattore massimo è quello psicologico e per questo nostro compito è infondere fiducia e ottimismo». Cribbio, ragazzi un pò di ottimismo di allegria ... Ottimista anche il ministro della P.A., Renato Brunetta (nella foto) che ipotizza un miglioramento nella seconda metà dell'anno, quando «ci avvieremo verso tassi negativi più ridotti, che andranno verso lo zero, e poi dallo zero si andrà verso il segno più». L’opposizione però attacca il Governo. Il primo commento è di Massimo D’Alema che fa notare come il risultato italiano sia il peggiore rispetto agli altri paesi europei: «Abbiamo un governo che fa demagogia e confusione di fronte ad una situazione drammatica del Paese: i dati di oggi dicono che siamo al crollo, tra l’altro il crollo dell’economia italiana è nettamente superiore alla media europea, e abbiamo il presidente del consiglio che si trastulla». Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd in commissione Bilancio della Camera, chiede invece che «in assenza di un ruolo serio del governo, le categorie produttive e le parti sociali affrontino direttamente questa situazione sia dal punto di vista della produzione che del lavoro». Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd, attacca: «Da questo governo continuiamo sentire annunci e strumentalizzazioni in vista delle elezioni, ma, com’è facile constatare, nessun fatto».

Giù stipendi Ceo


Per la prima volta, gli stipendi dei supermanager delle aziende americane sono calati del 9% nel 2008, a causa della crisi. Almeno sulla carta, però, gli stipendi dei Ceo rimangono elevati. Guidano la classifica Sanjay Jha, di Motorola, con 104,4 milioni di dollari, davanti a Lawrence Ellison di Oracle (84,6 milioni), Robert Iger della Disney (51,1 milioni), Kenneth Chenault di American Express (42,8 milioni) e Vikram Pandit, di Citigroup (38,2 milioni). E' in arrivo una banca dati sulle così dette public utility, compresi gli stipendi degli amministratori, annuncia il ministro Brunetta. 'A giorni - spiega il responsabile della Funzione pubblica - sarà pubblicata sul Sole 24 ore una banca dati di tutte le aziende partecipate dai comuni. I cittadini sapranno quale tipo di aziende pubbliche operano nel loro territorio, che cosa fanno, quanti sono e quanto guadagnano gli amministratori'. Compensi giù per i banchieri d'Italia nel 2008,l'anno più tormentato della finanza internazionale, ma l'assegno dei leader resta milionario.In testa alla lista dei compensi 2008 si colloca l'ex direttore generale di Intesa Sanpaolo, Pietro Modiano, (5,14 milioni) e l'ex consigliere delegato del Banco Popolare, Fabio Innocenzi (4,16 milioni) con le buonuscite in chiusura di rapporto. E Alessandro Profumo, ad di Unicredit, terzo quest'anno, ha avuto 3,5 milioni. La crisi ha tagliato non solo gli utili e la cedola di Unicredit,ma anche i compensi dell'amministratore delegato Alessandro Profumo. Nove milioni e 426 mila euro. E' quanto la banca Unicredit ha dato come compenso per il 2007 all'amministratore delegato Alessandro Profumo (nella foto). Non sorprende che il cinquantunenne banchiere genovese sia stato il manager italiano più pagato dell'anno. In poco tempo ha fatto del vecchio Credito Italiano una delle più importanti banche d'Europa e si è conquistato sul campo una reputazione professionale. Profumo ha guadagnato oltre 25.000 euro al giorno. Secondo l'Ires, il centro studi della Cgil, nel 2007 i lavoratori dipendenti italiani hanno perpepito in media 24.890 euro lordi. Dunque il numero uno dell'Unicredit ha incassato ogni giorno più di un lavoratore medio in un anno. Un normale operaio o impiegato, per mettere insieme quanto Profumo in dodici mesi, dovrebbe lavorare 365 anni. In altri termini, una dinastia di lavoratori medi impiegherebbe almeno dieci generazioni a pareggiare il conto. Nel 2007 i profitti del gruppo Unicredit sono cresciuti del 9%, il dividendo distributivo agli azionisti dell'8%, mentre il valore di mercato delle azioni è sceso del 17%. La restribuzione di Profumo è invece aumentata del 39 per cento. Riduzioni anche per tutti i manager di Unicredit: il banchiere, nel 2008, ha ricevuto 3,48 milioni di euro, contro i 9 milioni del 2007. Profumo ha dovuto rinunciare alla parte variabile della retribuzione, quella legata al raggiungimento degli obiettivi, e che lo scorso anno gli era valsa un bonus di 5,5 milioni di euro. Nel progetto di bilancio, Unicredit ritiene ''prematura'' ogni azione sugli effetti della class action contro Bernhard Madoff. Ciò anche se l'istituto vi è coinvolto. Il progetto comunque sottolinea una ''carenza di giurisdizione nei confronti di tutte le entità del gruppo Unicredit''. Una prima udienza della causa collettiva si è tenuta giovedi' 16 aprile.Repex, il fondo che ha promosso la causa a New York, chiede un risarcimento di 700mila dlr ma altri possono aderire.

venerdì 15 maggio 2009

MALPENSA ADDIO ... ERANO SOLO PROMESSE ELETTORALI


Governatori in rivolta dopo la decisione di Alitalia di declassare Malpensa e scegliere Roma come hub puntando su Fiumicino. Pensare che con la scelta di Roma come principale base operativa dell'Alitalia, «si voglia penalizzare Malpensa» è una «sciocchezza», assicura il ministro Altero Matteoli. Ma le sue parole non bastano a placare gli animi di governatori e sindaci. «Si è consumato l'ultimo atto di un vero e proprio imbroglio» sbotta la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso. «L'esito - sostiene la Bresso - era già scritto, fin dall'inizio, come molti hanno sempre detto. Molti, ma non l'allora opposizione di destra che sulla battaglia per Malpensa costruì, poco più di un anno fa, gran parte della campagna elettorale che l'ha portata al Governo». «Ora - conclude la presidente del Piemonte - la Cai ha scelto di abbandonare quell'hub: l'esatto contrario di quanto sbandierato dalla destra, al di là di ogni considerazione sul futuro dell'aeroporto». Sulla questione torna anche il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, chiedendo che il 50% dei voli sulla tratta Milano-Roma vengano messi ora a disposizione di un'altra compagnia. «La posizione di Colaninno non è una grande novità, così come che l'Alitalia abbia deciso di puntare su Fiumicino. Lo sapevamo già. Però l'annuncio ufficiale costringe, come dire, a gettare la maschera e non voglio trovare un termine molto duro». «Non siamo soliti piangerci addosso - spiega il governatore - però vuol dire che Alitalia riconosce ufficialmente di essere una compagnia a servizio di metà del Paese. Quella da Roma in giù o quella comunque intorno a Roma». Per questo, avverte Formigoni, «intorno a Milano e alla Lombardia ci dobbiamo arrangiare noi. Lo faremo, ma Alitalia si tolga dalla testa di poter continuare ad esercitare il monopolio. Se loro utilizzano i proventi della Milano-Roma come li utilizzano, per costruire poi le rotte internazionali da Fiumicino, noi chiederemo che il 50% della Milano-Roma sia messo a disposizione di un'altra azienda di voli, che indicheremo noi e che utilizzerà i proventi per garantire rotte internazionali e intercontinentali da Linate e da Malpensa». Per Sergio Cofferati, sindaco di Bologna e capolista Pd alle Europee nella circoscrizione Nord-Ovest, «La scelta Cai-Alitalia di rendere Fiumicino hub principale della compagnia, smaschera il fallimento delle promesse elettorale della Lega e della destra». E «preoccupazione» viene espressa dall'Udc lombarda, che denuncia la «ghigliottina dell'Alitalia e dei suoi giganteschi conti in rosso». A dar ragione alla scelta di Alitalia di puntare su Fiumicino ci sono d'altra parte i dati raccolti dall'Enac e presentati giovedì a Palazzo Madama. Secondo il rapporto, lo scal0 romano è l'unico tra quelli di medie o grandi dimensioni, che nel 2008 ha registrato una crescita: il numero di voli, tra arrivi e decolli (pari a 340.971) è aumentato del 3,9% rispetto all'anno precedente e il traffico di passeggeri (34.815.230) è cresciuto del 7,2% rispetto all'anno precedente. A Malpensa sono stati effettuati nel 2008 212.841 movimenti (-19,3% rispetto al 2007) e hanno transitato 19.014.186 passeggeri (-19,8%). A Linate i movimenti sono stati 96.823 (-3,6%) e i passeggeri transitati 9.264.561 (-6,7%). Nella polemica su Fiumicino e Malpensa entra in gioco anche Easyjet, con François Bacchetta, general manager del gruppo per il Sud Europa, che esorta le istituzioni a liberare gli slot non utilizzati da Alitalia a favore di vettori come il suo che vogliono investire. «Alitalia - scrive in una nota Bacchetta - ha finalmente fatto la sua scelta, noi abbiamo fatto la nostra tre anni fa quando abbiamo deciso di fare di Milano la nostra prima base dell’Europa continentale. Abbiamo mantenuto le promesse - continua - investendo 600 milioni di euro e basando 15 aerei a Malpensa. Siamo attualmente la prima compagnia dell’aeroporto e continueremo a crescere. Presto baseremo altri due aeromobili e stiamo assumendo altri 70 assistenti di volo italiani in vista della stagione estiva. La nostra promessa di investire e creare posti di lavoro a Linate e Fiumicino - conclude - rimane valida. Il fatto che così tanti slot in questi aeroporti rimangano inutilizzati, non fa altro che danneggiare l’economia italiana ogni giorno e esortiamo chi ha il potere di prendere delle decisioni ad assicurare alle compagnie che vogliono investire di poter utilizzare questi slot il più presto possibile». Lufthansa dal canto suo mostra soddisfazione per il lancio della compagnia Lufthansa Italia, basata su Malpensa. «Abbiamo il progetto di far partire voli intercontinentali da Malpensa, ovviamente se tutto ciò avrà un concreto senso economico, ovvero un numero sufficiente di passeggeri» ha detto la portavoce di Lufthansa Italia, Amelie Lorenz, intervistata dal quotidiano online Affaritaliani.it dopo il declassamento dello scalo varesino da parte di Alitalia. «Per il momento un piano concreto non c'è ancora - ha detto - ma la volontà esiste. Abbiamo iniziato un mese e mezzo fa con le destinazioni europee e le tre in Italia, quindi prima dobbiamo verificare il ritorno economico di quest'operazione». Per questo non è ancora possibile fissare una data precisa per l'ampliamento dell'offerta.

giovedì 14 maggio 2009

CAI-AIRONE:INTEGRAZIONE NON FACILE


Mancato accordo, al ministero del Lavoro, fra sindacati e Alitalia sulla seconda fase della ''procedura di raffreddamento e conciliazione'' nell'ambito della vertenza aperta per le ''reiterate violazioni delle intese di palazzo Chigi e successivi accordi''. Visto l'esito dell'incontro, Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl trasporti si sono riservati di decidere la proclamazione di uno sciopero di tutti i dipendenti del gruppo Alitalia in attesa della conclusione del confronto in corso in azienda. Si è svolto un incontro fra Alitalia e sindacati sulle conseguenze per il personale di terra dell'integrazione fra Alitalia e AirOne; nel sono previsti altri due incontri che riguardano assistenti di volo e piloti. Nell'incontro al ministero del Lavoro sul tentativo di conciliazione, Alitalia ha confermato ''la disponibilità già manifestata ai tavoli di confronto in atto a livello aziendale'' di individuare soluzioni ''in grado di risolvere talune questioni interpretative nel rispetto degli accordi raggiunti a palazzo Chigi'' e di ''individuare risposte specifiche anche sul piano dei rapporti industriali alle operazioni di integrazione tra Alitalia-Cai e Airone''. Per la compagnia è opportuno un ''monitoraggio da parte del ministero sull'evoluzione dei confronti in atto e sull'accresciuta domanda di mobilità connessa alla stagione estiva''. I sindacati, che si attendevano ''la concretezza che non si è manifestata per la soluzione dei problemi'', hanno ribadito la necessità del ''rispetto puntuale delle intese complessive di palazzo Chigi sui livelli occupazionali e sulle condizioni di lavoro ed un cambiamento del progetto di integrazione che non scarichi sui lavoratori a tempo determinato gli effetti dello stesso''.